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Re Lear Fotografato, Mostra di Filippo Venturi

RE LEAR FOTOGRAFATO
Una mostra di Filippo Venturi sul Re Lear di Michele Placido
Dal 23 Novembre 2012 al 20 Gennaio 2013
Foyer del Teatro Duse, Via Castellata, 7 – 40124 Bologna
Prorogato il termine della mostra al 29 gennaio 2013.
Dal 23 al 27 gennaio, in occasione di ArteFiera, saranno esposte negli stessi spazi alcune opere d’arte e di design.
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Presentazione
“Ah, povera Cordelia!…
Anzi, non povera, perché il mio amore,
sono sicura, è ricco, assai più ricco
di quanto possa esserlo la lingua.”
(Re Lear, atto I, scena I)
Il Teatro Duse di Bologna ospita una selezione di fotografie dell’artista cesenate Filippo Venturi: il reportage è stato realizzato il 5 agosto presso l’Arena Plautina di Sarsina (FC), durante il Plautus Festival 2012, in occasione dello spettacolo Re Lear di e con Michele Placido. Un piccolo assaggio dello spettacolo Re Lear in programma al Teatro Duse dal 18 al 20 gennaio 2013.
19 fotografie, dal backstage alla scena, per raccontare i preparativi, la concentrazione e i silenzi che precedono lo spettacolo e che permettono agli attori di immergersi nella tragedia.
19 scatti che raccontano uno spettacolo intenso e impeccabile attraverso alcuni dei momenti più drammatici portati in scena da un cast di attori di livello elevatissimo. Immagini che rivelano alcuni dettagli della scenografia minimale e impeccabile, di un rigoroso disegno luci e da una sapiente regia.
La pulizia e nitidezza delle fotografie e le curate composizioni delle immagini rendono la mostra RE LEAR FOTOGRAFATO un’esperienza imperdibile per chi ama il teatro e la fotografia.
La mostra fotografica sarà visitabile durante gli spettacoli inseriti in stagione 2012-2013, dal 23 novembre al 20 gennaio 2013.
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Note biografiche
Filippo Venturi è un fotografo di Cesena. Lavora principalmente in Italia come freelance, collaborando con diversi quotidiani, riviste, siti web ed agenzie di comunicazione. Si occupa principalmente di reportage, teatro, concerti e sport. Parallelamente si dedica a progetti fotografici personali e di carattere sociale. L’ultimo progetto realizzato (estate 2012), si intitola “In Oblivion” e descrive con rigore e completezza il quartiere newyorkese Red Hook ed i suoi abitanti. Nell’autunno 2012 ha iniziato un complesso e delicato lavoro sui malati del morbo di Alzheimer; progetto ancora in fase di realizzazione, il titolo provvisorio è “Children of Auguste D.”
Contemporaneamente alla mostra su “Re Lear” di Michele Placido, è visitabile la mostra personale permanente di fotografie artistiche “The Braves”, legate allo sport, presso i locali di FTStudio a Cesena; a dicembre si terrà una mostra fotografica nella galleria ex Pescheria di Cesena, con in anteprima alcuni scatti del progetto “Children of Auguste D.”; sempre a dicembre si svolgerà uno slideshow del progetto “In Oblivion” presso lo Spazio Labò di Bologna.
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Ufficio stampa Teatro Duse: Silvia Lombardi
Teatro Duse Srl, Via Castellata, 7 – 40124 BOLOGNA
tel.051/22.66.06 Fax.051/26.16.97
www.teatrodusebologna.it
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Mostra di Edward Hopper a Parigi

Mostra di Edward Hopper a Parigi
Edward Hopper al Grand Palais di Parigi
10 ottobre 2012 – 28 gennaio 2013
Una mostra organizzata dalla Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid in collaborazione col Centre Pompidou.
Hopper? Una leggenda troppo spesso limitata alle immagini riconosciute dal pubblico più ampio. Basta il suo nome ad evocare notti tinte di verde, architetture distese al sole, luci fredde. Tutto parla di solitudine senza fine, di silenzio ed Edward Hopper (1882-1967) è diventato sinonimo di malinconia, di civiltà avvelenata, di tempo sospeso, di un ordinario dalle note bizzarre che ha l’America come sfondo e attraverso di essa parla di un’umana condizione deprivata delle passioni, della sua stessa carne. I dipinti di Hopper contengono la semplicità ingannevole dei miti unita all’evidenza dei fumetti. Condensano ipotesi e sogni ispirati alla “favolosa” America e in quanto espressione dei sentimenti più toccanti, o di puri costrutti mentali, hanno portato a interpretazioni contrastanti. L’artista è stato di volta in volta battezzato come romantico, realistico, simbolista, formalista a dimostrazione di una complessità ben superiore a quanto possa apparire allo sguardo più distratto.
La retrospettiva al Grand Palais sembra voler ripristinare un’immagine più sanguigna di Hopper e lo fa partendo dalle sperimentazioni di quel giovane che nel 1906 approda a Parigi per la prima volta in cerca di arte, ispirazione e di se stesso. La prima parte della mostra attraversa così gli anni della formazione (1900-1924) e confronta Hopper coi lavori dei suoi contemporanei francesi, mentre la seconda parte è dedicata all’arte della maturità, dai primi dipinti emblematici del suo stile personale (House by the Railroad House, 1924) alle sue ultime opere (Two Comedians, 1966).
LE INFLUENZE – Hopper entra nella bottega di Robert Henri alla New York School of Art nei primi anni del XX secolo. Personalità molto pittoresca, Henri nel 1908 sarà il fondatore della “Scuola della spazzatura” (Ashcan School), nome di per sé sufficiente a esprimere il realismo senza compromessi che legava i membri del sodalizio. Con questa influenza, il giovane Hopper approda a Parigi (nel 1906, nel 1909 e nel 1910), gira per gallerie e saloni avvicinandosi a molteplici influenze: Degas gli ispira prospettive, il principio poetico di una “drammatizzazione” del mondo. Da Albert Marquet prende i volumi mentre con Felix Vallotton, condivide un gusto leggero ispirato da Vermeer. Da Walter Sickert, acquisisce l’iconografia dei luoghi di divertimento, la pittura della “carne sanguinante”. Qui Hopper adotta lo stile degli impressionisti, una tecnica nata per di esprimere l’armonia e il piacere sensuale. Tornato negli Stati Uniti, l’artista s’immerge nel realismo di Bellows, di Sloan, della Scuola Ashcan con la quale condivide una visione distopica. Per guadagnarsi da vivere fa l’illustratore, ma il suo tempo arriverà solo nel 1924. L’anno rappresenta un punto di svolta nella vita e l’opera di Hopper. La mostra al Museo di Brooklyn degli acquerelli di Gloucester, e la sua presentazione alla galleria di Franck Rehn, gli portano quei riconoscimenti e quel successo commerciale che gli permetteranno di dedicarsi esclusivamente alla sua arte (fino ad allora aveva venduto un solo quadro, nel 1913). E può cominciare il lavoro di approfondimento dei suoi soggetti preferiti: le architetture dall’identità quasi “psicologica”, i personaggi solitari e come smarriti nelle profondità nel pensiero, il mondo dello spettacolo, le immagini della città moderna.
ETICHETTE? Per molti versi Hopper resterà sempre un mistero. L’apparente realismo della sua pittura e l’astratto processo mentale che richiede per la loro elaborazione, mandano in corto circuito la stessa critica d’arte. Un bastione della tradizione americana realista, il Whitney Museum of Art regolarmente propone mostre d’arte dedicate al suo lavoro. Tuttavia la sua prima retrospettiva, lo consacrerà, nel 1933 in quel tempio del Formalismo che è il MoMA di New York il cui direttore Alfred Barr, scrive di un pittore che “in molti dei suoi dipinti perpetua composizioni interessanti da un punto di vista strettamente formale“. Le definizioni, insomma, faticano a trovarsi d’accordo, e così negli anni ’50 ecco etichettato Hopper come “metafisico” e “surrealista” mentre la rivista Reality lo collega con gli artisti del realismo americano per denunciare l’arte astratta che, secondo loro, strabocca da collezioni e musei. Pochi mesi dopo la morte il curatore della sezione americana alla Biennale di San Paolo, Pietro Seltz, organizza una mostra di Hopper, e ne collega l’opera alla generazione di artisti pop. Tutte buone queste etichette, tutte plausibili, nessuna precisa sino in fondo. La magia di Hopper è anche questa. Informazioni mostra: http://www.rmngp.fr (a.d)
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Mostra di Picasso a Milano

Mostra di Picasso a Milano
Il grande ritorno a Milano di Pablo Picasso
con oltre 200 capolavori tra dipinti, disegni, sculture e fotografie
Dal 20 settembre 2012 al 6 gennaio 2013
Palazzo Reale – Milano
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Infoline e prevendita: 02 54911
http://www.ticket.it/picasso
Orari
lunedì, martedì e mercoledì: 8.30-19.30
giovedì, venerdì, sabato e domenica: 9.30-23.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
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Saranno oltre 200 opere, molte delle quali mai uscite dal Museo Picasso di Parigi, che affolleranno le sale di Palazzo Reale a Milano, in occasione della grande antologica dedicata all’ ineguagliabile artista spagnolo Pablo Picasso.
Curata da Anne Baldassari, riconosciuta a livello internazionale fra i più importanti studiosi di Pablo Picasso e curatrice del Musée National Picasso di Parigi, la mostra è pensata come un excursus cronologico sulla produzione dell’artista, mettendo a confronto le tecniche e i mezzi espressivi con cui si è cimentato nel corso della sua lunga carriera coprendo tutte le fasi fondamentali della creatività multisfaccettata di Pablo Picasso e i vari mezzi espressivi e mediatici tramite cui il suo genio visuale ebbe modo di esprimersi.
Questo sensazionale insieme di opere offre la possibilità unica e straordinaria di confrontarsi con le maggiori fasi artistiche della Modernità, testimoniate da un unico – forse il più grande di tutti – genio: il periodo blu e quello rosa, il periodo della ricerca “africana” o proto-cubista, il Cubismo Sintetico e il Cubismo Classico, le pitture surrealiste, il periodo del coinvolgimento politico e i dipinti sul tema della guerra, l’interludio pop e le variazioni sul tema ispirate ai grandi maestri dell’arte rinascimentale e moderna, fino alle sue ultimissime produzioni prima delle morte, avvenuta nel 1972.
Innumerevoli i capolavori che popolano la mostra come “La Celestina” (1904), “Uomo con il mandolino” (1911), “Ritratto di Olga” (1918), “Due donne che corrono sulla spiaggia” (1922), ”Paul come Arlecchino” (1924), “Ritratto di Dora Maar” e “La supplicante” (1937).
Una combinazione di genialità e linguaggi artistici in continua evoluzione che arricchirà la città di ineguagliabile bellezza.
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Sito ufficiale: mostrapicasso.it
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Saul Leiter al Forma di Milano

22 giugno 2012 – 16 settembre 2012
presso Forma, Piazza Tito Lucrezio Caro 1 – 20136 Milano
Tutti i giorni dalle 11 alle 21
Giovedì e venerdì dalle 11 alle 23
Lunedì chiuso
Costo biglietto: intero: 7,50 euro, ridotto: 6 euro, Scuole: 4 euro
Per informazioni: 02.5811.8067, 02.8907.5419
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La filosofia del vero fotografo di strada, quello che lascia lo studio per correre lungo i marciapiedi e cercare il ritmo della città nelle insegne al neon o nei visi dei passanti, sembra disegnata su misura per Saul Leiter.
Americano di Pittsburgh, classe 1923, Leiter è attratto già durante l’adolescenza dalla pittura. Lascia ben presto gli studi da rabbino e il destino che la famiglia aveva progettato per lui e si sposta a New York dove continua la sua ricerca pittorica.
La visita a una mostra di Cartier-Bresson, nel 1947, deciderà il suo futuro: si procura una Leica e senza trascurare mai del tutto la pittura, comincia a percorrere la città di New York e a fermare in immagini straordinarie, prima in bianco e nero, poi anche a colori, le atmosfere, gli sguardi e gli incontri occasionali, perfino i profumi e gli odori, della metropoli.
Leiter ha collaborato a lungo, soprattutto come fotografo di moda, con riviste come Life o anche Harper’s Bazaar, Elle, Nova, Vogue e Queen e in questi anni non ha mai smesso di osservare e di lavorare sulla visione. O meglio, sulle tante, possibili visioni che una vita di osservatore professionista gli offre.
Le sue trasparenze sono sofisticatissime e semplici, come i titoli delle foto: suole, semaforo rosso, cappello di paglia… Perché è proprio un particolare, sistemato magari al lato estremo dell’inquadratura, che rende significativo quello scorcio, quello sguardo, quel lampo di luce, quella particolare giornata.
E poi, quando i titoli non bastano più, ci saranno tante foto chiamate semplicemente strada, strada, strada: palcoscenico straordinario, regno del voyeurismo e del distacco.
Ancora oggi, non ho perso il piacere di osservare le cose e ammirarle e scattare fotografie o dipingere. A volte, mi sveglio nel mezzo della notte e prendo un libro di Matisse, o di Cézanne o Sotatsu. Un dettaglio che non avevo notato prima, di colpo attrae la mia attenzione. Dipingere è magnifico. Quando mi stendo sul letto penso alla pittura. Amo fotografare ma la pittura è un’altra cosa. Ho sempre fotografato in modo molto libero, senza avere in testa nessuna particolare immagine, fotografia o dipinto, che sia. Chi vede i miei dipinti pensa che esiste una relazione tra l’uso del colore nei miei quadri e nelle fotografie. … Cerco di rispettare determinate nozioni di bellezza anche se per qualcuno si tratta di concetti vecchio stile. Certi fotografi pensano che fotografando la miseria umana, puntano i riflettori su problemi seri. Io non penso che la miseria sia più profonda della felicità. – Saul Leiter
La mostra di Forma, realizzata in collaborazione con la Galleria Howard Greenberg di New York, presenta una selezione straordinaria e inedita di fotografie in bianco e nero, a colori, quadri astratti e figurativi oltre a una serie di splendide polaroid dipinte.
Saul Leiter nasce nel 1923 a Pittsburgh e comincia i suoi studi alla scuola teologica di Cleveland. A 23 anni intraprende la carriera di pittore a New York. Le sue prime foto in bianco e nero vengono esposte al MoMA. Alla fine degli anni Cinquanta le sue foto di moda appaiono su Esquire e su Harper’s Bazaar. Nei successivi venti anni Leiter continua a lavorare per la moda. Vive, dipinge e fotografa a New York.
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