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Mostra di Edward Hopper a Parigi

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Mostra di Edward Hopper a Parigi

Mostra di Edward Hopper a Parigi

Edward Hopper al Grand Palais di Parigi
10 ottobre 2012 – 28 gennaio 2013

Una mostra organizzata dalla Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid in collaborazione col Centre Pompidou.

Hopper? Una leggenda troppo spesso limitata alle immagini riconosciute dal pubblico più ampio. Basta il suo nome ad evocare notti tinte di verde, architetture distese al sole, luci fredde. Tutto parla di solitudine senza fine, di silenzio ed Edward Hopper (1882-1967) è diventato sinonimo di malinconia, di civiltà avvelenata, di tempo sospeso, di un ordinario dalle note bizzarre che ha l’America come sfondo e attraverso di essa parla di un’umana condizione deprivata delle passioni, della sua stessa carne. I dipinti di Hopper contengono la semplicità ingannevole dei miti unita all’evidenza dei fumetti. Condensano ipotesi e sogni ispirati alla “favolosa” America e in quanto espressione dei sentimenti più toccanti, o di puri costrutti mentali, hanno portato a interpretazioni contrastanti. L’artista è stato di volta in volta battezzato come romantico, realistico, simbolista, formalista a dimostrazione di una complessità ben superiore a quanto possa apparire allo sguardo più distratto.

La retrospettiva al Grand Palais sembra voler ripristinare un’immagine più sanguigna di Hopper e lo fa partendo dalle sperimentazioni di quel giovane che nel 1906 approda a Parigi per la prima volta in cerca di arte, ispirazione e di se stesso. La prima parte della mostra attraversa così gli anni della formazione (1900-1924) e confronta Hopper coi lavori dei suoi contemporanei francesi, mentre la seconda parte è dedicata all’arte della maturità, dai primi dipinti emblematici del suo stile personale (House by the Railroad House, 1924) alle sue ultime opere (Two Comedians, 1966).

LE INFLUENZE – Hopper entra nella bottega di Robert Henri alla New York School of Art nei primi anni del XX secolo. Personalità molto pittoresca, Henri nel 1908 sarà il fondatore della “Scuola della spazzatura” (Ashcan School), nome di per sé sufficiente a esprimere il realismo senza compromessi che legava i membri del sodalizio. Con questa influenza, il giovane Hopper approda a Parigi (nel 1906, nel 1909 e nel 1910), gira per gallerie e saloni avvicinandosi a molteplici influenze: Degas gli ispira prospettive, il principio poetico di una “drammatizzazione” del mondo. Da Albert Marquet prende i volumi mentre con Felix Vallotton, condivide un gusto leggero ispirato da Vermeer. Da Walter Sickert, acquisisce l’iconografia dei luoghi di divertimento, la pittura della “carne sanguinante”. Qui Hopper adotta lo stile degli impressionisti, una tecnica nata per di esprimere l’armonia e il piacere sensuale. Tornato negli Stati Uniti, l’artista s’immerge nel realismo di Bellows, di Sloan, della Scuola Ashcan con la quale condivide una visione distopica. Per guadagnarsi da vivere fa l’illustratore, ma il suo tempo arriverà solo nel 1924. L’anno rappresenta un punto di svolta nella vita e l’opera di Hopper. La mostra al Museo di Brooklyn degli acquerelli di Gloucester, e la sua presentazione alla galleria di Franck Rehn, gli portano quei riconoscimenti e quel successo commerciale che gli permetteranno di dedicarsi esclusivamente alla sua arte (fino ad allora aveva venduto un solo quadro, nel 1913). E può cominciare il lavoro di approfondimento dei suoi soggetti preferiti: le architetture dall’identità quasi “psicologica”, i personaggi solitari e come smarriti nelle profondità nel pensiero, il mondo dello spettacolo, le immagini della città moderna.

ETICHETTE? Per molti versi Hopper resterà sempre un mistero. L’apparente realismo della sua pittura e l’astratto processo mentale che richiede per la loro elaborazione, mandano in corto circuito la stessa critica d’arte.  Un bastione della tradizione americana realista, il Whitney Museum of Art regolarmente propone mostre d’arte dedicate al suo lavoro. Tuttavia la sua prima retrospettiva, lo consacrerà, nel 1933 in quel tempio del Formalismo che è il MoMA di New York il cui direttore Alfred Barr, scrive di un pittore che “in molti dei suoi dipinti perpetua composizioni interessanti da un punto di vista strettamente formale“. Le definizioni, insomma, faticano a trovarsi d’accordo, e così negli anni ’50 ecco etichettato Hopper come “metafisico” e “surrealista” mentre la rivista Reality lo collega con gli artisti del realismo americano per denunciare l’arte astratta che, secondo loro, strabocca da collezioni e musei. Pochi mesi dopo la morte il curatore della sezione americana alla Biennale di San Paolo, Pietro Seltz, organizza una mostra di Hopper, e ne collega l’opera alla generazione di artisti pop. Tutte buone queste etichette, tutte plausibili, nessuna precisa sino in fondo. La magia di Hopper è anche questa. Informazioni mostra: http://www.rmngp.fr (a.d)

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Written by filippo

15 October 2012 at 8:19 am

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