Archive for the ‘Arte’ Category
Douglas Scholes, Assigning simple tasks to a walk
Douglas Scholes
Assigning simple tasks to a walk
Assegnazione di semplici mansioni ad una camminata
Performance artistica eseguita il 6 novembre 2012, da San Romano, passando per Borello, fino alla discarica “Tessello II” di San Carlo (17km).
Durante la camminata l’artista canadese ha provveduto a raccogliere i rifiuti trovati lungo il percorso, sostituendoli con le sue Amphottles (in italiano Anfottiglie): manufatti in cera d’api prodotti interamente dall’artista, dalla forma metà di bottiglia di plastica e metà di anfora.
Statement:
I explore the qualities of maintenance and art through a pragmatic aesthetic, which places art as part of rather than a reflection of the everyday. The pragmatic aesthetic refers to the intrinsic and evolving appearance of things, objects, and structures found in our environments, appearances that are inherently dynamic due to the passage of time. I am fascinated by the appearance of things created by abandoned attention and by the maintenance performed in an attempt to reverse deterioration.
To perform maintenance as art is an act of creation which exposes the inherent beauty of the orchestrated movements of human resources and tools/materials that are required to get the job done – acts of cleaning, repairing, constructing, picking up, clearing, etc., and the results thereof. These acts are done in response to gradual and unrelenting entropic forces working in natural opposition to the acts of creation. There is a dichotomy between maintenance and deterioration with an inevitable, usual, predictable interaction of one to the other.
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Mostra di Edward Hopper a Parigi

Mostra di Edward Hopper a Parigi
Edward Hopper al Grand Palais di Parigi
10 ottobre 2012 – 28 gennaio 2013
Una mostra organizzata dalla Réunion des Musées Nationaux – Grand Palais e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid in collaborazione col Centre Pompidou.
Hopper? Una leggenda troppo spesso limitata alle immagini riconosciute dal pubblico più ampio. Basta il suo nome ad evocare notti tinte di verde, architetture distese al sole, luci fredde. Tutto parla di solitudine senza fine, di silenzio ed Edward Hopper (1882-1967) è diventato sinonimo di malinconia, di civiltà avvelenata, di tempo sospeso, di un ordinario dalle note bizzarre che ha l’America come sfondo e attraverso di essa parla di un’umana condizione deprivata delle passioni, della sua stessa carne. I dipinti di Hopper contengono la semplicità ingannevole dei miti unita all’evidenza dei fumetti. Condensano ipotesi e sogni ispirati alla “favolosa” America e in quanto espressione dei sentimenti più toccanti, o di puri costrutti mentali, hanno portato a interpretazioni contrastanti. L’artista è stato di volta in volta battezzato come romantico, realistico, simbolista, formalista a dimostrazione di una complessità ben superiore a quanto possa apparire allo sguardo più distratto.
La retrospettiva al Grand Palais sembra voler ripristinare un’immagine più sanguigna di Hopper e lo fa partendo dalle sperimentazioni di quel giovane che nel 1906 approda a Parigi per la prima volta in cerca di arte, ispirazione e di se stesso. La prima parte della mostra attraversa così gli anni della formazione (1900-1924) e confronta Hopper coi lavori dei suoi contemporanei francesi, mentre la seconda parte è dedicata all’arte della maturità, dai primi dipinti emblematici del suo stile personale (House by the Railroad House, 1924) alle sue ultime opere (Two Comedians, 1966).
LE INFLUENZE – Hopper entra nella bottega di Robert Henri alla New York School of Art nei primi anni del XX secolo. Personalità molto pittoresca, Henri nel 1908 sarà il fondatore della “Scuola della spazzatura” (Ashcan School), nome di per sé sufficiente a esprimere il realismo senza compromessi che legava i membri del sodalizio. Con questa influenza, il giovane Hopper approda a Parigi (nel 1906, nel 1909 e nel 1910), gira per gallerie e saloni avvicinandosi a molteplici influenze: Degas gli ispira prospettive, il principio poetico di una “drammatizzazione” del mondo. Da Albert Marquet prende i volumi mentre con Felix Vallotton, condivide un gusto leggero ispirato da Vermeer. Da Walter Sickert, acquisisce l’iconografia dei luoghi di divertimento, la pittura della “carne sanguinante”. Qui Hopper adotta lo stile degli impressionisti, una tecnica nata per di esprimere l’armonia e il piacere sensuale. Tornato negli Stati Uniti, l’artista s’immerge nel realismo di Bellows, di Sloan, della Scuola Ashcan con la quale condivide una visione distopica. Per guadagnarsi da vivere fa l’illustratore, ma il suo tempo arriverà solo nel 1924. L’anno rappresenta un punto di svolta nella vita e l’opera di Hopper. La mostra al Museo di Brooklyn degli acquerelli di Gloucester, e la sua presentazione alla galleria di Franck Rehn, gli portano quei riconoscimenti e quel successo commerciale che gli permetteranno di dedicarsi esclusivamente alla sua arte (fino ad allora aveva venduto un solo quadro, nel 1913). E può cominciare il lavoro di approfondimento dei suoi soggetti preferiti: le architetture dall’identità quasi “psicologica”, i personaggi solitari e come smarriti nelle profondità nel pensiero, il mondo dello spettacolo, le immagini della città moderna.
ETICHETTE? Per molti versi Hopper resterà sempre un mistero. L’apparente realismo della sua pittura e l’astratto processo mentale che richiede per la loro elaborazione, mandano in corto circuito la stessa critica d’arte. Un bastione della tradizione americana realista, il Whitney Museum of Art regolarmente propone mostre d’arte dedicate al suo lavoro. Tuttavia la sua prima retrospettiva, lo consacrerà, nel 1933 in quel tempio del Formalismo che è il MoMA di New York il cui direttore Alfred Barr, scrive di un pittore che “in molti dei suoi dipinti perpetua composizioni interessanti da un punto di vista strettamente formale“. Le definizioni, insomma, faticano a trovarsi d’accordo, e così negli anni ’50 ecco etichettato Hopper come “metafisico” e “surrealista” mentre la rivista Reality lo collega con gli artisti del realismo americano per denunciare l’arte astratta che, secondo loro, strabocca da collezioni e musei. Pochi mesi dopo la morte il curatore della sezione americana alla Biennale di San Paolo, Pietro Seltz, organizza una mostra di Hopper, e ne collega l’opera alla generazione di artisti pop. Tutte buone queste etichette, tutte plausibili, nessuna precisa sino in fondo. La magia di Hopper è anche questa. Informazioni mostra: http://www.rmngp.fr (a.d)
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Mostra di Picasso a Milano

Mostra di Picasso a Milano
Il grande ritorno a Milano di Pablo Picasso
con oltre 200 capolavori tra dipinti, disegni, sculture e fotografie
Dal 20 settembre 2012 al 6 gennaio 2013
Palazzo Reale – Milano
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Infoline e prevendita: 02 54911
http://www.ticket.it/picasso
Orari
lunedì, martedì e mercoledì: 8.30-19.30
giovedì, venerdì, sabato e domenica: 9.30-23.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
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Saranno oltre 200 opere, molte delle quali mai uscite dal Museo Picasso di Parigi, che affolleranno le sale di Palazzo Reale a Milano, in occasione della grande antologica dedicata all’ ineguagliabile artista spagnolo Pablo Picasso.
Curata da Anne Baldassari, riconosciuta a livello internazionale fra i più importanti studiosi di Pablo Picasso e curatrice del Musée National Picasso di Parigi, la mostra è pensata come un excursus cronologico sulla produzione dell’artista, mettendo a confronto le tecniche e i mezzi espressivi con cui si è cimentato nel corso della sua lunga carriera coprendo tutte le fasi fondamentali della creatività multisfaccettata di Pablo Picasso e i vari mezzi espressivi e mediatici tramite cui il suo genio visuale ebbe modo di esprimersi.
Questo sensazionale insieme di opere offre la possibilità unica e straordinaria di confrontarsi con le maggiori fasi artistiche della Modernità, testimoniate da un unico – forse il più grande di tutti – genio: il periodo blu e quello rosa, il periodo della ricerca “africana” o proto-cubista, il Cubismo Sintetico e il Cubismo Classico, le pitture surrealiste, il periodo del coinvolgimento politico e i dipinti sul tema della guerra, l’interludio pop e le variazioni sul tema ispirate ai grandi maestri dell’arte rinascimentale e moderna, fino alle sue ultimissime produzioni prima delle morte, avvenuta nel 1972.
Innumerevoli i capolavori che popolano la mostra come “La Celestina” (1904), “Uomo con il mandolino” (1911), “Ritratto di Olga” (1918), “Due donne che corrono sulla spiaggia” (1922), ”Paul come Arlecchino” (1924), “Ritratto di Dora Maar” e “La supplicante” (1937).
Una combinazione di genialità e linguaggi artistici in continua evoluzione che arricchirà la città di ineguagliabile bellezza.
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Sito ufficiale: mostrapicasso.it
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