Archive for the ‘Mostre e musei’ Category
Genesi, di Sebastião Salgado, in mostra a Forlì

La città di Forlì, dopo “Icons” di Steve McCurry, ospiterà la mostra “Genesi” di Sebastião Salgado, uno dei fotografi più importanti al mondo!
Per la seconda volta, dunque, la città aprirà le porte alla grande fotografia, con una esposizione che ha già toccato le grandi città del mondo e sta raccogliendo grandi successi.
___
Sebastião Salgado, GENESI
28 ottobre 2016 / 29 gennaio 2017
Chiesa di San Giacomo, Piazza Guido da Montefeltro, Forlì
La mostra è composta da 245 immagini in bianco e nero che raccontano luoghi del mondo ancora incontaminati: dall’Antartide alla Patagonia, dal Circolo Polare Artico all’Amazzonia.
Il progetto ha richiesto 10 anni, nei quali l’autore ha viaggiato alla ricerca di luoghi incontaminati, in cui poter tornare alle origini, che diventano un grido d’allarme, un modo potente di porre al centro dell’attenzione la conservazione dell’ambiente e un rapporto più armonico tra l’uomo e la natura.
“Il successo travolgente di McCurry (oltre 75mila visitatori) – dice Roberto Pinza presidente della Fondazione Carisp promotrice dell’evento in collaborazione con il Comune di Forlì – ci ha posto un problema, quello di continuare su questa strada con eventi dello stesso livello. Eguagliare McCurry non sarà semplice ma noi ci proviamo. Da adesso in poi Forlì ospiterà ogni anno un grande evento legato alla fotografia“.
(All’epoca di McCurry avevo ipotizzato che sarebbe potuto arrivare Salgado; per continuare la tradizione, ipotizzo che l’anno prossimo toccherà a Vivian Maier)
A differenza di “Icons”, la mostra “Genesi” si svolgerà al San Giacomo e non al San Domenico, una scelta fatta anche su richiesta di Lélia Salgado, compagna di Sebastião e ideatrice della mostra con la sua agenzia Amazonas Images, che nei mesi scorsi ha fatto diversi sopralluoghi a Forlì.
L’allestimento sarà suddiviso in cinque sezioni pari alle parti del mondo visitate da Salgado e avrà uno svolgimento lineare e alla luce naturale senza le scenografie utilizzate invece per McCurry.
Il 2 ottobre, alle 17.30, al San Giacomo, sarà proiettato il documentario sul lavoro di Salgado intitolato “Il sale della terra” realizzato da Wim Wenders, insieme al figlio di Sebastião, Juliano Ribeiro Salgado.
Fonte: forlitoday.it, ilrestodelcarlino.it

Sebastião Salgado, Genesi

Sebastião Salgado, Genesi

Sebastião Salgado, Genesi

Sebastião Salgado, Genesi
___
David LaChapelle. Dopo il Diluvio

David LaChapelle. Dopo il Diluvio – Palazzo delle Esposizioni, Roma
David LaChapelle. Dopo il Diluvio
30 aprile – 13 settembre 2015
Palazzo delle Esposizioni – Roma
Curatore Gianni Mercurio
Coproduzione: Azienda Speciale Palaexpo, Madeinart, David LaChapelle Studio
Foto: Museum, 2007, Chromogenic Print © David LaChapelle
___
Al Palazzo delle Esposizioni torna dopo oltre quindici anni il grande artista fotografo americano David LaChapelle con una delle più importanti e vaste retrospettive a lui dedicate. Sono infatti esposte circa 100 opere di cui alcune totalmente inedite, altre presentate per la prima volta in un museo e molte di grande formato.
Roma è stata una città fondamentale nella carriera artistica di LaChapelle. Nel 2006 infatti, durante un soggiorno nella Capitale, David LaChapelle ha occasione di visitare privatamente la Cappella Sistina; la sua sensibilità artistica è scossa dalla bellezza e dalla potenza dell’arte romana che danno il definitivo impulso alla necessità di imprimere una svolta alla sua produzione. Fino ad allora LaChapelle ha preferito che le sue foto viaggiassero sulle pagine di riviste di moda e di cataloghi senza testi.
L’obiettivo non è mai stato fermarsi alla mera illustrazione, ma raggiungere un pubblico quanto più vasto possibile – è questo il suo modo di essere un artista pop – e portare la lettura dell’opera sul piano dello shock emotivo.
LaChapelle ha spinto la sua estetica fino al limite, ma nel 2006 se n’è andato di scena. Ha voltato le spalle alla mondanità per ritirarsi a vivere in un’isola selvaggia, nel mezzo del Pacifico: “Avevo detto quello che volevo dire”.
La mostra è concentrata perciò sui lavori realizzati dall’artista a partire dal 2006, anno di produzione della monumentale serie intitolata “The Deluge”, che segna un punto di svolta profonda nel lavoro di David LaChapelle. Con la realizzazione di “The Deluge”, ispirato al grande affresco michelangiolesco della Cappella Sistina, LaChapelle torna a concepire un lavoro con l’unico scopo di esporlo in una galleria d’arte o in un museo, opere non commissionate e non destinate alle pagine di una rivista di moda o a una campagna pubblicitaria.
Dopo The Deluge, la produzione del fotografo americano si volge verso altre direzioni estetiche e concettuali. Il segnale più evidente del cambiamento è la scomparsa dai lavori seriali della presenza umana: i modelli viventi che in tutti i lavori precedenti (unica eccezione è The Electric Chair del 2001, personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol) hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall’immagine, spariscono. Le serie Car Crash, Negative Currencies, Hearth Laughs in Flowers, Gas Stations, Land Scape, fino alla più recente Aristocracy, seguono questa nuova scelta formale: LaChapelle cancella clamorosamente la carne, elemento caratterizzante della sua arte.
Per permettere al pubblico di conoscere le “origini” del lavoro di LaChapelle degli anni precedenti a The Deluge, è esposta anche una selezione di opere che comprende ritratti di celebrità del mondo della musica, della moda e del cinema, scene con tocchi surrealisti basati su temi religiosi, citazioni di grandi opere della storia dell’arte e del cinema; una produzione segnata dalla saturazione cromatica e dal movimento, con cui il fotografo americano ha raggiunto la propria riconoscibile cifra estetica e ha influenzato molti artisti delle generazioni successive.
Le opere di David LaChapelle sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private internazionali, e esposte in vari musei, tra i quali il Musée D’Orsay, Paris; the Brooklyn Museum, New York; the Museum of Contemporary Art, Taipei; the Tel Aviv Museum of Art; the Los Angeles County Museum of Art (LACMA); The National Portrait Gallery, London; and the Fotographfiska Museet, Stockholm, Sweden. The National Portrait Gallery in Washington, DC.
L’esposizione ospita anche una rassegna di filmati che attraverso i back stage dei suoi set fotografici, ci illustrano il complesso processo di realizzazione e produzione dei suoi lavori.
___









___
Fonte: palazzoesposizioni.it
Decennale del Centro Italiano della Fotografia d’Autore

Sabato 13 Giugno 2015
Decennale del Centro Italiano della Fotografia d’Autore
Via delle Monache, 2 – Bibbiena (Arezzo)
Alle ore 18.00 ci sarà l’inaugurazione della mostra “La poetica ironia”, di Giovanni Gastel.
Seguirà la festa per il Decennale del Centro Italiano della Fotografia d’Autore.
___
In occasione del decennale, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore propone un ricco programma di iniziative culturali. Oltre alla mostra “La poetica ironia” di Giovanni Gastel, che sarà inaugurata il 13 Giugno presso la sede del CIFA alle ore 18.00, sarà organizzata anche la mostra “La ricotta di PIER PAOLO PASOLINI” di Paul Ronald, uno dei più apprezzati fotografi di scena del cinema italiano che ha lavorato con quasi tutti i maggiori registi. La mostra è un omaggio, oltre che al famoso fotografo di scena deceduto nel gennaio 2015, a Pier Paolo Pasolini a 40 anni dalla sua tragica scomparsa. Curata da Antonio Maraldi, direttore del Centro Cinema Città di Cesena, propone in prima mondiale 45 fotografie tratte dai negativi scattati durante le riprese de La Ricotta, episodio con regia di Pasolini del film Ro.Go.Pa.G. del 1963. L’inaugurazione della mostra sarà domenica 14 Giugno alle 11.00 presso l ‘Ex Lanificio Berti di Pratovecchio (AR) in Via Fiorentina 15. Questa mostra rimarrà aperta fino al 6 Settembre. E infine da non dimenticare la grande estrazione che mette in palio fotografie di moltissimi Autori che hanno esposto presso il CIFA in questi 10 anni. L’estrazione dei biglietti sarà effettuata il giorno 13 Giugno alle 20.30 nel cortile del CIFA.
___
“La poetica Ironia”, di Giovanni Gastel
A dieci anni dalla sua apertura, il Centro Italiano della Fotografia d’Autore propone un’importante mostra di Giovanni Gastel, uno dei fotografi che ha dato un’impronta significativa alla fotografia pubblicitaria e di moda, contribuendo con la sua inventiva al successo del prêt-à-porter italiano.
La mostra dal titolo “La poetica ironia di Giovanni Gastel” è curata da Giovanna Calvenzi e Claudio Pastrone e presenta, in oltre 150 polaroid 20×25 cm, un panorama significativo del lavoro del grande fotografo pubblicitario e di moda e del suo stile inconfondibile, caratterizzato da una poetica ironia, da una composizione equilibrata che nasce dalla sua passione per l’arte e da un costante riferimento ad un’ideale di eleganza, che l’Autore ha respirato sin dall’infanzia.
A differenza della maggior parte dei fotografi, non usa la macchina fotografica per riprendere il mondo esterno: osserva e ricostruisce in studio. La sua fotografia è più vicina al teatro che al cinema. La scelta delle fotografie in mostra e pubblicate nel volume che la accompagna e la loro sequenzialità non segue criteri temporali o antologici ma vuole mettere in evidenza la pluralità della sua visione.
L’evento assume anche lo speciale significato di gemellaggio tra i fotografi professionisti e gli appassionati di fotografia, essendo Giovanni Gastel Presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti (AFIP).
Accompagna la mostra un volume della collana FIAF Grandi Autori della fotografia Contemporanea, che oltre a raccogliere un’ottantina di immagini del fotografo milanese, offre ai lettori una piacevole testimonianza autobiografica dello stesso Giovanni Gastel curata da Giovanna Calvenzi.
La mostra sarà inaugurata alla presenza dell’Autore il 13 Giugno alle 18.00 presso la sede del Centro Italiano della Fotografia d’Autore e rimarrà aperta al pubblico fino al 6 Settembre.
___
Giovanni Gastel
di Claudio Pastrone
Giovanni sarebbe voluto diventare poeta. Con ironia ci racconta che a fargli cambiare strada è stato la disistima della sua fidanzata di allora per quel che scriveva. Ma se poeti si è, si continua a esserlo per tutta la vita, e lo dimostrano non solo i due volumi di poesie che ha pubblicato, ma le sue stesse scelte professionali ed esistenziali. Giovanni racconta che gli inizi della professione sono stati durissimi. Che ha raggiunto il successo lavorando senza sosta fino al momento in cui ha saputo conquistare la fiducia di persone importanti nel campo della moda. Ci dice anche che la ruota della fortuna può sempre volgere al peggio e che solo chi sa reagire alle avversità riesce a ritrovarsi. Giovanni, parlando di sé, ci insegna a riflettere su noi stessi. Dice che per essere un vero fotografo bisogna “essere” nelle proprie immagini, occorre trovarsi un aggettivo: nel suo caso, “elegante”. Poi bisogna essere disposti a cambiarlo, se occorre. Bisogna avere la capacità di cambiare il proprio modo di essere e di fotografare, di saper osservare i cambiamenti del mondo e in noi stessi. E di decidere al fine che la parola giusta da accostare a ”fotografo” è “autore”. Giovanni mette in scena la sua fotografia. A differenza della maggior parte dei fotografi, non usa la macchina fotografica per riprendere il mondo esterno: osserva e ricostruisce in studio. La sua fotografia è più vicina al teatro che al cinema. Nella sua maturità di autore ha creato un mondo fatto di eleganza e gentilezza che condiziona anche le persone che entrano nel suo studio per essere ritratte. Gastel è una persona di grande intelligenza che ha fatto dell’inventiva e della sperimentazione la sua cifra professionale.
Biografia
Giovanni Gastel nasce a Milano il 27 dicembre 1955, da Giuseppe Gastel e da Ida Visconti di Modrone, l’ultimo di sette figli. Negli anni Settanta, avviene il suo primo contatto con la fotografia. Da quel momento, ha inizio un lungo periodo di apprendistato mentre un’occasione importante gli viene offerta nel 1975-76, quando inizia a lavorare per la casa d’aste Christie’s. La svolta avviene nel 1981 quando incontra Carla Ghiglieri, che diventa il suo agente e lo avvicina al mondo della moda. Dopo la comparsa dei suoi primi still-life sulla rivista Annabella, nel 1982, inizia a collaborare con Vogue Italia e poi, grazie all’incontro con Flavio Lucchini, direttore di Edimoda, e Gisella Borioli, alle riviste Mondo Uomo e Donna. Il suo impegno attivo nel mondo della fotografia lo avvicina anche all’Associazione Fotografi Italiani Professionisti, di cui è stato presidente dal 1996 al 1998. La consacrazione artistica avviene nel 1997, quando la Triennale di Milano gli dedica una mostra personale, curata dallo storico d’arte contemporanea, Germano Celant. Il successo professionale si consolida nel decennio successivo, tanto che il suo nome appare nelle riviste specializzate insieme a quello di fotografi italiani quali Oliviero Toscani, Giampaolo Barbieri, Ferdinando Scianna, o affiancato a quello di Helmut Newton, Richard Avendon, Annie Lebowitz, Mario Testino e Jurgen Teller. Nel 2002, nell’ambito della manifestazione La Kore Oscar della Moda, ha ricevuto l’Oscar per la fotografia. Attualmente è Presidente dell’Associazione Fotografi Italiani Professionisti e membro permanente del Museo Polaroid di Chicago.
___
“La ricotta” di Pasolini, foto di Paul Ronald
di Antonio Maraldi
Scorrendo la lunga filmografia di Paul Ronald, ci sono nomi di registi che si ripetono (a cominciare naturalmente da Visconti) e altri incontrati una sola volta. Quello di Pier Paolo Pasolini è tra questi. Nelle lunghe chiacchierate, quando gliene chiedevo il motivo, Paul ribadiva che con Pasolini non c’erano stati problemi, che era una persona correttissima ma che sul set de La ricotta (episodio del collettivo Rogopag, composto anche dai segmenti diretti da Rossellini, Godard e Gregoretti; da cui il titolo del film) non si era trovato a proprio agio, tanto da abbandonare la lavorazione dopo un paio di giorni. Lui, borghese e laico di vedute liberali e non certamente un moralista, in quel clima che definiva quasi blasfemo, si era trovato a disagio. Va detto che le riprese a cui aveva assistito potevano certo dare quell’impressione, con quei protagonisti e comparse provenienti dal sottoproletariato, che nelle pause inscenavano strip tease o balli scatenati (come testimoniano le foto), a poca distanza dalle croci poi utilizzate durante le riprese. Mentre il risultato finale, a montaggio terminato, fa de La ricotta un’opera tra le più alte dell’intero percorso cinematografico pasoliniano. Ronald comunque ha documentato da par suo quella lavorazione, sia negli esterni, nella periferia romana, che in studio per la ricostruzione dei dipinti di Pontormo e Rosso Fiorentino. Una parte di quegli scatti (compreso il colore) li aveva consegnati alla produzione e una parte li aveva conservati. Curiosamente, lui che non teneva per sè nulla – o quasi – dei suoi lavori, aveva deciso di trattenerli. Si tratta di un centinaio di negativi, sia 6×6 che 35 mm., che Ronald non considerava scarti ma di riserva. Lui, abitualmente e a differenza di qualche collega, non scattava moltissimo, certo del suo lavoro. Quel centinaio di negativi Paul me l’ha donato, durante una delle ultime volte che sono stato a trovarlo nella sua casa nei pressi di Wassy, nel Nord della Francia. Da una selezione di quei negativi, mai sviluppati in precedenza, è nata questa mostra pensata sia per celebrare uno dei maggiori fotografi di scena del cinema italiano, scomparso nel gennaio di quest’anno, che per ricordare Pier Paolo Pasolini a quarant’anni dalla tragica morte.
Biografia
Paul Pellet Ronald nasce a Hyères, nel sud della Francia, il 17 ottobre 1924 da una famiglia di piccoli commercianti. Dopo il liceo si iscrive alla scuola nautica ma a causa della guerra si trasferisce a Nizza, dove comincia a frequentare l’ambiente del cinema. Qui conosce G.R. Aldo, fotografo italiano che lavorava con successo in Francia e che in seguito diventerà uno dei maggiori direttori della fotografia del cinema italiano. è Aldo, al quale fa da assistente per L’eternel retour (1943) di Delannoy, che lo avvia alla professione di fotografo di scena. Dopo due anni come fotografo di guerra con gli alleati, Paul Ronald è secondo fotografo di Aldo per La belle e la bete (1946) di Jean Cocteau. In seguito, come fotografo di scena, lavora sui set di Turbine d’amore (1946) di Lecombe e di Risorgere per amare (1947) di Delannoy. L’anno dopo viene chiamato in Italia da Aldo, come fotografo e consulente per la pellicola, per prendere parte alle riprese de La terra trema (1948) di Luchino Visconti. Nel 1949 è nuovamente coinvolto da Aldo nella lavorazione di Il cielo sulla palude di Augusto Genina. Decide allora di stabilirsi definitivamente in Italia, assieme alla moglie Huguette (1924-1991), anch’essa attiva fotografa di scena. Ben presto Ronald si afferma come uno dei più apprezzati fotografi di scena del cinema italiano e lavora con quasi tutti i maggiori registi. Quasi un centinaio i film seguiti nel corso della sua lunga carriera. Documenta tutti i film di Visconti fino a Il lavoro, episodio di Boccaccio ‘70 (per Bellissima è anche direttore della fotografia) e anche quasi tutte le sue messe in scena teatrali. Lavora, tra gli altri, con Blasetti (La fortuna di essere donna), Cavani (Interno berlinese, Francesco), Fellini (Le tentazioni del dottor Antonio di Boccaccio ‘70, Otto e mezzo), Ferreri (Harem, Chiedo asilo), Lattuada (Guendalina, Fraulein Docktor), Pietrangeli (Nata di marzo), Risi (Fantasma d’amore, Primo amore, Sono fotogenico, Caro papà) e Scola (C’eravamo tanto amati, La terrazza, Passione d’amore, Il mondo nuovo, Maccheroni). Diversi i lavori anche sui set internazionali: Il tesoro dell’Africa e La Bibbia di Huston, Il re ed io di Lang, Waterloo di Bondarciuk, Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? di Wilder, Popeye di Altman. Ha pubblicato vari libri tra cui l’ormai classico Rome, Ville des Villes e I carabinieri (commissionatogli dall’Arma in occasione del 150° anniversario della fondazione). L’ultimo film seguito è stato Storia di una capinera (1994) di Franco Zeffirelli, regista con il quale ha spesso collaborato. Paul Ronald, dopo la morte della moglie, è tornato in Francia ha vissuto nei pressi di Wassy, in Haute Marne, fino al 2012 quando, in seguito al peggiorare delle condizioni di salute, si è trasferito presso la sorella nelle vicinaze di Gad, nel sud della Francia, dove è morto il 13 gennaio 2015.
___
Wim Wenders: America, Mostra fotografica

Wim Wenders
___
WIM WENDERS. AMERICA
16 gennaio – 29 marzo 2015
Organizzata da FAI – Fondo Ambiente Italiano
A cura di Anna Bernardini
Villa e Collezione Panza – Varese
___
“I paesaggi danno forma alle nostre vite, formano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana e se sei attento acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici luoghi.”
Così Wim Wenders descrive il suo approccio attraverso l’utilizzo di una macchina fotografica che riproduce visioni capaci di scardinare la consueta percezione del paesaggio regalando l’essenza del luogo. Un’assoluta ricchezza visiva che si ritrova nelle 34 fotografie realizzate negli Stati Uniti tra la fine degli anni Settanta e il 2003 in mostra dal 16 gennaio al 29 marzo a Villa e Collezione Panza, splendida dimora del FAI nel cuore di Varese che inaugura così una programmazione attenta al panorama attuale del mondo della fotografia.
Uno sguardo europeo sull’America
“Wim Wenders. America”, mostra a cura di Anna Bernardini, Direttore di Villa e Collezione Panza, racconta lo sguardo acuto e profondo del noto regista e fotografo tedesco, teso alla contemplazione dell’immensità della natura e alla potenza della luce. Ambienti, paesaggi, architetture, strade: è l’occhio europeo che incontra, sente, vede e registra la cultura americana. Così come Giuseppe Panza di Biumo, a partire dagli anni Cinquanta, ha visitato, percepito e compreso lo spirito americano attraverso l’arte realizzando la sua collezione.
Le opere
L’allestimento segue un percorso alla scoperta della personale lettura dell’America di Wim Wenders. L’intera mostra è un omaggio all’amico Dennis Hopper (1936-2010) e a Edward Hopper (1882-1967), suo riferimento artistico. Il negozio vuoto di Las Vegas in Entire Family, il Drive – in a Marfa, il supermarket di Safeway in Texas, l’architettura avveniristica del palazzo di Houston in Entrance, e tanti altri scatti cercano di immortalare un’umanità transitata altrove, sottraendola allo scorrere del tempo; mentre in Cowboy Bar, esposto per la prima volta, in Western World Development e in Near Four Corners, risulta evidente la funzione letteraria e narrativa dell’immagine. Il percorso si conclude nelle Scuderie di Villa Panza con l’opera in cinque ‘atti’ New York, November 8, 2001 dedicata a Ground Zero: una preghiera forte e commovente che conduce lo spettatore alla riflessione sulla violenza e sul dramma collettivo.
___

Wim Wenders, photo 1

Wim Wenders, photo 2

Wim Wenders, photo 3

Wim Wenders, photo 4

Wim Wenders, photo 5

Wim Wenders, photo 6

Wim Wenders, photo 7

Wim Wenders, photo 8

Wim Wenders, photo 9

Wim Wenders, photo 10

Wim Wenders, photo 11

Wim Wenders, photo 12
___
Hiroshi Sugimoto in mostra a Modena

Hiroshi Sugimoto, El Capitan, Hollywood, 1993 stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm
___
Hiroshi Sugimoto
8 marzo – 7 giugno 2015
Foro Boario – Modena
Via Bono da Nonantola, 2
Enti promotori:
Fondazione Fotografia Modena
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Informazioni:
+39 059 239888
mostre@fondazionefotografia.org
http://www.fondazionefotografia.org
___
COMUNICATO STAMPA
Dall’8 marzo al 7 giugno 2015 Fondazione Fotografia Modena presenta negli spazi espositivi del Foro Boario di Modena una mostra antologica dedicata a Hiroshi Sugimoto, tra i più autorevoli interpreti della fotografia contemporanea internazionale. Il percorso, a cura del direttore di Fondazione Fotografia Modena Filippo Maggia, ripercorre l’intera carriera dell’artista, presentando alcune pietre miliari della sua ricerca.
Attivo dalla metà degli anni settanta, Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948) utilizza il mezzo fotografico per indagare le tracce della storia nel nostro presente. In particolare, nel ritrarre soggetti che ricreano o replicano momenti di un passato distante e luoghi geograficamente lontani, Sugimoto critica la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza. A quest’impostazione concettuale, l’artista unisce un rigore metodologico tipicamente orientale: la meticolosa perfezione delle sue stampe è il risultato di un lavoro imponente, che include un’ampia ricerca preliminare, l’uso di fotocamere di grande formato e delle tradizionali tecniche del bianco e nero. Ogni progetto ha origine da una riflessione filosofica profonda su un determinato tema e spesso si protrae per molti anni a venire.
Sugimoto ha lasciato il Giappone nel 1970 per studiare arte a Los Angeles, in un periodo in cui il Minimalismo e l’Arte Concettuale regnavano sovrani: entrambe le correnti, infatti, hanno influito molto sulla sua visione estetica. Man mano che la sua ricerca si è evoluta, Sugimoto ha individuato soggetti di una tale profondità concettuale che è tornato ciclicamente a rivisitarli nel corso della sua carriera. Dal Minimalismo, in particolare, ha tratto una passione rigorosa per la serialità, che lo ha portato ad organizzare il suo lavoro in serie ben definite ed omogenee. La mostra di Modena dà conto delle più importanti: dai misteriosi orizzonti marini della serie Seascapes ai celebri Theaters ripresi con lunghissimi tempi d’esposizione; dai Dioramas realizzati nei musei di storia naturale fino alle recenti fotografie ‘out-of-focus’ dedicate alle icone dell’architettura modernista. Il percorso comprende inoltre alcuni famosi Portraits di personaggi storici in cera e lavori ispirati ai primi esperimenti fotografici condotti da William Henry Fox Talbot (1800-1877): i Photogenic drawings, ricavate rifotografando i negativi di Talbot e colorando le successive stampe, e i Lightning fields, ottenuti direzionando sulla pellicola fotografica una scarica elettrica da 400 mila Volt con un generatore Van de Graaff. Un altro ambito in cui Sugimoto è significativamente attivo, inoltre, è la produzione di libri d’artista, testimoniata da ben 52 volumi monografici che saranno esposti in mostra.
“A caratterizzare la pratica artistica di Sugimoto – commenta il curatore Filippo Maggia –, sono l’indagine del passato e la necessità di raffigurare il tempo dandogli corpo attraverso la fotografia. L’approccio dell’artista è meditabondo, lento, giustamente prudente: d’altronde, per sentire il tempo occorre averne piena coscienza e rispetto. Ripercorrendo la carriera di Sugimoto a ritroso, risulta evidente come la sua non sia altro che un’incessante sfida alle potenzialità che la fotografia offre all’artista, come tecnica, linguaggio e strumento di interpretazione del mondo, accompagnata ad un’altrettanto approfondita pratica di altre discipline, come il design e l’architettura”.
“Nella serie Dioramas (1976 – 2012) – spiega Maggia – il punto di vista è quello di un osservatore consapevolmente estraneo alla scena, come spesso lo è il fotografo, e l’ossessiva ricerca del vero condotta dall’artista è amplificata dal fatto di ritrarre un’ambientazione sotto vetro, di per sé statica e immobile come una fotografia già scattata. Nei Seascapes (serie in corso dal 1980), lo sguardo si posa invece su distese d’acqua infinite, immutate da millenni e depositarie di una lunga storia che si ripete nel lento e inesauribile approdare alla riva”.
Di un tempo ben scandito da un inizio e da una fine raccontano invece i Theaters (serie in corso dal 1976), in cui il tempo della pellicola che viene proiettata sullo schermo coincide con quello dell’esposizione: “In questo caso, il rettangolo bianco al centro dell’immagine è metafora di una duplice visione – prosegue Maggia –: di quello che è stato il flusso di immagini risolto nel bianco abbacinante dello schermo e di quanto contestualmente è andato apparendo su di esso, il teatro appunto, come su un foglio fotografico immerso nel rivelatore”. Nei Portraits (1999) l’artista ritorna alle figure in cera che aveva esplorato per la prima volta nei Dioramas. A differenza di quelle prime rappresentazioni, questi ritratti di personaggi storici in bianco e nero sono quasi a grandezza reale. Lavorando su una scala inedita per lui, Sugimoto libera le statue di cera dalle scenografie del Museo di Madame Tussaud di Londra e le ricolloca su uno sfondo nero così da renderle ancora più inquietanti. La resa pittorica dei soggetti, così ricca di dettagli, richiama i quadri di Hans Holbein, Anthony van Dyck e Jacques Louis David, dai quali molte delle statue di cera già traevano ispirazione.
L’allestimento presenta inoltre un nucleo di opere della serie Architecture (in corso dal 1997), realizzate da Sugimoto in occasione della XIV Biennale d’Architettura, recentemente esposte alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia: tra queste, le vedute del Johnson Wax Building di Frank Lloyd Wright, la Einstein Tower di Erich Mendelsohn, il Monumento ai Caduti del futurista italiano Antonio Sant’Elia, la Serpentine Gallery di Londra, il Museum of Modern Art di New York. Queste mostrano come “l’interesse di Sugimoto per il primo modernismo in architettura si sia progressivamente spostato dai volumi alle strutture e al rapporto di queste con l’ambiente – spiega Maggia–. Il particolare sistema di ripresa utilizzato dall’artista permette di ottenere un’immagine in cui il soggetto ripreso appare come indefinito, eppure ben percepibile, a noi prossimo, palpabile come se la sua superficie fosse davvero a portata di mano. E con essa la sua storia, il suo esistere perpetuo nel tempo, reso ancora più definitivo dall’immutabilità della fotografia”.
Hiroshi Sugimoto (Tokyo, 1948) vive e lavora tra New York e Tokyo. Le sue opere sono state esposte nel corso di numerose mostre personali e collettive. Tra le maggiori personali ricordiamo quelle organizzate presso il Palais de Tokyo di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles (2014), il Lille Metropole di Lilla (2012), il National Museum of Art di Osaka (2009), la Neue Nationalgalerie di Berlino (2008), il de Young Museum di San Francisco (2007), l’Hirshhorn Museum di Washington D.C. (2006), il Mori Art Museum di Tokyo (2005), la Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi (2004), il Solomon R. Guggenheim Museum di New York (2000), il Metropolitan Museum of Art di New York (1995). Nel 1988 riceve il Mainichi Art Prize e nel 2001 il prestigioso Hasselblad Foundation International Award. Le opere di Sugimoto figurano nelle più importanti collezioni museali internazionali tra cui quelle della Tate Gallery di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago e del Metropolitan Museum di New York.
- Hiroshi Sugimoto, El Capitan, Hollywood, 1993 stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm
- Hiroshi Sugimoto, Tyrrhenian Sea, Conca 1994, stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm
- Hiroshi Sugimoto, Bay of Sagami, Atami, 1997, stampa ai sali d’argento, 119,5×149 cm
- Hiroshi Sugimoto, Birds of The Alps, 2012, stampa ai sali d’argento, 119,5×171,5 cm
- Hiroshi Sugimoto, Birds of the South Georgia, 2012, stampa ai sali d’argento, 119,5×184,5 cm
- Hiroshi Sugimoto, Photogenic Drawing 017, 2008, stampa virata ai sali d’argento, 93,7×74,9 cm
- Hiroshi Sugimoto, Napoleone Bonaparte, 1999, stampa ai sali d’argento, 93,7×74,9 cm
- Hiroshi Sugimoto, Lightning Fields 225, 2009, stampa ai sali d’argento, 58,4×47 cm
___







