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Presentazione del mio libro Korean dream, made in Korea

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Presentazione del mio libro Korean dream, made in Korea

Presentazione del mio libro Korean dream, made in Korea

Sabato 13 Luglio, alle ore 13, presenterò il mio libro sulla Corea del Nord e del Sud al Festival della Fotografia “Cortona On The Move”.

Informazioni sul libro nei seguenti link:
www.filippoventuri.photography/koreabook
www.cortonaonthemove.com

 

Korean dream, made in Korea – Il Libro

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Korean dream, made in Korea - Il Libro

“Korean dream, made in Korea”

Disponibile la nuova edizione del libro fotografico di Filippo Venturi sulla Corea del Nord e del Sud, in tiratura limitata di 150 copie! Il volume, in italiano e inglese, sfogliabile da entrambi i lati, racchiude il progetto dell’autore sulle analogie e contraddizioni della penisola coreana. Con un testo di Junko Terao, editor di Internazionale.

”L’approfondimento antropologico, preciso e puntuale, che si accompagna ad ogni immagine, fornisce spunti di riflessione su chi siamo e dove stiamo andando. Per questa ragione il lavoro supera il “reportage” e la fotografia di genere destando un interesse universale.” – Davide Grossi

 

Fotografie di Filippo Venturi
Testi di Filippo Venturi e Junko Terao
Casa editrice Emuse
ISBN-10: 8832007037
ISBN-13: 978-8832007039

€. 40,00
Copertina rigida
Formato 21x28cm
63 fotografie a colori
Tiratura limitata di 150 copie numerate
Per ordini e prenotazioni: filippo.venturi@gmail.com

 

Presentazione
Fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Corea era un unico Stato, con un lungo passato di dominazioni ma con solide radici culturali. Una sanguinosa guerra lo ha diviso e ne ha modificato il destino creando due nazioni che marciano a ritmi diversi ma che, curiosamente, mantengono alcune peculiarità simili. Nonostante le differenti sorti, Nord e Sud sono alle prese con la stessa affannosa ricerca, nel tentativo di esibire la propria eccellenza al mondo, sia dal punto di vista sociale che tecnologico, esercitando una enorme pressione sui giovani, a cui è affidato il compito fondamentale di condurre il paese, a Sud, verso la modernità e lo sviluppo economico, a Nord, verso un riscatto politico che esige la riunificazione e l’indipendenza.
Partendo da un accurato lavoro di ricerca e di preparazione del viaggio, Filippo Venturi ha dato avvio, nel 2014, a un progetto sulla penisola coreana. Nel 2015 ha realizzato, in Corea del Sud, Made in Korea, prima parte del progetto. Nel 2017, dopo circa due anni, necessari per documentarsi e per le lunghe procedure per ottenere il visto, si è recato in Corea del Nord per realizzare la seconda parte, Korean Dream.

Estratto dal testo critico di Davide Grossi sul lavoro di Filippo Venturi
Tutte le immagini sono rigorosissime e raffinate, nessun elemento appare “troppo” o “troppo poco”. Sorpresa, leggera ironia e mai sarcasmo. Stupore, curiosità e mai preconcetto. “L’occhio del fotografo” è preciso, si interroga, esplora, impara e ci restituisce immagini bellissime dove tutto è bilanciato e maledettamente nel posto giusto al momento giusto. Un’eleganza spiazzante, dalla quale tanti autori famosi potrebbero trarre insegnamento. Ma ciò che più colpisce è la capacità e la volontà dell’autore di parlare dell’uomo moderno e dei propri malesseri. Come la migliore arte contemporanea. L’approfondimento antropologico, preciso e puntuale, che si accompagna ad ogni immagine, fornisce spunti di riflessione su chi siamo e dove stiamo andando. Per questa ragione il lavoro supera il “reportage” e la fotografia di genere destando un interesse universale.

Riconoscimenti
Questo progetto fotografico ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti, fra i quali: vincitore ai Sony World Photography Awards, ai New Talents di Fondazione Fotografia Modena, ai LensCulture Emerging Talent Awards, al Portfolio Italia (Gran Premio Hasselblad), al Premio Voglino (Frame Foto Festival), al Premio Il Reportage (Umbria Photo Fest) e al Gomma Photography Grant.
È stato esposto in luoghi prestigiosi come la Somerset House di Londra, il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, il Foro Boario di Modena, lo U Space di Pechino, la Willy Brandt Haus di Berlino, il Kaunas Photo Festival in Lituania, il Sony Square di New York City, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena, il SI Fest di Savignano e il Festival della Fotografia Etica di Lodi.
È stato pubblicato in quotidiani e riviste come Vanity Fair, Internazionale, La Stampa, Repubblica, Il Manifesto, Il Reportage, Das Magazin, L’Officiel Voyage Russia, Monthly Photography South Korea e ospitato su programmi televisivi come il TG1 e TG3 nel Mondo, ospite di Maria Cuffaro.

 

Made in Korea, recensito su The Mammoth’s Reflex

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Made in Korea recensito su The Mammoth’s Reflex

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Il mio ebook Made in Korea è recensito su The Mammoth’s Reflex da Claudia Stritof :)
L’articolo originale è visibile a questo indirizzo: Made in Korea. Ecco il libro di Filippo Venturi.

The Mammoth’s Reflex è una piattaforma di contenuti dedicati al mondo della fotografia, costruita con la collaborazione di giornalisti, fotografi, blogger e appassionati che contribuiscono al progetto inviando contenuti su mostre, festival, progetti fotografici, libri, incontri, spunti di conversazione e materiali artistici.

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Made in Korea, recensito su The Mammoth’s Reflex

Come un antropologo sul campo il fotografo Filippo Venturi con il libro Made in Korea (Emuse editore) fa il resoconto visivo di quello che è stato il suo lungo viaggio intrapreso meno di un anno fa nella Corea del Sud, partendo dalla capitale Seoul per poi scendere fino a Busan.
Un libro che mette in luce le contraddizioni interne di un paese che fino a cinquanta anni fa è stato afflitto da carestie e «oppresso da dominazioni straniere e dittatori», ma che oggi è diventato uno dei paesi economicamente più avanzati al mondo grazie al considerevole sviluppo tecnologico.
Contraddizioni che riemergono con forza negli scatti di Filippo Venturi in cui una ragazza osserva con attenzione un cartellone pubblicitario di una clinica di bellezza, dei ragazzi ben vestiti dormono con la testa appoggiata su dei tavoli di un pub, mentre un gruppo di persone, senza mai distogliere lo sguardo dal proprio smartphone, siede in un centro commerciale di fronte alla riproduzione della fontana di Trevi.

Il libro di Venturi è uno spaccato su un mondo in perenne evoluzione, in bilico tra natura e artificio, alla ricerca di un sogno che spesso assume i connotati di un vero e proprio incubo, dove lo stereotipo dilaga e la ricerca del nuovo e del bello diventa canone da dover rispettare rigorosamente per poter far parte a tutti gli effetti del sistema sociale, in cui i primi a farne le spese sono proprio i coreani.

In poco tempo la Corea è diventato un paese all’avanguardia in campo tecnologico se si pensa alle grandi multinazionali come Hyundai, LG e la Samsung, “il più importante gruppo industriale del paese e un colosso che da solo genera un quinto del PIL coreano“, i ritmi di crescita economici sono forsennati e altrettanto quelli dei suoi abitanti che vengono spronati a studiare a ritmi serrati fin da piccoli perché “una persona senza istruzione è come una bestia che indossa abiti”. L’incremento delle ore di studio è proporzionale alla crescita dei ragazzi e un popolare detto, riferito specialmente agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, afferma “se dormi tre ore al giorno potrai riuscire a entrare in una delle SKY [Seoul National University, Korea University e Yonsei University], se dormi quattro ore al giorno potrai riuscire ad entrare in un’università, se dormi cinque ore al giorno scordati l’università”.
All’eccellenza intellettuale si lega la cura per il corpo, ed ecco che la città mette a disposizione dei suoi abitanti attrezzature sportive negli spazi pubblici e se questo non dovesse bastare per rientrare nei giusti canoni, che spesso si richiamano a quelli occidentali, ci pensa la chirurgia estetica, quasi un’ossessione per i coreani, tanto che piccoli interventi chirurgici vengono regalati dai genitori per la promozione all’università dei propri figli.
Made in Korea è un’indagine realizzata con attenzione e analisi critica dal fotografo Filippo Venturi, e in quanto tale apre un ampio ventaglio di interrogativi riguardo agli effetti che questa “rincorsa alla modernità, al progresso tecnologico e industriale, mediante una smisurata competizione, nella ricerca della perfezione estetica, scolastica” e professionale ha portato con sé, tra questi la dipendenza da internet e dalla tecnologia, tanto che il parlamento ha varato una legge per impedire agli “adolescenti al di sotto dei 16 anni di giocare ai videogame online da mezzanotte alle sei del mattino”, a cui si aggiunge la dipendenza da alcol e un elevato tasso di suicidi, che coinvolge specialmente gli studenti.

Quello di Filippo Venturi è un racconto fatto di immagini vivide e dirette, che mette in luce usi e costumi di un paese alla ricerca di sé stesso, perché come afferma Confucio “solo i più saggi o i più stupidi degli uomini non cambiano mai“, ma sta agli uomini stessi decidere quale strada e indirizzo dare ai propri cambiamenti, ben vengano i primati ma se questi non sono ottenuti a costo della perdita dell’identità e della propria natura, poiché “la nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, bensì nel rialzarci ogni volta che cadiamo”.

Il libro Made in Korea, è edito da emuse, e all’interno sono contenuti due interessanti saggi critici scritti da Silvia Camporesi e Davide Grossi.

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Written by filippo

6 November 2015 at 11:03 am

John Fante, La confraternita dell’uva (4° parte)

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John Fante, La confraternita dell’uva

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovich Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. “L’idiota”, “I demoni”, “I fratelli Karamazov”, “Il giocatore”. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

[…]

Domenica di Pasqua. Avevo dodici anni. Eravamo, tutta la famiglia, alla fattoria dei Santucci: orde di italiani venuti da tutta la contea, lunghe tavolate subissate di vino, pasta, insalata, capretto arrosto, e il mio vecchio con la testa d’un capretto nel proprio piatto, intento a mangiarsene il cervello e gli occhi, ridendosela di gusto mentre esibiva il trofeo al cospetto delle donne che strillavano per l’orrore. E dopo, una partita di softball. Qualcuno fece finire la palla oltre la siepe, in un campo più in là. Io, per inseguirla, feci un salto e atterrai su mio padre il quale, nascosto nell’erba alta, con quel suo culone bianco come una luna invernale, si stava pompando la signora Santucci, che poi sarebbe stata la migliore amica di mia madre. Sbalordito, me la diedi a gambe verso il frutteto, al di là del torrente, giù per il boschetto di peri. Mio padre mi venne dietro di corsa. Io ero veloce come un daino, e pensavo che non mi avrebbe mai preso, invece ci riuscì. Mi diede uno scossone. Dalla furia stava sputando: – Dì una sola parola a tua madre e perdio ti uccido!
Il resto di quel lungo pomeriggio lo trascorsi al fianco di mia madre impegnata a far pettegolezzi con le altre signore sul prato. Non volevo lasciarla. Stavo seduto sull’erba, stretto all’orlo della sua gonna, cosa che finì per infastidirla. – Và a giocare con gli altri ragazzini, – disse, – mi stai annoiando.

[…]

La portai sulla soletta. Lui con la cazzuola stese uno strato di malta e tolse la pietra dalla mia presa. Ecco il momento della verità. Paonazzo, con gli occhi che stavano per schizzargli fuori dalle orbite, lasciò andare la presa e cadde sulle ginocchia. Riprovò. Stavolta riuscì a sistemare la pietra sulla malta, ma stava già bestemmiando in italiano: imprecava contro la pietra, contro il mondo, contro se stesso. Lo guardai, cosa che non gli piacque, e imprecò anche contro di me.
Cercando di calmarlo, dissi: – Non ti preoccupare, sei un po’ fuori allenamento, quest’è tutto.
– Taci -. Indicò con la cazzuola. – Quella. Era un altro peso massimo. La presi su.
– Senti papà. Tu metti la malta e io metto le pietre.
– Taci.
Stese la malta e prese la pietra dalle mie braccia, lottando aspramente, sopraffatto da quel peso, e tuttavia riuscì a piazzarla nella giusta posizione.
Dopo due ore che trafficavamo con le pietre piccole, cercava di stare in posizione eretta ma aveva le reni a pezzi e non ce la faceva più. Piegato come uno scimmione, barcollò fino alla riva del torrente e tirò su il boccione. Si distese sulla pancia e si attaccò al vino freddo, la faccia penosamente afflosciata, gli occhi smarriti. La foresta lo guardava, comprendendo la sua crisi. Gli alberi sospirarono. Gli uccelli, allarmati, parlottavano. Il cielo lo teneva d’occhio, in un azzurro compassionevole. Mio padre, il mio povero vecchio! Era stato sconfitto, lo sapeva, ma non voleva ammetterlo.
Ne aveva costruite di cose con quella pietra, e chiese, e scuole, e almeno una biblioteca: ma adesso se la stava vedendo brutta assai per tirar su un affumicatoio di tre metri e mezzo, senza finestre e con una sola porta.
E sia: che la sconfitta trionfi, pensai, e che si renda conto che tutto ciò è al di là delle sue forze e dei suoi anni; che la butti, quella cazzuola, e mandi al diavolo questa montagna e se ne vada a casa. Dio benedica i cervi!
Lasciandomi cadere al suo fianco, presi il boccione. Quel vino! Mi rifece la bocca, la carne, la pelle, il cuore e l’anima, e ringraziai Dio per le colline di Angelo Musso. Sdraiati in silenzio, ascoltavamo gli uccelli e ci passavamo il boccione.
Gli domandai che cosa avesse in mente.
– Dobbiamo schiattare le pietre, così dalle più grandi ne otteniamo di più piccole.

[…]

Andavamo bene. Quand’era stanco, lui chiedeva vino. Non ce la faceva a raddrizzarsi e così, quando beveva, pareva una scimmia. Cominciò a sudare, e sulla schiena e sotto le ascelle gli comparvero delle chiazze di colore rosa. Che diavolo, pensai, è nutriente, è zucchero d’uva, è energia, e bevvi con lui tutte le volte. Stavamo andando bene, proprio bene.
Eravamo stanchi e inebetiti, e a un certo punto mi parve di vedere uno gnomo col cappello rosso nel bosco mentre il sole scivolava sopra gli alberi e i muri dell’affumicatoio germogliavano verso il cielo.
Finimmo di lavorare quando si fece buio. Avremmo potuto continuare al chiaro di luna, ma in quel caso avremmo raggiunto il limite estremo della pazzia. Poteva arrivare Sam Ramponi da Reno e farsi una solenne risata. Gli ospiti del motel si sarebbero chiesti che stava succedendo. Decidemmo che era finita la giornata. Avevamo bevuto due galloni. Ne avevamo pisciati tre o quattro. Ci girava la testa e facevamo paura. Il vecchio Nick se la rideva.

[…]

Ora andavamo veloci. Dovevamo filarcela. Io spaccavo le grosse pietre e il vecchio le incastrava nel muro. Eravamo in mare aperto, su una zattera, e ci davamo da fare quasi stessimo stabilendo un primato. Fatti una bevuta, figlio. Una corsa. Fatti una bevuta, papà. Non c’era né partenza né traguardo. Via, veloci. Lui buttò da una parte il filo a piombo.
Smise di usare la livella. Lavorava d’istinto. Talvolta abbassava il capo per controllare la linea del muro e sbirciava. Il piombo lo manteneva così. Il muro cresceva e il vino calava. Una volta guardai verso il cielo e domandai: – Che ora è? -. Rispose lui: – Non esistono, le ore, – e risi. Dio, se era profondo.
Quando finì il vino, Ramponi ne portò dell’altro da Reno. Giusto in tempo. Proprio nel momento dell’ultima goccia dell’ultimo boccione. Quello buono, di Angelo Musso.

[…]

Le luci erano spente e la casa di mia madre era al buio quando svoltai nel cortile, ma vidi che l’ingresso principale era aperto e sentii il cigolio di una sedia a dondolo sulla veranda, e poi la voce di mia madre.
– E’ morto?
Nella sua voce non c’era ansia, non emozione, soltanto una accettazione passiva di ciò che doveva essere.
– No, mamma. Vengo giusto dall’ospedale.
– Come sta?
– Bene, – dissi, scrutando l’oscurità in cerca di un poco del suo viso. – Il dottor Maselli sta con lui -. Mi sedetti
sull’ultimo gradino della veranda e mi appoggiai alla staccionata.
– Me la sentivo, – disse lei. – L’ho sempre saputo. E’ un fatto di cuore?
– Ha preso il diabete.
Si alzò e baciò un rosario bianco che aveva in mano.
– Suo padre morì di diabete.
– Quanti anni aveva?
– Era giovane. Ne aveva solo ottanta. Quand’è che possiamo andare a trovarlo?
– Forse domani.
– Hai fame? Ho fatto un pezzo di carne.
La seguii in casa. La carne era nel forno aperto. Non aveva un’aria appetitosa, era come se fosse stata preparata per mio padre: la sua cena, e io non potevo mangiarla. Mentre spalmavo burro di arachidi su una fetta di pane, mia madre si fece sulla porta. Aveva un vestito grigio e azzurro con uno scialle nero sul capo.
– Vado in chiesa.
– A quest’ora? Sarà chiusa.
– Non più. Padre Martin tiene le porte aperte tutta la notte.
– Vacci di mattina.
– Ci vado ora, voglio pregare.
– Ti chiamo un taxi.
– No, mi va di camminare.
Se ne andò, e io sentii il burro d’arachidi che mi s’attaccava al palato, poi pensai a lei che stava facendosi sette isolati di notte, attraversava la ferrovia, superava il deposito di legname e arrivava a Pacific Street, alla chiesa di legno del quartiere messicano. Andai con lei.
La raggiunsi, e lei non si accorse che ero là; continuava assorta in altri pensieri, con serena determinazione. Come mi pareva bella in quella notte tiepida, lungo quella strada di case cadenti appena illuminata; innamorata del suo marito tiranno che stava all’ospedale, con quel viso di colomba e i movimenti dolci che mi ricordavano una vecchia fotografia di lei a vent’anni, con un bel cappello ampio al Capitol Park di Sacramento, appoggiata a un albero, sorridente; preziosa

[…]

Mi inginocchiai anch’io al suo fianco, e ascoltai il vecchio edificio che cigolava e ansimava dopo tutto il calore della giornata. C’era un odore di strati e strati d’incenso e di fiori freschi, di matrimoni e di funerali insieme, e poi ombre che guizzavano sulle pareti dietro le ghirlande di luci della vigilia.
La pace ammorbidì il volto di mia madre. Non si era sposata in quella chiesa, ma era lì che i suoi figli erano stati battezzati, ed erano poi stati educati dalle suore di quella parrocchia. Ora era la fede che la nutriva, e dal modo in cui le sue labbra si muovevano si poteva capire che stava assorbendo tutta la magia del posto.

[…]

Mentre aspettavano malinconici coi loro vestiti della domenica, gli amici che s’erano incaricati di portare la bara si facevano ombra sotto un grosso olmo, in quel mesto, bollente pomeriggio. Erano Zarlingo, Cavallaro, Antrilli, Mascarini, Benedetti e Rocco Mangone. Erano belli come vecchie pietre sparpagliate su un terreno in pendio. Il dolore mi prese alla gola come una trota che saltava, e li guardai. Ora che non avevo più il mio, avrei preso uno qualunque di loro perché mi fosse padre. Davvero: qualunque uomo, o magari un cespuglio, un albero, un sasso, purché mi volesse come figlio. Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

28 December 2013 at 9:31 am

John Fante, La confraternita dell’uva (3° parte)

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Edvard Munch, Melancolia

Edvard Munch, Melancolia

– Ci vai a Donner Pass con tuo padre? – m’interrogò.
– Ma no.
– Insomma, vuoi che il tuo vecchio va da solo fino a lassù, a trascinare pietre, a impastare la malta, a costruire una casa di sassi tutta da solo?
– Se è questo ciò che vuole, si accomodi: io non gli sbarro il passo.
– In altre parole, non te ne frega un cazzo se tuo padre vive o muore.
– Questo lo non l’ho detto, l’ha detto lei.
– E un uomo orgoglioso, – disse Cavallaro, – non lo capisci?
– L’orgoglio precedette la caduta.
D’improvviso il vecchio Zarlingo fece uno scarto e mi assestò un gran ceffone su una guancia, a palmo aperto. Fu un colpo duro, a sorpresa, scioccante. Lui sembrava più sorpreso di me per quello che aveva fatto, e Cavallaro rimase lì interdetto. Io risi. Non potevo far altro. Risi per nascondere la mia rabbia e mi allontanai lungo il vialetto, fino al marciapiede, dove mi voltai, in un impeto d’ira che mi cresceva nelle costole.
– Bifolco! – strillai. – Vecchio bacucco d’un patetico ubriacone!
– Smidollato! – gridò lui, avanzando lungo i gradini verso di me. – E’ meglio che porti rispetto!
Pensai di affrontarlo, pensai perfino di picchiarlo: ma la cosa non aveva senso, non aveva senso specialmente la mia ira, e così me la filai rapidamente. Sbirciando alle mie spalle vidi che stava tirando su una lattina di birra dall’immondizia e che me la tirava dietro. La lattina rotolò innocua oltre i miei piedi, e la cosa mi fece ridere di nuovo. Seguitai a camminare, verso la città. E nella mia mente scattò la decisione: me ne andavo da quella dannata città. Tempo tre, quattro ore, e sarei stato sotto le coperte nel mio letto, lontano quattrocento miglia, ad ascoltare il respiro della risacca, e tutti questi brutti sogni me li sarei scordati. Percorsi tutta Pleasant Street e poi imboccai Lincoln, poi a destra in direzione del capolinea delle corriere.
Nel vicolo, la corriera per Sacramento sbuffava pesantemente raccogliendo un pugno di passeggeri. Comprai un biglietto e mi diressi alla corriera, ma non vi salii. Avevo perduto la facoltà di prendere una decisione. Più indugiavo – coll’autista in attesa che mi osservava di tra la portiera – e più grave mi appariva quella scelta, con la paura che mi s’insinuava dentro, la paura di scoccare un colpo fatale ai miei anziani genitori, la paura di dovermi pentire per il resto dei miei giorni. Dovevo restare. Non per scelta, ma per dovere. Così mi incamminai di nuovo verso casa, cercando in me stesso l’empito di zelo cristiano che mi aveva fatto fare quella buona azione, precostituendomi una ricompensa nei cieli.
Quando raggiunsi casa, la Datsun, e con lei Zarlingo e Cavallaro, non c’erano più. In camera da letto mia madre stava seduta al fianco del vecchio, che svestito giaceva sotto un lenzuolo, nel calore della piccola stanza.
– Dov’eri andato? – disse mia madre. – Ero così preoccupata.
– Di che?
– Tu sei uno scrittore. Questa città, di notte, non è posto per uno come te.
Credetti di sentir singhiozzare mio padre e mi avvicinai a lui. Stava piangendo nel sonno: le lacrime sgorgavano da quegli occhi chiusi. Lei gli asciugava le ciglia umide con l’orlo del lenzuolo.
– Perché piange?
– Sta sognando. Vuole sua madre.
Sua madre. Morta da sessant’anni.
Ammutolii e filai in cucina, in cerca di vino.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

23 December 2013 at 5:44 pm