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Copertina del libro Aulularia per Einaudi

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Copertina del libro Aulularia per Einaudi

Esce oggi in libreria la nuova versione di “Aulularia” di Tito Maccio Plauto di Einaudi.
In copertina una mia fotografia di scena dallo spettatolo “Aulularia” :)

Produzione Teatro Europeo Plautino, con Mauro Eusti (nella foto nel ruolo del Lar familiaris), Riccardo Bartoletti, Massimo Boncompagni, Antonio Salerno. Regia di Cristiano Roccamo.
Svoltosi al Plautus Festival, Sarsina, 4 agosto 2013.

 

Written by filippo

26 September 2017 at 11:14 am

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

LAROS Ass. Culturale di Gino Caudai presenta

Ninetto Davoli e Edoardo Siravo in
IL VANTONE
di Pier Paolo Pasolini

Con: Gaetano Aronica, Paolo Gattini, Marco Paoli, Silvia Siravo, Enrica Costantini, Valerio Camelin
Scenografia e costumi: Antonia Petrocelli
Aiuto Regia: Federica Buffo
Assistente alle scene e costumi: Francesca Rossetti
Musica originale: Davide Cavuti
Regia di: Federico Vigorito

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“Nel teatro la parola vive di una doppia gloria,
mai essa è così glorificata.
E perché? Perché essa è, insieme, scritta e pronunciata.
È scritta, come la parola di Omero,
ma insieme è pronunciata
come le parole che si scambiano tra loro due uomini al lavoro,
o una masnada di ragazzi, o le ragazze al lavatoio,
o le donne al mercato –
come le povere parole insomma
che si dicono ogni giorno,
e volano via con la vita.”
– Pier Paolo Pasolini

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Pleusicle ama la bella Filocomasio ed è riamato.
Durante una sua assenza, Pirgopolinice, soldato spaccone in cerca di avventure amorose rapisce Filocomasio portandola con sé ad Efeso. Palestrione servo fedele astuto di Pleusicle si affretta subito ad avvertire il suo padrone.
Durante il viaggio vien fatto prigioniero dai pirati dai quali viene offerto in dono a Pirgopolinice che porta con sé Filocomasio. I due – il servo e la donna – fingono di non conoscersi e studiano il modo di avvertire Pleusicle che, avvertito da un mercante, si reca ad Efeso e trova da abitare contigua a quella del soldato fanfarone, presso il vecchio Periplecomeno, benevolo ma astuto.
Fin qui il prologo; d’ora innanzi l’azione scenica. Forata la parete che li divide, i due innamorati si incontrano scambiando gesti d’amore. Li scopre il servo dello spaccone, Sceledro, messo a custode della bella Filocomasio.
Allora da parte di Pleusicle e Periplecomeno viene fatto ogni sforzo per convincere Sceledro che si tratta di un abbaglio tentando di fargli credere che Filocomasio esce dalla casa del Vantone anziché da quella di Pirgopolinice, poi gli viene presentata come gemella di Filocomasio giunta ad Efeso il giorno prima con il suo amante. Lo stratagemma riesce anzi Palestrione fa credere a Pirgopolinice che la bella moglie di Periplecomeno, ormai stanca del vecchio marito, si sia invaghita di lui e voglia sposarlo.
Lo stolto e vanitoso soldato lusingato da questa inaspettata conquista manda via la concubina e libera Filocomasio lasciandole tutti i regali che le ha fatto, compreso Palestrione. Tronfio e voglioso di dare sfogo alla sua passione entra nella casa di Periplecomeno dove trova il finto marito geloso che assieme ai suoi servi gli riservano una gragnola di legnate.

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PERCHÉ “IL VANTONE”?
La domanda, sul perché, Pasolini abbia voluto cimentarsi anche con la drammaturgia, a mio avviso, trova spiegazione nel fatto che la performance teatrale secondo PPP rispetta, molto più di altre espressioni artistiche, il legame stretto tra arte e vita, più ancora del cinema, per il rispetto e la riscoperta, che racchiude in sé, del senso originario della tragedia vissuta come liberazione dai morsi della fatica del vivere che scaturivano dalla convinzione che aveva di sé, di essere un “dannato” della vita: il teatro come confessione pubblica delle sue esigenze, molto spesso drammi, esistenziali: Affabulazione, Orgia, Porcile, Calderon e Il vantone. Tra tutte Il vantone sembra la più stonata sia perché una traduzione sia perché la vicenda appare leggera, come, leggere, apparentemente, sembrano le commedie Plautine.
Che sia un diversivo, una pausa, un momento di relax di una vita sempre impegnata fino all’ultima goccia? Tutt’altro; anche il Vantone non è altro che impegno, ovviamente diverso, nei confronti della vita. Anzitutto è una sorta di tributo alla sua scrupolosa e profondissima preparazione nella cultura classica, ma, soprattutto, perché in Plauto vede un autore che della cultura popolare ha fatto il centro della sua arte non solo per i temi che tratta ma soprattutto per il suo modo di disegnare i personaggi con il quale scardina le strutture e le convenzioni su cui era fondata la società del suo tempo che vuol poi essere il tempo di Pasolini. Attenzione, come Plauto, alle fasce di popolazione che sono sempre state ignorate, vilipese ed emarginate, sottolineandone l’arguzia, l’intelligenza, il ruolo fondamentale e indispensabile per un giusto equilibrio sociale contrariamente a quanto, comunemente, si pensa; di contro la ridicolaggine e il vero disprezzo per chi detiene, o presume di tenere, le leve del potere o peggio ancora che a questi è asservito rinunciando a quella forma di unico e vero riscatto che va ben oltre il semplice accondiscendere ai voleri del padrone.
Quello che PPP definisce padrone lo vede come prototipo di stoltezza, ma non congenita, bensì voluta e cercata tenacemente per accettazione passiva delle convenzioni stabilite da altri tanto da divenire stolto al punto di convincersi che una divisa, un ruolo, una funzione sarebbero in grado di fornire lustro, fama e successo indipendentemente da qualsiasi tipo di impegno esistenziale. Troppo facile il bersaglio dunque delle fasce più deboli ed emarginate della società; troppo facile il trionfo del servo sul padrone, del povero sul ricco, del giovane oppresso sul vecchio conservatore e ottuso.
In questa ottica trova giustificazione l’uso del romanesco nel rendere i contenuti plautini, che in Pasolini è comunque in linea con quella che è stata la scelta privilegiata di tutta la sua opera: la periferia romana crogiolo vitale e vivace ove si fondono pulsioni istintuali, comportamenti triviali con ideali e slanci di riscatto da ingiustizie perpetrate in secoli e secoli di storia. Non di un capriccio si tratta dunque né di un allentamento del suo impegno civile ma di un voler mettere nella giusta cornice i protagonisti delle sue storie, dei suoi romanzi, dei suoi film, della sua poesia.
Così facendo ha voluto anche sottolineare la necessità della valorizzazione del parlare comune, il cosiddetto volgare, non come cifra di ignoranza ma come momento ove si fonda la vita dura ma vera di ogni giorno con la sapienza di affrontarla per portare avanti degli ideali. PPP sembra, nelle sue analisi, calpestare e trascurare tutto quanto la società nella quale vive gli ha approntato, religione compresa. Ma così non è; egli ha voluto rimettere tutto al vaglio della sua intelligenza per rendere credibile tutto quello che di buono poteva vedere nella storia del passato ma cancellare, al tempo stesso, tutto ciò che di stolto si trascinava nel presente.
Al di sopra di tutto metteva la dignità della persona oltre ogni classe, censo, ideologia: una religione dell’uomo, si potrebbe dire, anima i suoi ideali e ogni sua scelta. Tutto rivisita con desiderio irrefrenabile di conoscere le profondità insondabili dell’animo umano rimanendone per lo più insoddisfatto, o meglio soddisfatto soltanto dell’atto del perenne ricercare come condizione ideale e sublime con cui un uomo può convivere. Animato da tale impellenza riprende in mano Il Vangelo di Matteo che, secondo una recente analisi dell’Osservatore Romano, è stato giudicato la migliore e più fedele rivisitazione ed interpretazione del messaggio di Cristo fatto da un cineasta… nessuno, quindi, potrà più parlare di PPP come di uno scrittore senza religione, senza Dio. Tormento ed estasi, sudore di popolo e aromi inebrianti hanno caratterizzato la vita di PPP e mai gli hanno dato tregua: ricercati e voluti con tenacia, ma mai banalmente, perché nessuno lo ha mai trovato poco vigile o supinamente adagiato su posizioni di convenzionali bensì sempre alla ricerca di un ideale puro che ridisegnasse la struttura della società secondo una visione adamantina della quale mai doversi vergognare o pentire, totalmente incurante se poi, fosse destinata a scandalizzare, purché rispettosa di una verità non emibile, talvolta bruciante ma, al tempo stesso, totalmente appagante.
Mai, mai sarà possibile trovare che PPP, in qualsivoglia sua opera, manifestazione artistica o impegno civile o sociale abbia derogato da questa missione sacrale. Ben consapevole di ciò e ricco di motivazioni profonde ha sempre affrontato a testa alta tutto e tutti non indietreggiando dinanzi ad alcuno di destra o sinistra che fosse, atei o religiosi, poveri o ricchi, ignoranti o colti potenti o deboli sempre sicuro di potere attingere al fondo della sua anima le motivazioni inoppugnabili delle sue scelte.
Ciò ha comportato per PPP un atteggiamento di perenne lotta contro le convenzioni sociali ma soprattutto moralistiche o moraleggianti che lo hanno “costretto”, a suo stesso dire, ad un “esistenza da dannato” ma da cui non ha voluto mai recedere non inconsapevole che ciò lo avrebbe potuto portare alla sua rovina, come in realtà accadde: ma questa era la sua missione, il suo unico ed insostituibile motivo di vita. Quello che in particolare gli riempiva l’esistenza era l’abbraccio sincero degli ultimi, di coloro che si debbono inventare la vita tutti i giorni, che non hanno voce, sfruttati fin nelle midolla, che vengono, per lo più, rifiutati ma che sono in grado di manifestare, spesso, grande dignità e generosa umanità. PPP ha voluto dar voce a questa umanità: questo è stato il suo scopo di vita. Questa umanità la trovata soprattutto a Roma, nella Roma delle periferie, nella Roma delle strade polverose definite da palazzoni, nella Roma del dopoguerra caotica, popolare ma viva, genuina, vera; ma anche nella voce di Plauto e nella sua Roma popolare, nella sua elementarità apparente, assimilabile a tutte le periferie dell’umanità di ogni tempo e luogo: Roma come Atene, Napoli, Efeso…
Se leggiamo Il vantone con questo spirito vediamo che Palestrione (Ninetto Davoli), Pleusicle (il giovane innamorato), Filocomasio (il desiderio di Pleusicle), Periplecomeno (il vecchio saggio conoscitore della vita) contro Sceledro (il servo sciocco) e Pirgopolinice (Miles stolto e presuntuoso), esso cessa di essere semplicistico e banale e gli attori divengono magistrali interpreti della filosofia pasoliniana che nulla ha a che vedere con il giudizio affrettato e superficiale di un approccio poco attento. Né, date le premesse, avrebbe potuto essere diversamente.
Ecco il perché de “il Vantone” di Pasolini.
Gino Caudai

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Written by filippo

31 July 2015 at 10:56 pm

Carmen Medea Cassandra

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“Plautus Festival 2014″, presso l’Arena Plautina di Sarsina

Daniele Cipriani Entertainment presenta
Rossella Brescia e Vanessa Gravina in
CARMEN MEDEA CASSANDRA
Il processo

drammaturgia di Paolo Fallai
con Gennaro Di Biase e Amilcar Moret
musiche di George Bizet e Marco Schiavoni
con inserti di Escala, Thom Hanreoch, Elvis Presley, The Cinematic Orchestra e Amon Tobin

Coro e corpo di ballo: Compagnia DCE DanzItalia
Scene: Vito Zito
Costumi: Laura Antonelli e Elena Cicorella
Regia e coreografia: Luciano Cannito

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Trama

Il Processo è uno spettacolo intenso fatto di recitazione e danza.
E ha come protagoniste un’attrice e una ballerina: Vanessa Gravina e Rossella Brescia,
che ci spiegano chi sono le tre donne che interpretano.

Una storia di donne colpevoli. Comunque.
Carmen, Medea e Cassandra sono tre protagoniste della letteratura di tutti i tempi. Sappiamo che sono tre donne colpevoli, dall’infedeltà all’inutile capacità di “vedere” il futuro col cuore, al più terribile dei delitti. Sappiamo che poesia e musica non hanno saputo resistere alla tentazione di raccontarle. Sappiamo che sono state raccontate da uomini, con occhi, logica e leggi maschili.
Questo spettacolo non è un omaggio a queste protagoniste: vuole solo raccontarle con occhi femminili, restituire loro la parola in un “processo” che non è mai stato celebrato, come se ascoltarle non fosse necessario.
Per questo la scena si apre su due detenute in attesa di giudizio, non sappiamo per quale reato. Vediamo un ambiente claustrofobico, in cui combattono la paura e la speranza. Osserviamo quello che nella loro storia non si è visto, vediamo movimenti nascosti e ascoltiamo parole che non sono state dette.
Carmen, Medea e Cassandra non appartengono ad una leggenda senza tempo che le inchioda a stanchi rituali: sono dei classici perché vivono la nostra contemporaneità, con altri volti e altri nomi. Ma spesso, con identico destino, quello del silenzio e della condanna.
Per questo troviamo Carmen a Lampedusa, tra uno sbarco di migranti, i mercanti di carne umana e l’incerta debolezza di una autorità che non sa come opporsi a questa invasione disarmata.
Osserviamo Medea nel momento più drammatico: quello in cui si affronta l’indicibile, purtroppo quasi ogni giorno sulle pagine di cronaca. Durante un interrogatorio un giudice cerca di far confessare a Medea non tanto il delitto orribile ma le sue motivazioni. E’ la sciocca richiesta di spiegare un tabù inspiegabile.  Che viene rimosso, compresso in un angolo del suo animo dove nascondere l’urlo, e insieme annunciato come inevitabile. Ma quante sono le vittime di Medea prima che arrivi al sacrificio dei figli? Esistono quindi morti nobili e morti che si possono dimenticare?
Anche Cassandra, osservata in una Sicilia degli anni Cinquanta, è vittima di due colpe convergenti: l’amore puro e la legge maschile del potere.
Viene condannata perché rappresenta la minaccia di chi è capace di “guardare con il cuore” e quindi “vede” quello che gli occhi – da soli – non riescono a guardare. Ma Cassandra, pur nella sua sconfitta, rappresenta la superiorità del sentimento sul calcolo, dell’emozione sulla convenienza, dell’istinto sulla strategia. La capacità di osservare tutti gli Ulisse del mondo, così tronfi del potere delle loro armi e così ciechi da non vedere l’agguato mortale che li attende proprio dietro l’ultimo trionfo. Così banali da farsi addormentare da un televisore, novello cavallo di Troia.

Rossella Brescia e Vanessa Gravina – due artiste dal temperamento passionale e deciso – affiancate dal ballerino Amilcar Moret e dall’attore Gennaro Di Biase, sono le protagoniste di questo spettacolo ideato da Luciano Cannito, che ne firma la regia e la coreografia.
In esso il movimento e il testo non sono sacrificati l’uno all’altro, ma si pongono sullo stesso piano, vicendevolmente l’uno al servizio dell’altro, così che non ci si accorgerà se si stia ascoltando la danza oppure vedendo la parola.

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Written by filippo

17 August 2014 at 12:30 pm

Il vero amico (parte 2)

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Prima parte delle fotografie QUI.

Prima parte delle fotografie QUI.

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“Plautus Festival 2014″, presso l’Arena Plautina di Sarsina

Teatro e Società presenta
IL VERO AMICO
di Carlo Goldoni

con Massimo De Francovich – Gianna Giachetti – Lorenzo Lavia – Francesco Bonomo
e Federica Rosellini – Massimo Di Michele – Valentina Bartolo – Daniel Dwerryhouse

Scene: Matteo Soltanto
Luci: Pietro Sperduti
Musiche: Paolo Daniele
Costumi: Alessandro Lai
Regia: Lorenzo Lavia

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Note di regia

Quando mi chiedono come mai ho deciso di portare in scena Il Vero Amico, la mia risposta è “perché fa ridere” e senza falsi giri di parole è stato questo il vero ed anche il primo motivo per la scelta del testo. Ma è anche vero che il riso è solo l’effetto di un pensiero molto più profondo e non si può fermare solamente a questo, specialmente quando si affronta un grande autore della nostra tradizione teatrale come Carlo Goldoni, che essendo un autore che scrive in lingua italiana non semplifica la messa in scena.
Quando mettiamo in scena un autore straniero, specialmente un classico, si ha la “fortuna” di poterlo tradurre e quindi di estrapolare il vero significato della parola, soprattutto se si tratta di un linguaggio antico. Gli inglesi invidiano gli attori degli altri paesi perchè possono tradurre Shakespeare e non essere costretti ad un verso ed un ritmo che spesso tolgono il vero significato della parola: l’ “essere o non essere” ne è un chiaro esempio, così come per noi vedere “Sei personaggi in cerca d’autore” a Londra improvvisamente ce lo rende molto più chiaro.
Io credo che nel teatro di oggi siamo costretti a tradurre, a trasportare, a tradire un testo. Ma come si può tradurre dall’italiano all’italiano, come si può tradire per tirar fuori il pensiero se anche io sono costretto dalla parola di Goldoni, come gli inglesi con quella di Shakespeare?
Carlo Goldoni verso la metà del Settecento cominciò a porsi il problema dello scarso successo delle sue opere all’estero, come diceva lui “talvolta compatite”, e attribuì la colpa al fatto che il suo fosse un teatro “più di dialogo, che di intreccio”. Ed ecco il vero Amico l’esatto opposto. Un intreccio molto divertente, ma all’interno di una storia fatta di equivoci mette un personaggio di nome Ottavio, anche lui padre, anche lui “avaro”, anche lui con il grande problema della cassetta che sarà fondamentale per lo svolgimento della storia. Ogni personaggio ha il suo doppio e, come sappiamo, ogni doppio è il perturbante del suo corrispettivo, ma esiste l’elemento del denaro, e quindi della cassetta, come il vero perturbante di tutti i personaggi e della storia. Così, come in un gioco di analogie, abbiamo: Ottavio, la cassetta, “l’Avaro”, Arpagone, un personaggio scritto quasi cent’anni prima.
In una diatriba dell’epoca Diderot fu accusato di plagio nei confronti Goldoni, ma Diderot, a sua volta, accusò di plagio Goldoni nei confronti di Moliere, per aver copiato il personaggio di Arpagone nel suo Il Vero Amico. Goldoni non accettò la parola “plagio”, dicendo che si trattava di storie diverse, però, con grande onestà intellettuale, in una lettera di risposta a Diderot ammise la citazione, il gesto d’affetto nei confronti dell’ “Avaro”. Ma questo “gesto d’affetto” è molto importante all’interno della commedia.
È proprio partendo da questo punto che ho risolto il mio “problema” di dover tradurre/tradire il testo: ho aggiunto in due punti dello spettacolo delle battute prese dall’Avaro che traducono e tradiscono il testo originale, ma ce ne aprono anche un mondo più nascosto, senza toccare le parole scritte da Goldoni e soprattutto il mio primo intento, che resta quello di far ridere il pubblico.
– Lorenzo Lavia

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Written by filippo

15 August 2014 at 10:49 pm

Il vero amico (parte 1)

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Seconda parte delle fotografie QUI.

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“Plautus Festival 2014″, presso l’Arena Plautina di Sarsina

Teatro e Società presenta
IL VERO AMICO
di Carlo Goldoni

con Massimo De Francovich – Gianna Giachetti – Lorenzo Lavia – Francesco Bonomo
e Federica Rosellini – Massimo Di Michele – Valentina Bartolo – Daniel Dwerryhouse

Scene: Matteo Soltanto
Luci: Pietro Sperduti
Musiche: Paolo Daniele
Costumi: Alessandro Lai
Regia: Lorenzo Lavia

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Note di regia

Quando mi chiedono come mai ho deciso di portare in scena Il Vero Amico, la mia risposta è “perché fa ridere” e senza falsi giri di parole è stato questo il vero ed anche il primo motivo per la scelta del testo. Ma è anche vero che il riso è solo l’effetto di un pensiero molto più profondo e non si può fermare solamente a questo, specialmente quando si affronta un grande autore della nostra tradizione teatrale come Carlo Goldoni, che essendo un autore che scrive in lingua italiana non semplifica la messa in scena.
Quando mettiamo in scena un autore straniero, specialmente un classico, si ha la “fortuna” di poterlo tradurre e quindi di estrapolare il vero significato della parola, soprattutto se si tratta di un linguaggio antico. Gli inglesi invidiano gli attori degli altri paesi perchè possono tradurre Shakespeare e non essere costretti ad un verso ed un ritmo che spesso tolgono il vero significato della parola:  l’ “essere o non essere” ne è un chiaro esempio, così come per noi vedere “Sei personaggi in cerca d’autore” a Londra improvvisamente ce lo rende molto più chiaro.
Io credo che nel teatro di oggi siamo costretti a tradurre, a trasportare, a tradire un testo. Ma come si può tradurre dall’italiano all’italiano, come si può tradire per tirar fuori il pensiero se anche io sono costretto dalla parola di Goldoni, come gli inglesi con quella di Shakespeare?
Carlo Goldoni verso la metà del Settecento cominciò a porsi il problema dello scarso successo delle sue opere all’estero, come diceva lui “talvolta compatite”, e attribuì la colpa al fatto che il suo fosse un teatro “più di dialogo, che di intreccio”. Ed ecco il vero Amico l’esatto opposto. Un intreccio molto divertente, ma all’interno di una storia fatta di equivoci mette un personaggio di nome Ottavio, anche lui padre, anche lui “avaro”, anche lui con il grande problema della cassetta che sarà fondamentale per lo svolgimento della storia. Ogni personaggio ha il suo doppio e, come sappiamo, ogni doppio è il perturbante del suo corrispettivo, ma esiste l’elemento del denaro, e quindi della cassetta, come il vero perturbante di tutti i personaggi e della storia. Così, come in un gioco di analogie, abbiamo: Ottavio, la cassetta, “l’Avaro”, Arpagone, un personaggio scritto quasi cent’anni prima.
In una diatriba dell’epoca Diderot fu accusato di plagio nei confronti Goldoni, ma Diderot, a sua volta, accusò di plagio Goldoni nei confronti di Moliere, per aver copiato il personaggio di Arpagone nel suo Il Vero Amico. Goldoni non accettò la parola “plagio”, dicendo che si trattava di storie diverse, però, con grande onestà intellettuale, in una lettera di risposta a Diderot ammise la citazione, il gesto d’affetto nei confronti dell’ “Avaro”. Ma questo “gesto d’affetto” è molto importante all’interno della commedia.
È proprio partendo da questo punto che ho risolto il mio “problema” di dover tradurre/tradire il testo: ho aggiunto in due punti dello spettacolo delle battute prese dall’Avaro che traducono e tradiscono il testo originale, ma ce ne aprono anche un mondo più nascosto, senza toccare le parole scritte da Goldoni e soprattutto il mio primo intento, che resta quello di far ridere il pubblico.
– Lorenzo Lavia

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Written by filippo

15 August 2014 at 10:30 pm