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La Corea a “Più Libri Più Liberi”

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La Corea a Più Libri Più Liberi

Domenica 9 dicembre, alle ore 18.30 nella Sala Nettuno, alla Fiera Più Libri Più Liberi, presenterò il mio libro sulla penisola coreana, contenente i lavori fotografici Made in Korea e Korean Dream.

Il mio editore, emuse, sarà presente allo Stand L12, presso La Nuvola (Viale Asia n. 40 – Roma).

COMUNICATO UFFICIALE:

Il futuro lungo il 38° parallelo: le due Coree tra sviluppo e propaganda
Domenica 9 dicembre dalle ore 18.30 presso la sala Nettuno
Corea del Nord e Corea del Sud sono alle prese con la stessa affannosa ricerca, nel tentativo di esibire la propria eccellenza al mondo, sia dal punto di vista sociale che tecnologico, esercitando una enorme pressione sui giovani, a cui è affidato il compito fondamentale di condurre il Paese, a Sud, verso la modernità e lo sviluppo economico, a Nord, verso un riscatto politico agito anche attraverso la minaccia atomica.
Filippo Venturi, fotoreporter, e Junko Terao, editor di «Internazionale», ci aiutano a capire lo sviluppo controverso di questi due Paesi alla ribalta della cronaca.

Più libri più liberi è la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che si svolgerà a Roma dal 5 al 9 dicembre 2018. Fiera dedicata esclusivamente all’editoria indipendente, dedica, all’interno del nuovo centro congressi della capitale, La Nuvola, cinque giorni e oltre 600 eventi in cui incontrare gli autori, assistere a reading e performance musicali e ascoltare dibattiti sulle tematiche di settore.

Written by filippo

4 December 2018 at 8:23 am

Made in Korea, recensito su The Mammoth’s Reflex

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Made in Korea recensito su The Mammoth’s Reflex

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Il mio ebook Made in Korea è recensito su The Mammoth’s Reflex da Claudia Stritof :)
L’articolo originale è visibile a questo indirizzo: Made in Korea. Ecco il libro di Filippo Venturi.

The Mammoth’s Reflex è una piattaforma di contenuti dedicati al mondo della fotografia, costruita con la collaborazione di giornalisti, fotografi, blogger e appassionati che contribuiscono al progetto inviando contenuti su mostre, festival, progetti fotografici, libri, incontri, spunti di conversazione e materiali artistici.

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Made in Korea, recensito su The Mammoth’s Reflex

Come un antropologo sul campo il fotografo Filippo Venturi con il libro Made in Korea (Emuse editore) fa il resoconto visivo di quello che è stato il suo lungo viaggio intrapreso meno di un anno fa nella Corea del Sud, partendo dalla capitale Seoul per poi scendere fino a Busan.
Un libro che mette in luce le contraddizioni interne di un paese che fino a cinquanta anni fa è stato afflitto da carestie e «oppresso da dominazioni straniere e dittatori», ma che oggi è diventato uno dei paesi economicamente più avanzati al mondo grazie al considerevole sviluppo tecnologico.
Contraddizioni che riemergono con forza negli scatti di Filippo Venturi in cui una ragazza osserva con attenzione un cartellone pubblicitario di una clinica di bellezza, dei ragazzi ben vestiti dormono con la testa appoggiata su dei tavoli di un pub, mentre un gruppo di persone, senza mai distogliere lo sguardo dal proprio smartphone, siede in un centro commerciale di fronte alla riproduzione della fontana di Trevi.

Il libro di Venturi è uno spaccato su un mondo in perenne evoluzione, in bilico tra natura e artificio, alla ricerca di un sogno che spesso assume i connotati di un vero e proprio incubo, dove lo stereotipo dilaga e la ricerca del nuovo e del bello diventa canone da dover rispettare rigorosamente per poter far parte a tutti gli effetti del sistema sociale, in cui i primi a farne le spese sono proprio i coreani.

In poco tempo la Corea è diventato un paese all’avanguardia in campo tecnologico se si pensa alle grandi multinazionali come Hyundai, LG e la Samsung, “il più importante gruppo industriale del paese e un colosso che da solo genera un quinto del PIL coreano“, i ritmi di crescita economici sono forsennati e altrettanto quelli dei suoi abitanti che vengono spronati a studiare a ritmi serrati fin da piccoli perché “una persona senza istruzione è come una bestia che indossa abiti”. L’incremento delle ore di studio è proporzionale alla crescita dei ragazzi e un popolare detto, riferito specialmente agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, afferma “se dormi tre ore al giorno potrai riuscire a entrare in una delle SKY [Seoul National University, Korea University e Yonsei University], se dormi quattro ore al giorno potrai riuscire ad entrare in un’università, se dormi cinque ore al giorno scordati l’università”.
All’eccellenza intellettuale si lega la cura per il corpo, ed ecco che la città mette a disposizione dei suoi abitanti attrezzature sportive negli spazi pubblici e se questo non dovesse bastare per rientrare nei giusti canoni, che spesso si richiamano a quelli occidentali, ci pensa la chirurgia estetica, quasi un’ossessione per i coreani, tanto che piccoli interventi chirurgici vengono regalati dai genitori per la promozione all’università dei propri figli.
Made in Korea è un’indagine realizzata con attenzione e analisi critica dal fotografo Filippo Venturi, e in quanto tale apre un ampio ventaglio di interrogativi riguardo agli effetti che questa “rincorsa alla modernità, al progresso tecnologico e industriale, mediante una smisurata competizione, nella ricerca della perfezione estetica, scolastica” e professionale ha portato con sé, tra questi la dipendenza da internet e dalla tecnologia, tanto che il parlamento ha varato una legge per impedire agli “adolescenti al di sotto dei 16 anni di giocare ai videogame online da mezzanotte alle sei del mattino”, a cui si aggiunge la dipendenza da alcol e un elevato tasso di suicidi, che coinvolge specialmente gli studenti.

Quello di Filippo Venturi è un racconto fatto di immagini vivide e dirette, che mette in luce usi e costumi di un paese alla ricerca di sé stesso, perché come afferma Confucio “solo i più saggi o i più stupidi degli uomini non cambiano mai“, ma sta agli uomini stessi decidere quale strada e indirizzo dare ai propri cambiamenti, ben vengano i primati ma se questi non sono ottenuti a costo della perdita dell’identità e della propria natura, poiché “la nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, bensì nel rialzarci ogni volta che cadiamo”.

Il libro Made in Korea, è edito da emuse, e all’interno sono contenuti due interessanti saggi critici scritti da Silvia Camporesi e Davide Grossi.

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Written by filippo

6 November 2015 at 11:03 am

Amnesia in litteris

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Amnesia in litteris

[…]
Finché anch’io arrivo a un punto che certo è il culmine del racconto e mi strappa un forte: «Ah! Che splendida pensata! Com’è ben detto!» e chiudo per un momento gli occhi per ripensare a quanto ho letto, che apre un varco nella babele dei miei pensieri, mi fa scorgere prospettive del tutto nuove, fa fluire verso di me nuove idee e associazioni, sì, mi mette perfino nell’orecchio quell’eterna pulce: «Devi cambiare la tua vita!» E quasi meccanicamente allungo la mano verso la matita e penso: «Questa te la devi segnare», e «ci scriverai vicino un “Molto bene” con un grosso punto esclamativo, e con un paio di parole chiave annoterai i pensieri che questo brano ti ha fatto venire in mente, per aiutare la memoria e documentare il rispetto che provi per l’autore che ti ha così illuminato!»
Ma, sorpresa! Quando porto la matita sulla pagina per scarabocchiarci il mio «Molto bene!» mi accorgo che un «Molto bene!» c’è già, e anche le parole chiave che volevo annotare il lettore che mi ha preceduto le ha già scritte, e con una calligrafia che conosco molto bene: la mia. Infatti il mio predecessore altri non era se non io stesso. Ho già letto questo libro molto tempo fa.
Allora mi assale una pena indicibile. È una ricaduta dell’antico morbo: l’amnesia in litteris, la perdita totale della memoria letteraria. E mi sento travolgere da un’ondata di rassegnazione davanti all’inutilità di tutti gli sforzi di sapere e di tutti gli sforzi in genere. Perché leggere, dunque, perché rileggere questo libro ancora una volta quando so benissimo che tra poco non mi resterà più neppure l’ombra di un ricordo? Perché, mi chiedo allora, fare qualunque cosa, quando tutto alla fine si disintegra? Perché vivere, quando comunque si deve morire? E richiudo il bel libro, mi alzo e abbattuto, come un cane bastonato, torno davanti alla libreria e lo ripongo in mezzo ad una schiera di volumi altrettanto anonimi e dimenticati.
[…]

P. Süskind, da Amnesia in litteris, in Ossessioni, Milano, Longanesi, 2007 [trad. L. Pignatti]

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Written by filippo

22 February 2015 at 7:01 pm

L’Uomo di Marte, recensione

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Recensione del libro L'Uomo di Marte, di Andy Weir

Recensione del libro L’Uomo di Marte, di Andy Weir

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E’ la versione più probabile di quella che sarà la nostra prima missione su Marte. Tutte le informazioni sul pianeta sono reali come pure la fisica del viaggio spaziale. Ho anche calcolato i vari percorsi orbitali di cui si parla nella storia e per farlo ho dovuto programmare un software apposito per tracciare le traiettorie a spinta costante.
– Andy Weir

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Lo scorso weekend ho terminato la lettura del libro “L’Uomo di Marte”, di Andy Weir (ingegnere del software e space nerd dichiarato, amante di ingegneria aerospaziale, fisica relativistica, meccanica orbitale e storia dell’esplorazione spaziale).

Nell’articolo che segue farò una breve recensione, senza spoilerare o anticipare nulla, se non la premessa iniziale (di cui si legge già a pagina 1 e sulla sovraccoperta).

Mark Watney è stato uno dei primi astronauti a mettere piede su Marte. Ma il suo momento di gloria è durato troppo poco. Un’improvvisa tempesta lo ha quasi ucciso e i suoi compagni di spedizione, credendolo morto, sono fuggiti e hanno fatto ritorno sulla terra. Ora Mark si ritrova completamente solo su un pianeta inospitale e non ha nessuna possibilità di mandare un segnale alla base.

La premessa è decisamente accattivante per chi, come me, ama lo spazio, i viaggi spaziali e tutto ciò che concerne questo settore; per fortuna la recente avventura di Rosetta e della sonda Philae hanno rilanciato l’attenzione sui viaggi spaziali a livello mondiale ed hanno anche risvegliato la mia antica passione.

In cerca di materiale nuovo da leggere o vedere, mi sono imbattuto in questo libro della Newton Compton, un buon cartonato ma a prezzo abbordabile, 9,90 euro e con la suddetta premessa accattivante.

“Gravity incontra Robinson Crusoe”, recita veritiera la copertina.

Senza dilungarmi troppo, giungo al punto:
E’ un libro di facile lettura (a parte qualche tecnicismo che potrebbe essere leggermente ostico ai non amanti della Fisica), di ottimo intrattenimento, che sono felice di aver letto, che consiglierei, che ha dei pregi, ma anche dei difetti.

I pregi sono sicuramente il rispondere a molte domande e curiosità, praticamente a tutti quei “perché” e “cosa succederebbe se…” che potrebbe porre una persona (o anche un ragazzino). Davanti a difficoltà, problemi e catastrofi, come può cavarsela il protagonista? Il tutto condito con alcuni momenti di ironia.

Il difetto principale, invece, è la mancanza di introspezione psicologica, che invece mi sarebbe piaciuto trovare, anche considerando che il protagonista si trova da solo su un pianeta, con la prospettiva di morire o, nella migliore delle ipotesi, di passare anni in completa solitudine in un luogo dove non è possibile trovare cibo, acqua e dove ogni minimo problema può rivelarsi fatale.

Un estratto del libro è disponibile qui: L’Uomo di Marte, estratto.

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“L’uomo di Marte” è il primo romanzo dell’autore americano Andy Weir, che lo aveva auto-pubblicato in ebook nel 2011; in seguito la Crown Publishing ne acquistò i diritti e lo ripubblicò nel febbraio 2014.

Andy Weir ha vinto alla lotteria perché, oltre a riscuotere un notevole successo, ha visto anche l’interesse della Twentieth Century Fox che ha voluto farne la trasposizione cinematografica che uscirà nel 2015, diretta da Ridley Scott e interpretata da Matt Damon (a quanto pare ormai abituato al ruolo di uomo abbandonato su un pianeta inospitale, vedi Interstellar), Jessica Chastain, Jeff Daniels e Sean Bean.

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Riporto di seguito un breve testo in cui l’autore Andy Weir parla di sé:

Andy Weir

Andy Weir

I’m a nerd.

OK, a lot of people say that these days. But I really am. I was hired as a computer programmer for a national laboratory at age 15. I have seen every existing episode of “Doctor Who” (classic and modern). I study orbital dynamics as a hobby. My idea of a good time is sitting down and drawing on that knowledge to imagine a space mission from beginning to end, getting as many details right as I can.

Pretty frickin’ nerdy, right?

On top of that, as you might expect, I’ve also been a science fiction fan ever since I was old enough to read, which was when I started plowing through my dad’s nearly infinite collection of Heinlein, Clarke, Asimov and all the other great authors of the genre.

One day, in between doing highly charismatic non-nerdy things, I started  working up a manned Mars mission in my head. I even wrote my own software to calculate the orbital trajectory my imaginary crew would take to get from Earth to Mars. And not some boring Hohmann Transfer, either! I envisioned a  constantly accelerating VASIMR powered ship, which — ahem. Sorry, got carried away. Anyway, I had to account for failure scenarios on their surface mission. What if something went wrong? How could I design the mission so the crew would have contingency plans? What if they had multiple failures, one after another, that ruined those contingency plans?

While working that out, I started to realize their increasingly desperate solutions would make a pretty interesting story. That’s when I came up with the idea for “The Martian.”

Oh, one more nerdy hobby I forgot to mention up top: I’ve also been a wannabe writer since I was a teenager. I wrote countless short stories and even penned two complete books before “The Martian.” My first book was so horrible I have deleted all copies of it. Thankfully, it was before the Internet so there are no lurking caches of it anywhere. I made up for that failure by writing a second book that was also crappy. This time I resolved to do better.

So I created an unlucky main character named Mark Watney and then spent 368 pages making his life a living hell. He’s stranded on Mars, his crew has evacuated and thinks he’s dead, and he has no way to contact Earth.

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Written by filippo

9 February 2015 at 8:09 am

John Fante, La confraternita dell’uva (4° parte)

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John Fante, La confraternita dell’uva

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovich Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. “L’idiota”, “I demoni”, “I fratelli Karamazov”, “Il giocatore”. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

[…]

Domenica di Pasqua. Avevo dodici anni. Eravamo, tutta la famiglia, alla fattoria dei Santucci: orde di italiani venuti da tutta la contea, lunghe tavolate subissate di vino, pasta, insalata, capretto arrosto, e il mio vecchio con la testa d’un capretto nel proprio piatto, intento a mangiarsene il cervello e gli occhi, ridendosela di gusto mentre esibiva il trofeo al cospetto delle donne che strillavano per l’orrore. E dopo, una partita di softball. Qualcuno fece finire la palla oltre la siepe, in un campo più in là. Io, per inseguirla, feci un salto e atterrai su mio padre il quale, nascosto nell’erba alta, con quel suo culone bianco come una luna invernale, si stava pompando la signora Santucci, che poi sarebbe stata la migliore amica di mia madre. Sbalordito, me la diedi a gambe verso il frutteto, al di là del torrente, giù per il boschetto di peri. Mio padre mi venne dietro di corsa. Io ero veloce come un daino, e pensavo che non mi avrebbe mai preso, invece ci riuscì. Mi diede uno scossone. Dalla furia stava sputando: – Dì una sola parola a tua madre e perdio ti uccido!
Il resto di quel lungo pomeriggio lo trascorsi al fianco di mia madre impegnata a far pettegolezzi con le altre signore sul prato. Non volevo lasciarla. Stavo seduto sull’erba, stretto all’orlo della sua gonna, cosa che finì per infastidirla. – Và a giocare con gli altri ragazzini, – disse, – mi stai annoiando.

[…]

La portai sulla soletta. Lui con la cazzuola stese uno strato di malta e tolse la pietra dalla mia presa. Ecco il momento della verità. Paonazzo, con gli occhi che stavano per schizzargli fuori dalle orbite, lasciò andare la presa e cadde sulle ginocchia. Riprovò. Stavolta riuscì a sistemare la pietra sulla malta, ma stava già bestemmiando in italiano: imprecava contro la pietra, contro il mondo, contro se stesso. Lo guardai, cosa che non gli piacque, e imprecò anche contro di me.
Cercando di calmarlo, dissi: – Non ti preoccupare, sei un po’ fuori allenamento, quest’è tutto.
– Taci -. Indicò con la cazzuola. – Quella. Era un altro peso massimo. La presi su.
– Senti papà. Tu metti la malta e io metto le pietre.
– Taci.
Stese la malta e prese la pietra dalle mie braccia, lottando aspramente, sopraffatto da quel peso, e tuttavia riuscì a piazzarla nella giusta posizione.
Dopo due ore che trafficavamo con le pietre piccole, cercava di stare in posizione eretta ma aveva le reni a pezzi e non ce la faceva più. Piegato come uno scimmione, barcollò fino alla riva del torrente e tirò su il boccione. Si distese sulla pancia e si attaccò al vino freddo, la faccia penosamente afflosciata, gli occhi smarriti. La foresta lo guardava, comprendendo la sua crisi. Gli alberi sospirarono. Gli uccelli, allarmati, parlottavano. Il cielo lo teneva d’occhio, in un azzurro compassionevole. Mio padre, il mio povero vecchio! Era stato sconfitto, lo sapeva, ma non voleva ammetterlo.
Ne aveva costruite di cose con quella pietra, e chiese, e scuole, e almeno una biblioteca: ma adesso se la stava vedendo brutta assai per tirar su un affumicatoio di tre metri e mezzo, senza finestre e con una sola porta.
E sia: che la sconfitta trionfi, pensai, e che si renda conto che tutto ciò è al di là delle sue forze e dei suoi anni; che la butti, quella cazzuola, e mandi al diavolo questa montagna e se ne vada a casa. Dio benedica i cervi!
Lasciandomi cadere al suo fianco, presi il boccione. Quel vino! Mi rifece la bocca, la carne, la pelle, il cuore e l’anima, e ringraziai Dio per le colline di Angelo Musso. Sdraiati in silenzio, ascoltavamo gli uccelli e ci passavamo il boccione.
Gli domandai che cosa avesse in mente.
– Dobbiamo schiattare le pietre, così dalle più grandi ne otteniamo di più piccole.

[…]

Andavamo bene. Quand’era stanco, lui chiedeva vino. Non ce la faceva a raddrizzarsi e così, quando beveva, pareva una scimmia. Cominciò a sudare, e sulla schiena e sotto le ascelle gli comparvero delle chiazze di colore rosa. Che diavolo, pensai, è nutriente, è zucchero d’uva, è energia, e bevvi con lui tutte le volte. Stavamo andando bene, proprio bene.
Eravamo stanchi e inebetiti, e a un certo punto mi parve di vedere uno gnomo col cappello rosso nel bosco mentre il sole scivolava sopra gli alberi e i muri dell’affumicatoio germogliavano verso il cielo.
Finimmo di lavorare quando si fece buio. Avremmo potuto continuare al chiaro di luna, ma in quel caso avremmo raggiunto il limite estremo della pazzia. Poteva arrivare Sam Ramponi da Reno e farsi una solenne risata. Gli ospiti del motel si sarebbero chiesti che stava succedendo. Decidemmo che era finita la giornata. Avevamo bevuto due galloni. Ne avevamo pisciati tre o quattro. Ci girava la testa e facevamo paura. Il vecchio Nick se la rideva.

[…]

Ora andavamo veloci. Dovevamo filarcela. Io spaccavo le grosse pietre e il vecchio le incastrava nel muro. Eravamo in mare aperto, su una zattera, e ci davamo da fare quasi stessimo stabilendo un primato. Fatti una bevuta, figlio. Una corsa. Fatti una bevuta, papà. Non c’era né partenza né traguardo. Via, veloci. Lui buttò da una parte il filo a piombo.
Smise di usare la livella. Lavorava d’istinto. Talvolta abbassava il capo per controllare la linea del muro e sbirciava. Il piombo lo manteneva così. Il muro cresceva e il vino calava. Una volta guardai verso il cielo e domandai: – Che ora è? -. Rispose lui: – Non esistono, le ore, – e risi. Dio, se era profondo.
Quando finì il vino, Ramponi ne portò dell’altro da Reno. Giusto in tempo. Proprio nel momento dell’ultima goccia dell’ultimo boccione. Quello buono, di Angelo Musso.

[…]

Le luci erano spente e la casa di mia madre era al buio quando svoltai nel cortile, ma vidi che l’ingresso principale era aperto e sentii il cigolio di una sedia a dondolo sulla veranda, e poi la voce di mia madre.
– E’ morto?
Nella sua voce non c’era ansia, non emozione, soltanto una accettazione passiva di ciò che doveva essere.
– No, mamma. Vengo giusto dall’ospedale.
– Come sta?
– Bene, – dissi, scrutando l’oscurità in cerca di un poco del suo viso. – Il dottor Maselli sta con lui -. Mi sedetti
sull’ultimo gradino della veranda e mi appoggiai alla staccionata.
– Me la sentivo, – disse lei. – L’ho sempre saputo. E’ un fatto di cuore?
– Ha preso il diabete.
Si alzò e baciò un rosario bianco che aveva in mano.
– Suo padre morì di diabete.
– Quanti anni aveva?
– Era giovane. Ne aveva solo ottanta. Quand’è che possiamo andare a trovarlo?
– Forse domani.
– Hai fame? Ho fatto un pezzo di carne.
La seguii in casa. La carne era nel forno aperto. Non aveva un’aria appetitosa, era come se fosse stata preparata per mio padre: la sua cena, e io non potevo mangiarla. Mentre spalmavo burro di arachidi su una fetta di pane, mia madre si fece sulla porta. Aveva un vestito grigio e azzurro con uno scialle nero sul capo.
– Vado in chiesa.
– A quest’ora? Sarà chiusa.
– Non più. Padre Martin tiene le porte aperte tutta la notte.
– Vacci di mattina.
– Ci vado ora, voglio pregare.
– Ti chiamo un taxi.
– No, mi va di camminare.
Se ne andò, e io sentii il burro d’arachidi che mi s’attaccava al palato, poi pensai a lei che stava facendosi sette isolati di notte, attraversava la ferrovia, superava il deposito di legname e arrivava a Pacific Street, alla chiesa di legno del quartiere messicano. Andai con lei.
La raggiunsi, e lei non si accorse che ero là; continuava assorta in altri pensieri, con serena determinazione. Come mi pareva bella in quella notte tiepida, lungo quella strada di case cadenti appena illuminata; innamorata del suo marito tiranno che stava all’ospedale, con quel viso di colomba e i movimenti dolci che mi ricordavano una vecchia fotografia di lei a vent’anni, con un bel cappello ampio al Capitol Park di Sacramento, appoggiata a un albero, sorridente; preziosa

[…]

Mi inginocchiai anch’io al suo fianco, e ascoltai il vecchio edificio che cigolava e ansimava dopo tutto il calore della giornata. C’era un odore di strati e strati d’incenso e di fiori freschi, di matrimoni e di funerali insieme, e poi ombre che guizzavano sulle pareti dietro le ghirlande di luci della vigilia.
La pace ammorbidì il volto di mia madre. Non si era sposata in quella chiesa, ma era lì che i suoi figli erano stati battezzati, ed erano poi stati educati dalle suore di quella parrocchia. Ora era la fede che la nutriva, e dal modo in cui le sue labbra si muovevano si poteva capire che stava assorbendo tutta la magia del posto.

[…]

Mentre aspettavano malinconici coi loro vestiti della domenica, gli amici che s’erano incaricati di portare la bara si facevano ombra sotto un grosso olmo, in quel mesto, bollente pomeriggio. Erano Zarlingo, Cavallaro, Antrilli, Mascarini, Benedetti e Rocco Mangone. Erano belli come vecchie pietre sparpagliate su un terreno in pendio. Il dolore mi prese alla gola come una trota che saltava, e li guardai. Ora che non avevo più il mio, avrei preso uno qualunque di loro perché mi fosse padre. Davvero: qualunque uomo, o magari un cespuglio, un albero, un sasso, purché mi volesse come figlio. Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

28 December 2013 at 9:31 am