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Anfitrione, con Debora Caprioglio ed Enrico Guarneri

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Compagnia MOLIÈRE – Roma presenta
DEBORA CAPRIOGLIO e ENRICO GUARNERI in
ANFITRIONE di Tito Maccio Plauto
Regia di WALTER MANFRÈ

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Trama

Approfittando dell’assenza di Anfitrione per la guerra contro i Teleboi, Giove prende le sue sembianze per passare una notte con sua moglie Alcmena; intanto Mercurio, per aiutare il padre, assume l’aspetto di Sosia, il servo di Anfitrione. Anfitrione e Sosia, tornati dalla guerra, giungono in città e Sosia per primo s’incammina verso la casa del padrone, sulla soglia trova Mercurio che lo prende a pugni e lo scaccia affermando di essere lui l’unico vero Sosia. Successivamente arriva anche Anfitrione, che non aveva creduto al racconto di Sosia. L’incontro con Alcmena anch’essa vittima inconsapevole dell’inganno, genera tra i due un diverbio che dura fino al ritorno di Giove, il quale, prima calma Alcmena, e poi in presenza di Blefarone (chiamato a chiarire le cose) viene alle mani col vero Anfitrione (già ingannato anche da Mercurio). Il povero generale è indeciso su cosa sia meglio fare, quando Bromia, un’ancella di Alcmena, gli racconta che la donna ha partorito miracolosamente due gemelli, uno dei quali tanto forte da uccidere due serpenti; infine appare Giove nel suo vero aspetto, confessa l’adulterio e spiega come si sono svolti i fatti dicendo che dei gemelli uno, Ercole, è suo figlio, l’altro, Ificle, di Anfitrione.

Anfitrione… o del “contrappunto comico”

Scritta e rappresentata probabilmente nel primo decennio del II sec., “Amphitruo” rimane un caso singolare nella pur vasta, e per molti aspetti controversa, produzione plautina. Il suo contenuto a carattere mitologico la distanzia, sensibilmente, dalle altre commedie a sfondo, diremmo oggi, “borghese”. E tuttavia, proprio questa distanza, questo intreccio e questo sfondo “anti-naturalistico”, sono gli attributi che rendono la commedia certamente la più fresca e attuale fra quelle pervenuteci del grande Comico latino. Anzi: la rendono a tutt’oggi incredibilmente divertente.
C’è, nella vicenda dello scambio fra il Dio e l’Umano, fra Giove e Anfitrione, il seme di una modernità efficacissima nel produrre comicità e divertimento.
C’è soprattutto nell’alternarsi fra “il basso” e “l’alto” della Vita e delle Passioni, il segreto più genuino nell’arte di far ridere: il contrappunto comico.
Una sorta di punteggiatura ironica e auto-ironica, che, affidata alla figura del servo Sosia, diventa un’autentica macchina del ridere; una partitura esilarante (ma a tratti tenera, ed a tratti persino sensuale) sulla quale il registro del “buffo” s’innesta, come una sorta di basso continuo.
“Anfitrione” è in breve il Grande Teatro; e non solo dell’Età Classica, ma di tutti i tempi. Questa nostra, nuova edizione, che nasce dalla fertile invenzione registica di Walter Manfrè, ne esalta sia l’efficacia farsesca, affidata al talento di Enrico Guarneri che interpreta Sosia, sia i toni più sinceri ed accorati nella Alcmena di Debora Caprioglio.

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Written by filippo

26 agosto 2013 at 6:41 am

L’Avaro, con Lello Arena

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L’Associazione Culturale Bon Voyage Produzioni e il Teatro Stabile di Catania presentano
LELLO ARENA in
L’AVARO di Molière
con Fabrizio Vona e Francesco De Trio
Regia di CLAUDIO DI PALMA

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Trama
Anche se ampiamente ispiratosi alla commedia Plautina, “L’avaro” di Molière è caratterizzata da una struttura ben diversa: è più lunga e presenta tematiche diverse quali quelle dell’amore e del matrimonio.

“L’avaro”, insieme a “Tartufo”, a “Il malato immaginario”, a “Il borghese gentiluomo”, è una delle grandi commedie di Molière, una delle più note, delle più celebrate, delle più rappresentate ed anche una delle più imitate.

“L’avaro” è del 1668 e non riscosse subito un grande successo; questo arrivò più tardi, a poco a poco, fino ad essere considerata la migliore delle commedie di Molière. Ha delle caratteristiche che la rendono una commedia straordinariamente completa e divertente, perché in essa Molière vi ha messo dentro tutti gli ingredienti, i motivi, gli intrecci, le scene farsesche, che rendono esilarante una “pièce” comica.

La storia narra dell’avaro Arpagone e delle sue vicende che si dipanano portandoci in un mondo di intrighi e sotterfugi che nella sua intenzione hanno lo scopo di non mettere a repentaglio la propria ricchezza, anche a costo di mettersi contro i figli.

Matrimoni non graditi, alleanze, furti, progetti sfumati, equivoci sono il centro di un intreccio che ci conduce all’interno della storia nella quale non mancano dialoghi diventati celebri pezzi del Teatro comico di tutti i tempi.

Un classico diretto in un nuovo allestimento da Claudio Di Palma con Lello Arena che, reduce dal grande successo di “Capitan Fracassa” in scena da due stagioni, affronta, dopo “George Dandin” e “Tartufo”, per la terza volta un testo di Molière in un ruolo, Arpagone, che, come scrive Squarzina, «ha in sé nello stesso tempo il tragico e il comico».

Chiedere al servo del figlio di mostrare le altre due mani o imporre con trovata originale al cuoco/cocchiere di predisporre il castagnaccio fra i primi piatti di un pranzo, sono manifestazioni del carattere di Arpagnone, ostaggio di un impulso più forte di lui; scene tanto più esilaranti in quanto basterebbe ben poco a farle diventare oggettivamente dolorose.

Giovanni Macchia nel “Silenzio di Molière” parla di «una maschera in cui il dolore, dissimulato col riso, diventa smorfia atroce».

È questa dialettica, sempre in atto del coesistere nel cuore umano del “carnefice” e della “vittima” a imprimere alla commedia il marchio del grande teatro

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Lello Arena, in precedenza, ha calcato le scene del Plautus Festival nel 2009, in “La tempesta” di William Shakespeare, e nel 2012 il “Capitan Fracassa” di Théophile Gautier.

In precedenza “L’avaro” è andato in scena al Plautus Festival altre tre volte: nel 1981 e nel 2003 con Mario Scaccia, e nel 1989 con Mario Carotenuto.

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Aulularia, con Camillo Grassi e Massimo Boncompagni

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Teatro Europeo Plautino presenta
CAMILLO GRASSI e MASSIMO BONCOMPAGNI in
AULULARIA di Tito Maccio Plauto
Regia di CRISTIANO ROCCAMO
con Riccardo Bartoletti, Mauro Eusti, Giulia Fabbri, Filippo Renda

Note di Regia
“Aulularia” è una delle commedie che più ha influenzato il teatro seicentesco ma anche il Cinema moderno. L’Avaro di Molière è di fatto quasi una copia perfetta dell’opera di Plauto e, a rifarsi all’ Aulularia, è stato anche il grande Totò nel film “47 Morto che parla”.
Ma Aulularia ha ispirato anche la Walt Disney, nei suoi fumetti “Topolino”, con la storia “Zio Paperone e la pentola d’oro”. In fondo chi meglio di Zio Paperone poteva impersonare l’ossessione per il denaro di Euclione?
Nel nostro allestimento, degli ipotetici edifici si affacciano su una piazza. Il pretesto per raccontare i “tipi fissi” è il terrore di perdere qualcosa che si è trovato ma che non ci appartiene, la pentola di Euclione, e in questa commedia ci divertiamo a raccontare non solo la storia ma soprattutto quei personaggi che vivono dentro e fuori il teatro.
Ovviamente l’avarizia spadroneggia in scena in modi grotteschi.
Un vero lavoro di gruppo, con una nuova compagnia che nasce dal Plautus Festival con comici esperti con il giocare Plautino.
In questo gli attori in scena rappresentano la tradizione istrionica del Teatro Italiano, un Teatro che lascia liberi di spaziare in argomenti e sentimenti, battute e circostanze comiche.
Come è tradizione delle mie regie, nel totale rispetto della storia plautina, gli attori interpretano più parti grazie all’uso delle maschere della Commedia dell’Arte e della stessa Commedia Latina.
Cristiano Roccamo

Trama dello spettacolo
Euclione, un vecchio taccagno, eredita una pentola piena di monete e vive nel costante terrore che gli venga sottratta.
Eunomia consiglia al fratello Megadoro, vicino di casa di Euclione, di trovare moglie.
Così Megadoro decide di sposare Fedria, figlia di Euclione, e va da questo per chiedergli la mano della figlia. I due si accordano di celebrare il matrimonio il giorno stesso; Euclione pensa che Congrione, il cuoco chiamato per cucinare il banchetto nuziale, sia un ladro sentendolo più volte pronunciare la parola “pentola” e lo malmena, ma poi si rende conto della paranoia e lo lascia continuare a cucinare.
Per sicurezza però Euclione decide di spostare la pentola d’oro nel tempio della fede.
Il servo di Liconide, nipote di Megadoro, innamorato anch’esso di Fedria, vede Euclione nascondere la pentola e fa per prenderla, ma il vecchio avaro decide di rispostarla nel bosco Silvano e il servo avendolo seguito fin lì ruba la pentola e la nasconde in casa di Megadoro.
Il servo allora cerca di comprarsi la libertà offrendo la pentola a Liconide che però rifiuta e portando la pentola a Euclione chiede la mano di Feria.

L’audiodescrizione
Lo spettacolo è audiodescritto per non vedenti e ipovedenti, in quanto inserito nel progetto “Un invito al teatro – No-Limits”, promosso dal Comune di Forlì in collaborazione con il “Centro Diego Fabbri” di Forlì, il Dipartimento Interpretazione e Traduzione – DIT – Università di Bologna sede Forlì, con il coinvolgimento del Teatro Diego Fabbri, dei Comuni di Cesena, Sarsina, Predappio e del “Fondo per la Cultura” di Forlì.
L’iniziativa, con i contributi della Regione Emilia-Romagna, Provincia di Forlì-Cesena e Lions Club Forlì Host, porta l’audiodescrizione a Teatro e consente anche alle persone non vedenti e ipovedenti di apprezzare questa antica e nobile arte.
Tramite il supporto dell’ audiodescrizione è possibile rendere “visibili” tutti quei particolari, quali dettagli scenografici, aspetto fisico e costumi dei personaggi, movimenti degli attori ed espressioni del volto, che costituiscono componenti fondamentali e significative del lavoro teatrale.
L’audiodescrizione viene arricchita da informazioni storicoculturali e critico-letterarie che possono aiutare nella comprensione più approfondita del significato dell’opera.
Il servizio viene effettuato dotando il pubblico non-vedente di cuffie wireless, collegate alla sala di regia, dalla quale una voce narrante accompagna gli utenti lungo lo sviluppo narrativo dello spettacolo. Il testo dell’audiodescrizione si integra con il copione teatrale, senza mai sovrapporsi ai dialoghi e alla colonna sonora.

Camillo Grassi
originario di Gambettola (FC), ha esordito nel teatro nel 1998 frequentando il 1° Laboratorio Teatrale del Plautus Festival, allora diretto dall’attore e regista cesenate, Franco Mescolini.
D allora ha avviato una ricca attività di attore di teatro e di cinema lavorando con importanti attori e registi tra i quali: Ermanno Olmi, Manfrè, Massimo Venturiello, Manuela Mandracchia, Giuseppe Pambieri, Luigi Diberti, mariano Rigillo e tanti altri ancora.
Ha calcato in precedenza le scene del Plautus Festival per cinque volte in ruoli che spaziano dalla commedia Plautina (Asinaria e Pseudolo) alla tragedia greca (Elettra di Euripide).

Massimo Boncompagni
è nato ad Arezzo il 7 Settembre 1977 e risiede a Sansepolcro(AR).
Si forma artisticamente alla Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone dove si diploma nel 2005, lavorando con artisti quali Pierre Bylant, Mario Valgoj, Vittorio Franceschi e Walter Pagliaro
Nel 2006 vince il premio nazionale “T.M.Plauto” come migliore attore.
Nel 2007 avviene l’incontro con Jurij Ferrini. Col “Timone d’Atene” con protagonista Pino Quartullo comincia la collaborazione col Progetto URT/Compagnia Jurij Ferrini che prosegue ancora oggi. Collabora occasionalmente col teatro stabile di Bologna Arena del Sole, dove ha lavorato anche con Lorenzo Salveti e Marinella Manicardi.
Dal 2011 ha lavorato con la compagnia “Teatro Vivo” diretta da Cristiano Roccamo nella realizzazione di opere plautine al fianco di Vanessa Incontrada, Corrado Tedeschi, Massimo Venturiello.
Nel 2013 è socio fondatore della compagnia TEP teatro europeo plautino che nasce dall’esperienza di Teatro Vivo con sede a Sarsina dove ogni estate si svolge il tradizionale Plautus Festival. TEP ha lo scopo di promuovere e realizzare opere di teatro comico classico, ovviamente con un occhio di riguardo a Plauto.
E’ docente di teatro presso le scuole superiori (licei e istituti professionali) della Romagna, Umbria e Toscana.
Nel 2013 è in scena con lo spettacolo “GabbiaNo. Ovvero dell’Amar per Noia” per la regia di Woody Neri.

In precedenza Aulularia è andata in scena al Plautus Festival sei volte. L’ultima presenza in cartellone risale al 2009 e vedeva quale attore protagonista, nel ruolo di Euclione, Stefano Mascerelli.

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A ciascuno il suo, con Sebastiano Somma e Daniela Poggi

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Sarsina, Plautus Festival, 14/07/2013

L’Associazione Culturale LAROS – Roma presenta
SEBASTIANO SOMMA e DANIELA POGGI in
A CIASCUNO IL SUO di Leonardo Sciascia

Adattamento di GAETANO ARONICA
Scene e costumi di ANTONIA PETROCELLI
Musiche di FABIO LOMBARDI
Regia di FABRIZIO CATALANO

A ciascuno il suo, con Sebastiano Somma e Daniela Poggi - foto 1

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TRAMA
Il sonno della ragione di Fabrizio Catalano

Malgrado le ipocrisie della civiltà, vi è nel cuore dell’uomo un’eterna barbarie – così il francese Barbey d’Aurevilly, in uno dei suoi più celebri e inquietanti romanzi, L’indemoniata. L’ipocrisia è la legge non scritta, eppure trionfante, che domina la società in cui viviamo, che domina la società che Leonardo Sciascia ci ha raccontato in A ciascuno il suo.

L’Italia, che nell’immediato dopoguerra sembrava non solo poter ridiventare la fucina di idee che era stata nel Rinascimento, ma anche una nazione retta da gente equa e volenterosa, è, nel giro di pochi anni, e irrimediabilmente fino ad oggi, precipitata in un gorgo di corruzione e di ignavia.

La nostra società è divenuta sempre più fatua, vacua, omologata, priva di idee. Proprio a proposito di A ciascuno il suo, Sciascia aveva dichiarato: “L’indignazione e il disprezzo sono le mie passioni più forti, forse”.

I cittadini italiani, in questo scorcio di millennio, dovrebbero imparare a recuperare la capacità d’indignarsi, di disprezzare tutto ciò che è inutile e ingiusto; e conseguentemente, in nome di una ritrovata coscienza civica, a ribellarsi. Invece tutto langue, tutto è in mano a personaggi senza carisma e senza morale. La politica, la legge, la cultura, e anche il Cinema e il Teatro. Di questo ci occupiamo e, infine, abbiamo la percezione che, da più parti, s’inizi a sussurrare che il teatro italiano ha bisogno di un profondo rinnovamento.

È vero, prima o poi, questa necessità si trasformerà in un urlo lacerante, in una assordante richiesta di riscatto: per chi sta seduto in platea e per chi, sul palcoscenico, al palcoscenico dà la vita. “La diversità è in noi così come nella natura”, ha detto un’intellettuale transalpina originaria della Guyana, Christiane Taubira, oggi Ministro della Giustizia Francese. Ognuno di noi ha il diritto di essere se stesso e di poter conoscere, scegliere, di potersi esprimere, di poter ascoltare la voce di tutti ma anche di far ascoltare la propria voce. Il Teatro non può continuare ad isolarsi dal contesto circostante, ad avvoltolarsi, ad avvizzire, ignorando i profondi mutamenti in atto nella nostra società. Il Teatro è vita! Il Teatro deve avere un cuore.

E come un cuore, infatti, pulsa la scena di A ciascuno il suo: ambienti borghesi, addirittura opulenti, un’eleganza barocca, intrisa di simboli cattolici, su cui svettano delle creature misteriose, i mostri di Villa Palagonia, a pochi chilometri da Palermo e a cui si sovrappongono gufi e pipistrelli, come ne “Il sonno della ragione genera mostri” di Goya, tanto caro a Leonardo Sciascia. Ma A ciascuno il suo non è una storia fantastica, è cruda e indigesta realtà. Per questo, lo spettatore dovrebbe avere la percezione che tutto avvenga per la prima volta, in maniera imprevista, davanti ai suoi occhi.

Questo è il Teatro che sogniamo: non recitato, ma vivo. Gli attori sono veri come le loro menzogne.

Un altro scrittore “estremo” dell’800 francese, Gobineau, scrisse un saggio intitolato La disuguaglianza delle razze umane, che secondo alcuni critici sarebbe stato una delle prime fonti d’ispirazione per le teorie naziste. Oggi, con un paradosso, si potrebbe ben dire che Gobineau aveva ragione nell’assunto ma non nel suo sviluppo: la disuguaglianza, nel nostro mondo, è flagrante ed è una disuguaglianza di diritti, che non coinvolge solo neri e bianchi, ricchi e poveri, ebrei e musulmani, ma anche – in una visione al limite del manicheismo – buoni e cattivi. I cattivi, i furbi, i profittatori, gli ipocriti governano; e sembrano tenere sotto schiaffo una popolazione che solo in teoria ha accesso al potere. Una popolazione di cretini, come il professor Laurana. In questo semplice ed abusato aggettivo, infatti, si risolve l’elogio conclusivo del protagonista di A ciascuno il suo. Laurana non è un eroe: è soltanto un uomo che non conosce le regole del gioco. Un gioco in cui tutti, in qualche modo, sono colpevoli: quasi come nell’Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie, ma in maniera più sottile e sordida; e dove ognuno ha una sua sostanziale responsabilità: per aver commesso il delitto, per averlo commissionato, per averne tratto dei vantaggi o per aver meschinamente finto di non vedere. Tutto è intrinsecamente siciliano e al tempo stesso universale, tutti fanno parte di un gioco febbrile e disgustoso, il gioco in cui ci si spartisce il potere e chi non sta alle regole è, come Laurana, un cretino. La ragione continua il suo sonno, il suo sogno ma, quando i cretini che ripudiano la corruzione aumenteranno, forse si risveglierà.

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in occasione del 700° anniversario della nascita di Giovanni Boccaccio

ideazione del progetto Franco Pollini
scrittura scenica, ideazione scenografica e regia Gabriele Marchesini

con i ragazzi del Corso per allievi attori, selezionati negli Istituti scolastici ed universitari
in collaborazione con il FESTIVAL NAZIONALE DEL TEATRO SCOLASTICO E. Turroni

Roberta Baccanti, Francesco Bertozzi, Camilla Casali, Giuliano Luca Coppolecchia, Jesus De Lara Cummings, Sara Domeniconi, Giorgia  Esposito, Giada Garofani, Rita Giorgi, Flavia Gramaccioni, Martina Lardieri, Maria Mancini, Emanuele Marchesini, Manuel  Purita, Giovanni Romio, Francesco  Tamburini, Sofia Tassinari, Elena Turci, Azzurra Urna

selezione, elaborazione e mixaggio della colonna sonora
Dario Giovannini
scenografia e costumi in collaborazione con Conservatorio “B. Maderna” di Cesena
e Accademia di Belle Arti di Bologna Corso di Scenografia del Melodramma – Sede di Cesena
coordinamento Laboratorio Marcello Morresi
scenografa assistente Roberta Cocchi
adattamento e realizzazione costumi Alessandra Biondi

assistente alla regia Stefania Albertini
segreteria del corso e ufficio stampa Emanuela Dallagiovanna
collaborazione alla produzione Letizia Pollini

capo macchinista
Franco Federiconi
capo elettricista Carlo Moretti
macchinisti Paolo Guidi e Stefano Cortesi
datore luci Carlo Moretti
proiezioni e immagini Andrea Zanella
fonico Andrea Zanella

una produzione del
Teatro Perché promossa dal Teatro Bonci

Date e Info:
venerdì 19 e sabato 20 aprile 2013 (ore 21)

Compagnia:
Teatro Bonci/ Teatro ragazzi/ Festival Nazionale del Teatro Scolastico

Scheda:
CHI HA LETTO IL DECAMERONE? è un progetto di Gabriele Marchesini che si realizza con i giovani allievi dei corsi di formazione per attori in programma al Bonci a partire dal gennaio 2013: coinvolge studenti delle scuole e delle università cesenati, sulla falsariga di In viaggio da Itaca (2010-2011), un format riuscito sia sul piano teatrale sia sul piano formativo. L’occasione è data dal 700° anniversario della nascita di Giovanni Boccaccio.

Nel salotto della villa sui colli fi orentini, meta della fuga dalla peste dei dieci naufraghi letterari che raccontano a turno le cento novelle del Decamerone, i ragazzi scelti da Marchesini si immergeranno nelle atmosfere rarefatte di quell’esilio dorato e volontario. Lo spettacolo vuole affrontare la complessità di un caposaldo della nostra tradizione letteraria, dando l’idea della struttura, dei temi e della bellezza della lingua del Decamerone con una versione teatrale che diviene quasi una traduzione, per rendere il testo più accessibile all’ascolto.

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Written by filippo

26 aprile 2013 at 10:59 PM