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La Camera della Rabbia su Rai1

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La Camera della Rabbia su Rai1

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Domani sera, domenica 1 marzo 2015, andrà in onda su Rai1 alle 23.35 lo speciale TG1 “Il Segreto della Felicità”, dove verrà trasmesso il video realizzato alla Camera della Rabbia, condotto dalla giornalista Elisabetta Mirarchi!

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Written by filippo

28 febbraio 2015 at 5:25 PM

La RAI alla Camera della Rabbia (Backstage)

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Domenica 11 gennaio 2015 anche la RAI è approdata alla Camera della Rabbia, luogo che è stato al centro del mio progetto fotografico “L’Ira Funesta“.

Le riprese, durate tutta la mattina, si sono concentrate su Cristian Castagnoli, proprietario della Camera, e su 2 clienti resesi disponibili ad essere intervistate e filmate durante la sessione all’interno della Camera.

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Written by filippo

19 gennaio 2015 at 7:47 PM

Intervista per Cesena24ore

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Raccontare la vita per immagini, Intervista a tutto campo al fotografo cesenate Filippo Venturi

Raccontare la vita per immagini
Intervista a tutto campo al fotografo cesenate Filippo Venturi

CESENA – La Romagna è terra di creativi, noi ne siamo convinti, di artisti e di profondi spiriti illuminati dall’arte. Nelle nostre frequenti ricerche su internet ci siamo imbattuti in Filippo Venturi, fotografo professionista e “romagnolo doc” che è stato recentemente insignito di un premio per il concorso “Crediamo ai tuoi occhi”, contest organizzato dal Centro Italiano della Fotografia d’Autore.

Non ci siamo fatti scappare l’occasione di intercettarlo e di sottoporlo ad una a fastidiosa mitragliata di domande, chiedendogli come è nata la sua passione per la fotografia e che ne sarà di quest’arte, come ‘è nato il progetto con cui ha vinto il premio e cosa significa vivere in provincia… Insomma, un’intervista a tutto campo per conoscere le tante sfaccettature che caratterizzano questo professionista che volente o nolente, dà lustro col suo lavoro alla Romagna tutta.

1. Filippo sei stato insignito di un premio davvero importante… come ti senti?

Essere premiato nel concorso “Crediamo ai tuoi occhi” è uno dei riconoscimenti principali che ho ottenuto come fotografo.

Fa piacere ricevere un riconoscimento importante: è una conferma che si è lavorato bene ed è un ulteriore stimolo a continuare.

2. Quando hai deciso di concorrere?

Ho letto del bando su internet, essendo un premio importante e con una giuria di livello, ho deciso di tentare e vedere che sarebbe successo.

Sono molto soddisfatto di “In Oblivion”, così ho voluto metterlo alla prova.

3. Su cosa hai incentrato il tuo lavoro?

Il mio lavoro si intitola appunto “In Oblivion”, l’ho realizzato nel giugno 2012 a New York City.
Ho voluto raccontare il quartiere di Red Hook e i suoi abitanti, realizzando una serie di ritratti e di paesaggi, che ho poi deciso di alternare, per mettere in risalto il contrasto che emerge fra un ambiente degradato, consumato e annerito e la popolazione, in gran parte composta da giovani e artisti, che sta ripopolando l’area.

Il progetto è composto da 39 fotografie.

Sicuramente, nella realizzazione, sono stato influenzato dai lavori di maestri come Joel Sternfeld, Stephen Shore e Alec Soth.

4. Quando hai scoperto la fotografia e soprattutto com’è scattata in te l’idea di trasformarla in una professione?

Ho scoperto la fotografia un po’ tardi, a 28 anni.

In un certo senso mi sembra di essere partito con un gap di 10-15 anni e di dover recuperare. Probabilmente però è questa sensazione che dal 2008 fino ad oggi mi ha spinto a dedicare ogni attimo libero a studiare, osservare e praticare la fotografia.

La scoperta è stata un po’ banale: un giorno, vedendo alcune fotografie molto particolari su internet, mi sono chiesto “Perché non provo a farle anche io?” e lì è iniziato il mio percorso.

I primi esperimenti erano inguardabili, anche se sul momento mi sembravano ottime fotografie, per fortuna mi sono reso conto presto che dovevo educare il mio sguardo, senza impuntarmi su ciò che ritenevo bellissimo così, “a pelle”.

Col tempo ho preso sempre più sicurezza in me stesso, fino a quando ho deciso di propormi a livello professionale.

Qualcosa di simile sta avvenendo anche col video. Ho sempre amato il cinema e ultimamente ho iniziato a dedicarmi anche al video; entro ottobre dovrebbe uscire il mio primo lavoro in questo campo, il documentario “Forum Living”, di cui sono il regista, assieme a Stefania Amanti, e che ho potuto realizzare grazie al grandissimo lavoro svolto dai ragazzi della troupe (ora, tutti assieme, abbiamo creato l’Associazione Sovraesposti, specializzata nella realizzazione video).

Molto prezioso è stato il supporto tecnico-pratico dei ragazzi della Cooperativa Sunset di Forlì.

Il documentario “Forum Living” è stato pensato nell’ambito Progetto “MU.VI.TECH, Musica, Video e Nuove Tecnologie” (finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Gioventù e dall’ANCI. A livello locale questa iniziativa è stata sostenuta dal Comune di Forlì Assessorato alle Politiche Giovanili, da Techne, Materiali Musicali, Sunset Soc. coop.)

5. Vivere in una provincia credi renda ancora più difficile alle persone, in particolare ai giovani, la possibilità di trovare una propria dimensione professionale?

Vi sono dei pro e dei contro.

In una provincia la qualità della vita solitamente è migliore, i tempi meno compressi e la concorrenza meno affollata. Questo consente di cercarsi più facilmente un proprio settore dove specializzarsi o, meglio ancora, il settore di proprio interesse potrebbe essere scoperto e potrebbe attendere proprio noi.

D’altro canto i contatti con le grosse agenzie, riviste, gallerie e musei sono più semplici se vivi a Roma o Milano e da questo dipendono anche le opportunità di ricevere lavori commissionati o altre proposte.

Internet ha semplificato le cose, anche chi vive a Cesena è visibile e raggiungibile. Nonostante questo, però, è molto importante viaggiare, visitare i Festival, le mostre e così via, sia per crearsi i contatti, sia per mostrare il proprio lavoro e sia perché vedere le fotografie stampate è molto diverso dal vederle su internet, consente di apprezzare di più il lavoro altrui ed anche il proprio.

6. Cosa significa per te la fotografia?

La fotografia è un linguaggio attraverso il quale posso esprimere me stesso e posso raccontare ciò che vedo.

La fotografia è, oltre alla scrittura, il canale col quale cerco di sfogare e dare forma alle idee e le visioni che ho in mente.

Lo stesso linguaggio, professionalmente, può servire per raccontare ciò che i clienti vorrebbero esprimere.

7. Che rapporto hai con le nuove piazze virtuali dedicate alle immagini, ad esempio Flickr, Instagram…?

Flickr lo conosco bene ed è stato il primo luogo dove ho pubblicato le mie fotografie. E’ stato molto utile per vedere i lavori altrui e per i commenti. Un rischio, su Flickr, è di lasciarsi incantare da perdite di tempo come le fotografie su “Explore” o gli “HDR”.

Instagram lo conosco meno, ma questo è anche colpa del mio disinteresse per gli smartphone, che riconosco essere un errore, considerando che oggi alcuni consentono di realizzare fotografie ad una qualità buona, in modo discreto ed anche in situazioni dove non potresti mai estrarre una macchina fotografica. Sull’argomento c’è online un interessante articolo di Marco Pinna, dedicato a Michael Christopher Brown, “Se la Magnum abbraccia l’uomo dell’iPhone”.

8. Il Centro Italiano della Fotografia d’Autore nel presentare la decima edizione del concorso cita Mallarmè: “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”, tu che ne pensi?

Credo che la citazione di Mallarmè sia la perfetta chiusura del discorso di Fulvio Merlak.

Sono convinto che gli ebook saranno destinati a sostituire buona parte dei libri cartacei di oggi, soprattutto per quanto riguarda i prodotti commerciali, di massa. Allo stesso tempo sono convinto che, assorbita la rivoluzione digitale che sta coinvolgendo la nostra generazione, la fruizione e l’interesse torneranno a seguire più fedelmente le abitudini delle persone. Il digitale ha reso facile procurarsi canzoni, libri, film e fotografie e questo ha portato a fare enormi scorpacciate a cui non è sempre seguita una maggior fruizione effettiva e con qualità adeguata.

Inoltre il supporto digitale con cui usufruiremo degli ebook, e non solo, sarò lo stesso che ci permette di comunicare istantaneamente… e il rischio è di frammentare la fruizione di qualsiasi cosa perché saremo interrotti da notifiche di email o di messaggi sui social network.

Per non tirarla troppo lunga, sono convinto che in futuro convivranno supporti digitali e “materiali” e che chi vorrà una fruizione di qualità, soprattutto nel campo fotografico, non potrà fare a meno della carta e quindi della stampa di buona qualità.

Il problema, a quel punto, diventerà l’aumento dei costi per stampare una quantità limitata di libri. Per quanto mi riguarda, si, il mondo merita di finire in un bel libro e quel libro merita un buon supporto e una buona qualità.

9. Dai un consiglio ai giovani che si affacciano al mondo della fotografia o a quanti vorrebbero farne una professione…

Studiare molto. Osservare molto. Fotografare molto.

Evitare di ascoltare i facili complimenti, seppur in buona fede.

Uno dei rischi per chi è agli inizi è quello di sottovalutare la fotografia e pensare che l’acquisto di una reflex e qualche effetto di Photoshop possano colmare le proprie lacune, ma non è così.

Fra le arti la fotografia è ancora quella più maltrattata, forse perché la tecnica si è semplificata molto e il pigiare un tasto sembra alla portata di tutti, ma anche scrivere è semplicissimo, basta una penna, ma non per questo tutti sanno scrivere buoni libri.

La tecnica è facile da apprendere, più difficile è iniziare a comunicare efficacemente con la fotografia.

Enrico Samorì (fonte)

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Written by filippo

14 settembre 2013 at 9:49 PM

Intervista per hDL Magazine

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Intervista di Filippo Venturi per hDL Magazine

(english version here)

Nell’ultimo numero di hDL Magazine c’è un articolo dedicato al rugby con una intervista al sottoscritto ed una al famoso rugbista australiano David Pocock.

hDL è un high-end magazine israeliano dedicato alle ultime tendenze, design, life-style, arte, musica e sport ed ha circa 40.000 lettori.

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Ecco la mia intervista:

Com’è iniziato il tuo amore per il rugby?
E’ iniziato per caso, 2 anni esatti fa.
Stavo parlando con un collega, Gianmaria Zanotti, della burocrazia che c’è per entrare allo stadio di calcio per fotografare il Cesena (la squadra della mia città, che milita nel campionato italiano di serie A), quando mi ha detto “Perché non provi col rugby? C’è meno burocrazia”.
Non avevo mai pensato al rugby, non sapevo nemmeno che ci fosse una squadra di rugby a Cesena, ma informandomi su Google ho scoperto che c’era e che giocava proprio quel giorno, 2 ore più tardi, così ho raccolto la mia attrezzatura e sono andato. Mi sono divertito molto quel giorno e nel giro di poche settimane sono diventato il fotografo ufficiale della squadra e ho iniziato a conoscere questo mondo.

Cosa trovi di così eccitante circa il gioco e cosa rende il fotografare il rugby così speciale?
Ho fotografato tanti sport, ma quelli che ho trovato più interessanti e fotogenici sono quelli in cui gli atleti sono completamente immersi nell’azione e il contatto fisico è pieno: non c’è una rete che li separa, non gareggiano uno alla volta, non si possiede altro che le proprie mani, il proprio corpo e il proprio coraggio di andare incontro al gioco.
Il rugby è lo sport che preferisco in questo senso, subito dopo vengono la boxe e le arti marziali.

Lo consideri uno sport violento o pericoloso?
Non è violento. Può essere più pericoloso di altri sport, visto che si basa sul contatto fisico, ma proprio per questo c’è di fondo una preparazione specifica, mirata ad affrontarlo nel miglior modo possibile; anche mentalmente si è più predisposti allo “scontro” e quindi si è più pronti e reattivi.

Come rivista hDL mostra una grande varietà di passioni per la vita cosa significa il rugby per te da questo punto di vista?
Ci sono vari motivi che hanno fatto nascere in me questa passione per il rugby.
Innanzitutto ho capito che il rugby è veramente passione, coraggio, generosità, lealtà, amicizia e rispetto, non si tratta solo di un mantra ripetuto da chi è del settore. Questi valori si vedono sia in campo, fra compagni di squadra e fra avversari, sia fuori dal campo, basti pensare all’importanza del terzo tempo, quello in cui si mettono da parte le rivalità e si festeggia tutti assieme.
Ovviamente in campo l’adrenalina scorre a fiumi e non è raro sentire lamentele, vedere contatti scorretti o ascoltare accuse agli arbitri, sono sfoghi umani, nel rugby però ho apprezzato la capacità di ridimensionarli rapidamente e senza trascinare rancori.
Mi rendo conto che questo sport è capace di influenzare positivamente le persone che lo frequentano, di stimolare amicizia e lealtà.
Il rugby è uno degli sport meno inquinati.

Quali sono le differenze principali fra rugby e football americano?
Non conosco bene il football americano (ma presto rimedierò, visto che dovrò fotografarlo).
Al di là dei tecnicismi e delle regole, vedo il rugby come uno sport più corale, visto che nelle azioni è fondamentale il supporto dei compagni, mentre percepisco il football americano più individualista.

Puoi delineare le caratteristiche dei giocatori di rugby?
I giocatori di rugby sono ragazzi e uomini come noi, costantemente animati però da valori nobili. Nella vita non si finisce mai di imparare, frequentare la “scuola” del rugby è sicuramente un’esperienza utile per maturare caratterialmente e collettivamente. Non a caso spesso realtà diverse si avvicinano al rugby per carpirne i valori e lo spirito di gruppo.

Raccontaci della popolarità del rugby nel mondo
Il rugby è molto diffuso nel Regno Unito e negli Stati dell’ex Impero Britannico (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, ecc), in Francia, Argentina, Russia e altri paesi.
La leggenda attribuisce allo studente William Webb Ellis l’invenzione del rugby: nel 1823, in occasione di una partita di football giocato con regole ancora non standardizzate, raccolse la palla con le mani e iniziò a correre verso la linea di fondo campo avversaria per poi schiacciarla oltre la linea di fondo campo urlando: “Meta!”.
Soltanto negli anni ’90, con l’avvento del professionismo, il rugby ha assunto la forma di uno sport moderno, con la formazione di giocatori professionisti, l’unione di club in franchigie, la conseguente attenzione mediatica e l’arrivo degli sponsor; anche il regolamento è stato cambiato, per esaltarne la spettacolarità e ridurre le fasi statiche, ma anche per ridurre i comportamenti antisportivi.
In Italia il rugby si sta diffondendo molto negli ultimi anni. Inizialmente pensavo che fosse solo una mia impressione, dal momento che ero io stesso ad essere entrato in quel mondo e iniziavo a capire quanto fosse vasto, scoprendo così che anche molti miei amici e conoscenti già lo seguivano o praticavano.
In seguito mi sono accorto che invece questa diffusione stava e sta effettivamente avvenendo in tutto il paese.

Hai dei ricordi indimenticabili della tua carriera di fotografo?
Per quanto riguarda il rugby, professionalmente, non dimenticherò mai quando, dopo appena 2 mesi che lo fotografavo, sono stato coinvolto nella campagna pubblicitaria che avrebbe annunciato la partnership fra Lexus e i Wallabies (la nazionale di rugby australiana), nella quale è stata usata una mia fotografia.
Personalmente, invece, un momento indimenticabile è stato, sempre all’inizio del mio incarico come fotografo del Cesena Rugby, quando un giocatore della squadra avversaria, prima dell’inizio della partita, è venuto a cercarmi in campo e a chiedermi se ero io Filippo Venturi e facendomi i complimenti per le fotografie di rugby che aveva visto sui giornali e sul mio sito.
Questo gesto, che spesso mi ricapita, mi rende felice perché evidenzia come stima e rispetto siano immancabili in questo sport.
In un’altra occasione ho ricevuto una email di complimenti da una ragazza americana che mi annunciava di aver scritto una tesi su di me e le mie fotografie di rugby (purtroppo non ho avuto ancora occasione di leggerla).
Al di fuori del rugby, invece, i reportage sono per me esperienze sempre emotivamente coinvolgenti. Ricordo in particolare quello che feci nel 2011 a L’Aquila, città italiana devastata nel 2009 da un terremoto molto violento. Perlustrando una casa crollata del paese di Paganica, vicino a L’Aquila, ho trovato una fotografia e una lettera datata 1994, incorniciate assieme, dove la famiglia araba ritratta nella fotografia ringraziava gli abitanti della casa (morti nel terremoto) per l’ospitalità e l’aiuto ricevuto. Era per terra, col vetro rotto… mi sono commosso e, anche se non avrei potuto, la presi con me e ancora oggi la conservo così come l’ho trovata.
Un estratto della lettera recita così: “Ringrazio per l’attenzione e l’aiuto che abbiamo ricevuto; perché essi dimostrano che la solidarietà non ha frontiere, non la impediscono né la lontananza né la differenza di religione.”

Quali sono i tuoi progetti nel campo del rugby?
Come interesse personale ed umano vorrei fotografare il rugby in paesi dove, a causa di problematiche varie, uno sport (come il rugby, ma non solo), assume un ruolo fondamentale di aggregazione di giovani, per insegnare loro certi valori e per farli evadere un attimo da realtà difficili.
Professionalmente vorrei fotografare i mondiali di rugby, magari seguendo da vicino una squadra, sia nei momenti in campo che al di fuori.

Puoi raccontarci altri temi che ti piace fotografare.
Mi ritengo un reporter e mi piace documentare situazioni ed eventi, specialmente se a carattere storico-sociale.
Per lavoro, però, mi sono ritrovato a realizzare servizi fotografici in stile reportage di sport, di teatro (che adoro), concerti e, ovviamente, gli immancabili matrimoni.

Sei mai stato in Israele?
Non ci sono mai stato ma mi piacerebbe molto visitarlo perché sono convinto che abbia tanto da offrire a livello storico, culturale e artistico.
Mi affascinano molto le città israeliane (Gerusalemme in primis) e i luoghi noti per motivi religiosi e storici.
Sarei curioso anche di visitare Gaza, per capire meglio una realtà finora, per me, confinata ai notiziari televisivi.
Chissà, magari potrei venire anche per fotografare il rugby!

Rugby o Calcio?
In Italia lo sport più diffuso è il calcio e anche io, come tanti, sono cresciuto praticandolo e seguendolo. Ancora oggi continuo a praticarlo a livello amatoriale nel tempo libero e mi diverte molto.
Ma dopo aver scoperto il rugby, se tornassi indietro…

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Devo ringraziare per il supporto nella realizzazione dell’intervista e la traduzione (in inglese ed ebraico): Gil Pinkas di hDL Magazine, il Centro linguistico di Cesena di Silvia Fabbri, Francesco Urbani, Elisa Cimatti, Wim Fournier e Anmar Al-jazairy.

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Intervista di Filippo Venturi per hDL Magazine

Intervista di Filippo Venturi per hDL Magazine

Intervista di Filippo Venturi per hDL Magazine

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Written by filippo

13 agosto 2012 at 12:43 PM