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Menecmi, con Tato Russo (parte 2)
“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015
Le fotografie del backstage sono visibili qui.
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Menecmi, Tato Russo, foto 1

Menecmi, Tato Russo, foto 2

Menecmi, Tato Russo, foto 3

Menecmi, Tato Russo, foto 4

Menecmi, Tato Russo, foto 5

Menecmi, Tato Russo, foto 6

Menecmi, Tato Russo, foto 7

Menecmi, Tato Russo, foto 8

Menecmi, Tato Russo, foto 9

Menecmi, Tato Russo, foto 10

Menecmi, Tato Russo, foto 11

Menecmi, Tato Russo, foto 12

Menecmi, Tato Russo, foto 13

Menecmi, Tato Russo, foto 14

Menecmi, Tato Russo, foto 15

Menecmi, Tato Russo, foto 16

Menecmi, Tato Russo, foto 17

Menecmi, Tato Russo, foto 19

Menecmi, Tato Russo, foto 20

Menecmi, Tato Russo, foto 21

Menecmi, Tato Russo, foto 22

Menecmi, Tato Russo, foto 23

Menecmi, Tato Russo, foto 24

Menecmi, Tato Russo, foto 25

Menecmi, Tato Russo, foto 26

Menecmi, Tato Russo, foto 27

Menecmi, Tato Russo, foto 28

Menecmi, Tato Russo, foto 29

Menecmi, Tato Russo, foto 30

Menecmi, Tato Russo, foto 31

Menecmi, Tato Russo, foto 32

Menecmi, Tato Russo, foto 33

Menecmi, Tato Russo, foto 34

Menecmi, Tato Russo, foto 35

Menecmi, Tato Russo, foto 36

Menecmi, Tato Russo, foto 37

Menecmi, Tato Russo, foto 38
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Le fotografie del backstage sono visibili qui.
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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta
Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare
con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini
Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop
Regia: Livio Galassi
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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.
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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.
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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.
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Menecmi, con Tato Russo (parte 1)
“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015
Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.
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Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 1

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 2

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 3

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 4

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 5

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 6

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 7

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 8

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 9

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 10

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 11

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 12

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 13

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 14

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 15

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 16

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 17

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 18
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Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.
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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta
Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare
con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini
Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop
Regia: Livio Galassi
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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.
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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.
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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.
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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo











































LAROS Ass. Culturale di Gino Caudai presenta
Ninetto Davoli e Edoardo Siravo in
IL VANTONE
di Pier Paolo Pasolini
Con: Gaetano Aronica, Paolo Gattini, Marco Paoli, Silvia Siravo, Enrica Costantini, Valerio Camelin
Scenografia e costumi: Antonia Petrocelli
Aiuto Regia: Federica Buffo
Assistente alle scene e costumi: Francesca Rossetti
Musica originale: Davide Cavuti
Regia di: Federico Vigorito
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“Nel teatro la parola vive di una doppia gloria,
mai essa è così glorificata.
E perché? Perché essa è, insieme, scritta e pronunciata.
È scritta, come la parola di Omero,
ma insieme è pronunciata
come le parole che si scambiano tra loro due uomini al lavoro,
o una masnada di ragazzi, o le ragazze al lavatoio,
o le donne al mercato –
come le povere parole insomma
che si dicono ogni giorno,
e volano via con la vita.”
– Pier Paolo Pasolini
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Pleusicle ama la bella Filocomasio ed è riamato.
Durante una sua assenza, Pirgopolinice, soldato spaccone in cerca di avventure amorose rapisce Filocomasio portandola con sé ad Efeso. Palestrione servo fedele astuto di Pleusicle si affretta subito ad avvertire il suo padrone.
Durante il viaggio vien fatto prigioniero dai pirati dai quali viene offerto in dono a Pirgopolinice che porta con sé Filocomasio. I due – il servo e la donna – fingono di non conoscersi e studiano il modo di avvertire Pleusicle che, avvertito da un mercante, si reca ad Efeso e trova da abitare contigua a quella del soldato fanfarone, presso il vecchio Periplecomeno, benevolo ma astuto.
Fin qui il prologo; d’ora innanzi l’azione scenica. Forata la parete che li divide, i due innamorati si incontrano scambiando gesti d’amore. Li scopre il servo dello spaccone, Sceledro, messo a custode della bella Filocomasio.
Allora da parte di Pleusicle e Periplecomeno viene fatto ogni sforzo per convincere Sceledro che si tratta di un abbaglio tentando di fargli credere che Filocomasio esce dalla casa del Vantone anziché da quella di Pirgopolinice, poi gli viene presentata come gemella di Filocomasio giunta ad Efeso il giorno prima con il suo amante. Lo stratagemma riesce anzi Palestrione fa credere a Pirgopolinice che la bella moglie di Periplecomeno, ormai stanca del vecchio marito, si sia invaghita di lui e voglia sposarlo.
Lo stolto e vanitoso soldato lusingato da questa inaspettata conquista manda via la concubina e libera Filocomasio lasciandole tutti i regali che le ha fatto, compreso Palestrione. Tronfio e voglioso di dare sfogo alla sua passione entra nella casa di Periplecomeno dove trova il finto marito geloso che assieme ai suoi servi gli riservano una gragnola di legnate.
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PERCHÉ “IL VANTONE”?
La domanda, sul perché, Pasolini abbia voluto cimentarsi anche con la drammaturgia, a mio avviso, trova spiegazione nel fatto che la performance teatrale secondo PPP rispetta, molto più di altre espressioni artistiche, il legame stretto tra arte e vita, più ancora del cinema, per il rispetto e la riscoperta, che racchiude in sé, del senso originario della tragedia vissuta come liberazione dai morsi della fatica del vivere che scaturivano dalla convinzione che aveva di sé, di essere un “dannato” della vita: il teatro come confessione pubblica delle sue esigenze, molto spesso drammi, esistenziali: Affabulazione, Orgia, Porcile, Calderon e Il vantone. Tra tutte Il vantone sembra la più stonata sia perché una traduzione sia perché la vicenda appare leggera, come, leggere, apparentemente, sembrano le commedie Plautine.
Che sia un diversivo, una pausa, un momento di relax di una vita sempre impegnata fino all’ultima goccia? Tutt’altro; anche il Vantone non è altro che impegno, ovviamente diverso, nei confronti della vita. Anzitutto è una sorta di tributo alla sua scrupolosa e profondissima preparazione nella cultura classica, ma, soprattutto, perché in Plauto vede un autore che della cultura popolare ha fatto il centro della sua arte non solo per i temi che tratta ma soprattutto per il suo modo di disegnare i personaggi con il quale scardina le strutture e le convenzioni su cui era fondata la società del suo tempo che vuol poi essere il tempo di Pasolini. Attenzione, come Plauto, alle fasce di popolazione che sono sempre state ignorate, vilipese ed emarginate, sottolineandone l’arguzia, l’intelligenza, il ruolo fondamentale e indispensabile per un giusto equilibrio sociale contrariamente a quanto, comunemente, si pensa; di contro la ridicolaggine e il vero disprezzo per chi detiene, o presume di tenere, le leve del potere o peggio ancora che a questi è asservito rinunciando a quella forma di unico e vero riscatto che va ben oltre il semplice accondiscendere ai voleri del padrone.
Quello che PPP definisce padrone lo vede come prototipo di stoltezza, ma non congenita, bensì voluta e cercata tenacemente per accettazione passiva delle convenzioni stabilite da altri tanto da divenire stolto al punto di convincersi che una divisa, un ruolo, una funzione sarebbero in grado di fornire lustro, fama e successo indipendentemente da qualsiasi tipo di impegno esistenziale. Troppo facile il bersaglio dunque delle fasce più deboli ed emarginate della società; troppo facile il trionfo del servo sul padrone, del povero sul ricco, del giovane oppresso sul vecchio conservatore e ottuso.
In questa ottica trova giustificazione l’uso del romanesco nel rendere i contenuti plautini, che in Pasolini è comunque in linea con quella che è stata la scelta privilegiata di tutta la sua opera: la periferia romana crogiolo vitale e vivace ove si fondono pulsioni istintuali, comportamenti triviali con ideali e slanci di riscatto da ingiustizie perpetrate in secoli e secoli di storia. Non di un capriccio si tratta dunque né di un allentamento del suo impegno civile ma di un voler mettere nella giusta cornice i protagonisti delle sue storie, dei suoi romanzi, dei suoi film, della sua poesia.
Così facendo ha voluto anche sottolineare la necessità della valorizzazione del parlare comune, il cosiddetto volgare, non come cifra di ignoranza ma come momento ove si fonda la vita dura ma vera di ogni giorno con la sapienza di affrontarla per portare avanti degli ideali. PPP sembra, nelle sue analisi, calpestare e trascurare tutto quanto la società nella quale vive gli ha approntato, religione compresa. Ma così non è; egli ha voluto rimettere tutto al vaglio della sua intelligenza per rendere credibile tutto quello che di buono poteva vedere nella storia del passato ma cancellare, al tempo stesso, tutto ciò che di stolto si trascinava nel presente.
Al di sopra di tutto metteva la dignità della persona oltre ogni classe, censo, ideologia: una religione dell’uomo, si potrebbe dire, anima i suoi ideali e ogni sua scelta. Tutto rivisita con desiderio irrefrenabile di conoscere le profondità insondabili dell’animo umano rimanendone per lo più insoddisfatto, o meglio soddisfatto soltanto dell’atto del perenne ricercare come condizione ideale e sublime con cui un uomo può convivere. Animato da tale impellenza riprende in mano Il Vangelo di Matteo che, secondo una recente analisi dell’Osservatore Romano, è stato giudicato la migliore e più fedele rivisitazione ed interpretazione del messaggio di Cristo fatto da un cineasta… nessuno, quindi, potrà più parlare di PPP come di uno scrittore senza religione, senza Dio. Tormento ed estasi, sudore di popolo e aromi inebrianti hanno caratterizzato la vita di PPP e mai gli hanno dato tregua: ricercati e voluti con tenacia, ma mai banalmente, perché nessuno lo ha mai trovato poco vigile o supinamente adagiato su posizioni di convenzionali bensì sempre alla ricerca di un ideale puro che ridisegnasse la struttura della società secondo una visione adamantina della quale mai doversi vergognare o pentire, totalmente incurante se poi, fosse destinata a scandalizzare, purché rispettosa di una verità non emibile, talvolta bruciante ma, al tempo stesso, totalmente appagante.
Mai, mai sarà possibile trovare che PPP, in qualsivoglia sua opera, manifestazione artistica o impegno civile o sociale abbia derogato da questa missione sacrale. Ben consapevole di ciò e ricco di motivazioni profonde ha sempre affrontato a testa alta tutto e tutti non indietreggiando dinanzi ad alcuno di destra o sinistra che fosse, atei o religiosi, poveri o ricchi, ignoranti o colti potenti o deboli sempre sicuro di potere attingere al fondo della sua anima le motivazioni inoppugnabili delle sue scelte.
Ciò ha comportato per PPP un atteggiamento di perenne lotta contro le convenzioni sociali ma soprattutto moralistiche o moraleggianti che lo hanno “costretto”, a suo stesso dire, ad un “esistenza da dannato” ma da cui non ha voluto mai recedere non inconsapevole che ciò lo avrebbe potuto portare alla sua rovina, come in realtà accadde: ma questa era la sua missione, il suo unico ed insostituibile motivo di vita. Quello che in particolare gli riempiva l’esistenza era l’abbraccio sincero degli ultimi, di coloro che si debbono inventare la vita tutti i giorni, che non hanno voce, sfruttati fin nelle midolla, che vengono, per lo più, rifiutati ma che sono in grado di manifestare, spesso, grande dignità e generosa umanità. PPP ha voluto dar voce a questa umanità: questo è stato il suo scopo di vita. Questa umanità la trovata soprattutto a Roma, nella Roma delle periferie, nella Roma delle strade polverose definite da palazzoni, nella Roma del dopoguerra caotica, popolare ma viva, genuina, vera; ma anche nella voce di Plauto e nella sua Roma popolare, nella sua elementarità apparente, assimilabile a tutte le periferie dell’umanità di ogni tempo e luogo: Roma come Atene, Napoli, Efeso…
Se leggiamo Il vantone con questo spirito vediamo che Palestrione (Ninetto Davoli), Pleusicle (il giovane innamorato), Filocomasio (il desiderio di Pleusicle), Periplecomeno (il vecchio saggio conoscitore della vita) contro Sceledro (il servo sciocco) e Pirgopolinice (Miles stolto e presuntuoso), esso cessa di essere semplicistico e banale e gli attori divengono magistrali interpreti della filosofia pasoliniana che nulla ha a che vedere con il giudizio affrettato e superficiale di un approccio poco attento. Né, date le premesse, avrebbe potuto essere diversamente.
Ecco il perché de “il Vantone” di Pasolini.
– Gino Caudai
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Carmen Medea Cassandra
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“Plautus Festival 2014″, presso l’Arena Plautina di Sarsina
Daniele Cipriani Entertainment presenta
Rossella Brescia e Vanessa Gravina in
CARMEN MEDEA CASSANDRA
Il processo
drammaturgia di Paolo Fallai
con Gennaro Di Biase e Amilcar Moret
musiche di George Bizet e Marco Schiavoni
con inserti di Escala, Thom Hanreoch, Elvis Presley, The Cinematic Orchestra e Amon Tobin
Coro e corpo di ballo: Compagnia DCE DanzItalia
Scene: Vito Zito
Costumi: Laura Antonelli e Elena Cicorella
Regia e coreografia: Luciano Cannito
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Trama
Il Processo è uno spettacolo intenso fatto di recitazione e danza.
E ha come protagoniste un’attrice e una ballerina: Vanessa Gravina e Rossella Brescia,
che ci spiegano chi sono le tre donne che interpretano.
Una storia di donne colpevoli. Comunque.
Carmen, Medea e Cassandra sono tre protagoniste della letteratura di tutti i tempi. Sappiamo che sono tre donne colpevoli, dall’infedeltà all’inutile capacità di “vedere” il futuro col cuore, al più terribile dei delitti. Sappiamo che poesia e musica non hanno saputo resistere alla tentazione di raccontarle. Sappiamo che sono state raccontate da uomini, con occhi, logica e leggi maschili.
Questo spettacolo non è un omaggio a queste protagoniste: vuole solo raccontarle con occhi femminili, restituire loro la parola in un “processo” che non è mai stato celebrato, come se ascoltarle non fosse necessario.
Per questo la scena si apre su due detenute in attesa di giudizio, non sappiamo per quale reato. Vediamo un ambiente claustrofobico, in cui combattono la paura e la speranza. Osserviamo quello che nella loro storia non si è visto, vediamo movimenti nascosti e ascoltiamo parole che non sono state dette.
Carmen, Medea e Cassandra non appartengono ad una leggenda senza tempo che le inchioda a stanchi rituali: sono dei classici perché vivono la nostra contemporaneità, con altri volti e altri nomi. Ma spesso, con identico destino, quello del silenzio e della condanna.
Per questo troviamo Carmen a Lampedusa, tra uno sbarco di migranti, i mercanti di carne umana e l’incerta debolezza di una autorità che non sa come opporsi a questa invasione disarmata.
Osserviamo Medea nel momento più drammatico: quello in cui si affronta l’indicibile, purtroppo quasi ogni giorno sulle pagine di cronaca. Durante un interrogatorio un giudice cerca di far confessare a Medea non tanto il delitto orribile ma le sue motivazioni. E’ la sciocca richiesta di spiegare un tabù inspiegabile. Che viene rimosso, compresso in un angolo del suo animo dove nascondere l’urlo, e insieme annunciato come inevitabile. Ma quante sono le vittime di Medea prima che arrivi al sacrificio dei figli? Esistono quindi morti nobili e morti che si possono dimenticare?
Anche Cassandra, osservata in una Sicilia degli anni Cinquanta, è vittima di due colpe convergenti: l’amore puro e la legge maschile del potere.
Viene condannata perché rappresenta la minaccia di chi è capace di “guardare con il cuore” e quindi “vede” quello che gli occhi – da soli – non riescono a guardare. Ma Cassandra, pur nella sua sconfitta, rappresenta la superiorità del sentimento sul calcolo, dell’emozione sulla convenienza, dell’istinto sulla strategia. La capacità di osservare tutti gli Ulisse del mondo, così tronfi del potere delle loro armi e così ciechi da non vedere l’agguato mortale che li attende proprio dietro l’ultimo trionfo. Così banali da farsi addormentare da un televisore, novello cavallo di Troia.
Rossella Brescia e Vanessa Gravina – due artiste dal temperamento passionale e deciso – affiancate dal ballerino Amilcar Moret e dall’attore Gennaro Di Biase, sono le protagoniste di questo spettacolo ideato da Luciano Cannito, che ne firma la regia e la coreografia.
In esso il movimento e il testo non sono sacrificati l’uno all’altro, ma si pongono sullo stesso piano, vicendevolmente l’uno al servizio dell’altro, così che non ci si accorgerà se si stia ascoltando la danza oppure vedendo la parola.
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