Archive for the ‘Fotografie’ Category
Associazione Aidoru, Topo

Associazione Aidoru, Topo, un progetto di Dario Giovannini
un progetto di Dario Giovannini
con Frei Rossi
musiche dal vivo Dario Giovannini e Michele Bertoni
campionamenti e musiche registrate AIDORU
regia Dario Giovannini
parole Roberta Magnani
disegni Virginia Mori
maschere Maurizio Bertoni
audio e luci Michele Bertoni
produzione AIDORU ASSOCIAZIONE
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
residenza Anno Solare/ Santarcangelo .12.13.14
con il sostegno di Spazio OFF Trento, Regione Emilia Romagna, Provincia di Forlì-Cesena, Comune di Cesena
gabbia di ferro Rossi Sandro e Casadei R.G.
fotografo di scena Filippo Venturi
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Topo
Da topografia e toponomastica, topo è il nome di un luogo creativo. Un territorio all’interno del quale i gesti, i movimenti, i suoni tracciano una mappa tridimensionale: la stilizzazione di un mondo immaginario, un volume che viene riempito di segno e senso da un essere vivente. Topo è la stanza di un esperimento, costituita da volumi, linee, ostacoli, percorsi, oggetti, ai quali la cavia (l’attore) conferisce una relazione, con sé e fra loro. Un progetto, un percorso teatrale… una sperimentazione intrapresa per parlare di estetica e di paesaggio, di armonia e disarmonia, della bellezza del caos e della limitatezza dell’ordine. Per parlare della pericolosità del pensiero e della forza del vento.
Il lavoro debutta a marzo 2013 all’interno della stagione di Ricerca del Teatro Bonci di Cesena è vincitore del bando OFFX3/Spazio Off Trento, prodotto in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, residenza Anno Solare/Santarcangelo 12.13.14.
Fonte: aidoruassociazione.com
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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 1

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 2

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 3

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 28

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 29

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 30

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 39

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 40
Plautus Festival 2012, presso l’Arena Plautina di Sarsina
Fondazione Teatro Savoia, Fondazione Molise Cultura, Molise Spettacoli presentano
Ivana Monti ed Edoardo Siravo in Le Troiane
da Euripide e Seneca
con Antonella Piccolo, Paola Cerimele, Chiara Cavalieri, Simone Vaio, Diego Florio, Marco Caldoro
Adattamento: Giuseppe Emiliani
Traduzione: Filippo Amoroso
Scene: Nicola Macolino
Costumi: Marisa Vecchiarelli
Musiche: Massimiliano Forza
Arrangiamenti: Fabio Valdemiarin
Regia: Giuseppe Emiliani
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Trama
Risale al 415. È la guerra vista con l’occhio degli sconfitti: scritta all’indomani del massacro di Milo del 416 rappresenta il tentativo di chiedere la pace da parte di Euripide alla vigilia della spedizione siciliana.
Euripide comincia là dove Omero finisce: cioè dopo la caduta di Troia.
Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori:
– Cassandra viene data ad Agamennone;
– Andromaca a Neottolemo, figlio di Achille;
– Ecuba ad Ulisse.
Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo padrone una volta tornati in Grecia, ed il lungo viaggio che Ulisse dovrà subire prima di rivedere Itaca. Andromaca subisce una sorte ancor più terribile: i greci, per evitare che un giorno suo figlio possa vendicare il padre e per porre fine alla stirpe troiana, decidono di uccidere suo figlio Astianatte, avuto da Ettore.
Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra.
Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e l’intervento di Afrodite, ma Ecuba svela la colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal lusso e dall’adulterio.
Alla fine, il corpo inerme di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme e le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l’ultima volta la loro città.
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I Personaggi
Ecuba è l’esplicitazione dell’irrazionalità e drammaticità della guerra, incarnando nella sua disperazione il dolore di un intero popolo;
Cassandra è la voce lucida e coraggiosa di chi denuncia a vuoto gli orrori; le sue certezze sul futuro suonavano inattendibili alle orecchie di un popolo reso sordo dalla politica di singoli troppo orgogliosi per riconoscere nel presente i segni della distruzione futura;
Elena rappresenta il prototipo di una femminilità apparentemente sempre vittoriosa, spregiudicata nel capovolgere il modo di vedere le situazioni, abile nell’atteggiarsi a vittima pur essendo colpevole;
Andromaca, la vedova dell’eroe Ettore, modello femminile tradizionale nelle cui ansie si manifestano quelle del poeta;
Astianatte, emblema di tutti i morti innocenti sull’altare della “ragion di Stato”;
Ulisse, l’eroe grandioso e sofferente che l'”Odissea” ha consegnato all’immaginario; conosciuto soprattutto per la sua intelligenza e sete di conoscenza; spregiudiato e cinico nella sua astuzia;
Taltibio,il messaggero che riferisce alle donne l’esito del sorteggio e le volontà dei vincitori, nonché colui che strappa ad Andromaca il figlio Astianatte, rappresenta l’incapacità di molti uomini ad obiettare a leggi reputate ingiuste dalla propria coscienza.
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Intervista per hDL Magazine

Nell’ultimo numero di hDL Magazine c’è un articolo dedicato al rugby con una intervista al sottoscritto ed una al famoso rugbista australiano David Pocock.
hDL è un high-end magazine israeliano dedicato alle ultime tendenze, design, life-style, arte, musica e sport ed ha circa 40.000 lettori.
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Ecco la mia intervista:
Com’è iniziato il tuo amore per il rugby?
E’ iniziato per caso, 2 anni esatti fa.
Stavo parlando con un collega, Gianmaria Zanotti, della burocrazia che c’è per entrare allo stadio di calcio per fotografare il Cesena (la squadra della mia città, che milita nel campionato italiano di serie A), quando mi ha detto “Perché non provi col rugby? C’è meno burocrazia”.
Non avevo mai pensato al rugby, non sapevo nemmeno che ci fosse una squadra di rugby a Cesena, ma informandomi su Google ho scoperto che c’era e che giocava proprio quel giorno, 2 ore più tardi, così ho raccolto la mia attrezzatura e sono andato. Mi sono divertito molto quel giorno e nel giro di poche settimane sono diventato il fotografo ufficiale della squadra e ho iniziato a conoscere questo mondo.
Cosa trovi di così eccitante circa il gioco e cosa rende il fotografare il rugby così speciale?
Ho fotografato tanti sport, ma quelli che ho trovato più interessanti e fotogenici sono quelli in cui gli atleti sono completamente immersi nell’azione e il contatto fisico è pieno: non c’è una rete che li separa, non gareggiano uno alla volta, non si possiede altro che le proprie mani, il proprio corpo e il proprio coraggio di andare incontro al gioco.
Il rugby è lo sport che preferisco in questo senso, subito dopo vengono la boxe e le arti marziali.
Lo consideri uno sport violento o pericoloso?
Non è violento. Può essere più pericoloso di altri sport, visto che si basa sul contatto fisico, ma proprio per questo c’è di fondo una preparazione specifica, mirata ad affrontarlo nel miglior modo possibile; anche mentalmente si è più predisposti allo “scontro” e quindi si è più pronti e reattivi.
Come rivista hDL mostra una grande varietà di passioni per la vita cosa significa il rugby per te da questo punto di vista?
Ci sono vari motivi che hanno fatto nascere in me questa passione per il rugby.
Innanzitutto ho capito che il rugby è veramente passione, coraggio, generosità, lealtà, amicizia e rispetto, non si tratta solo di un mantra ripetuto da chi è del settore. Questi valori si vedono sia in campo, fra compagni di squadra e fra avversari, sia fuori dal campo, basti pensare all’importanza del terzo tempo, quello in cui si mettono da parte le rivalità e si festeggia tutti assieme.
Ovviamente in campo l’adrenalina scorre a fiumi e non è raro sentire lamentele, vedere contatti scorretti o ascoltare accuse agli arbitri, sono sfoghi umani, nel rugby però ho apprezzato la capacità di ridimensionarli rapidamente e senza trascinare rancori.
Mi rendo conto che questo sport è capace di influenzare positivamente le persone che lo frequentano, di stimolare amicizia e lealtà.
Il rugby è uno degli sport meno inquinati.
Quali sono le differenze principali fra rugby e football americano?
Non conosco bene il football americano (ma presto rimedierò, visto che dovrò fotografarlo).
Al di là dei tecnicismi e delle regole, vedo il rugby come uno sport più corale, visto che nelle azioni è fondamentale il supporto dei compagni, mentre percepisco il football americano più individualista.
Puoi delineare le caratteristiche dei giocatori di rugby?
I giocatori di rugby sono ragazzi e uomini come noi, costantemente animati però da valori nobili. Nella vita non si finisce mai di imparare, frequentare la “scuola” del rugby è sicuramente un’esperienza utile per maturare caratterialmente e collettivamente. Non a caso spesso realtà diverse si avvicinano al rugby per carpirne i valori e lo spirito di gruppo.
Raccontaci della popolarità del rugby nel mondo
Il rugby è molto diffuso nel Regno Unito e negli Stati dell’ex Impero Britannico (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, ecc), in Francia, Argentina, Russia e altri paesi.
La leggenda attribuisce allo studente William Webb Ellis l’invenzione del rugby: nel 1823, in occasione di una partita di football giocato con regole ancora non standardizzate, raccolse la palla con le mani e iniziò a correre verso la linea di fondo campo avversaria per poi schiacciarla oltre la linea di fondo campo urlando: “Meta!”.
Soltanto negli anni ’90, con l’avvento del professionismo, il rugby ha assunto la forma di uno sport moderno, con la formazione di giocatori professionisti, l’unione di club in franchigie, la conseguente attenzione mediatica e l’arrivo degli sponsor; anche il regolamento è stato cambiato, per esaltarne la spettacolarità e ridurre le fasi statiche, ma anche per ridurre i comportamenti antisportivi.
In Italia il rugby si sta diffondendo molto negli ultimi anni. Inizialmente pensavo che fosse solo una mia impressione, dal momento che ero io stesso ad essere entrato in quel mondo e iniziavo a capire quanto fosse vasto, scoprendo così che anche molti miei amici e conoscenti già lo seguivano o praticavano.
In seguito mi sono accorto che invece questa diffusione stava e sta effettivamente avvenendo in tutto il paese.
Hai dei ricordi indimenticabili della tua carriera di fotografo?
Per quanto riguarda il rugby, professionalmente, non dimenticherò mai quando, dopo appena 2 mesi che lo fotografavo, sono stato coinvolto nella campagna pubblicitaria che avrebbe annunciato la partnership fra Lexus e i Wallabies (la nazionale di rugby australiana), nella quale è stata usata una mia fotografia.
Personalmente, invece, un momento indimenticabile è stato, sempre all’inizio del mio incarico come fotografo del Cesena Rugby, quando un giocatore della squadra avversaria, prima dell’inizio della partita, è venuto a cercarmi in campo e a chiedermi se ero io Filippo Venturi e facendomi i complimenti per le fotografie di rugby che aveva visto sui giornali e sul mio sito.
Questo gesto, che spesso mi ricapita, mi rende felice perché evidenzia come stima e rispetto siano immancabili in questo sport.
In un’altra occasione ho ricevuto una email di complimenti da una ragazza americana che mi annunciava di aver scritto una tesi su di me e le mie fotografie di rugby (purtroppo non ho avuto ancora occasione di leggerla).
Al di fuori del rugby, invece, i reportage sono per me esperienze sempre emotivamente coinvolgenti. Ricordo in particolare quello che feci nel 2011 a L’Aquila, città italiana devastata nel 2009 da un terremoto molto violento. Perlustrando una casa crollata del paese di Paganica, vicino a L’Aquila, ho trovato una fotografia e una lettera datata 1994, incorniciate assieme, dove la famiglia araba ritratta nella fotografia ringraziava gli abitanti della casa (morti nel terremoto) per l’ospitalità e l’aiuto ricevuto. Era per terra, col vetro rotto… mi sono commosso e, anche se non avrei potuto, la presi con me e ancora oggi la conservo così come l’ho trovata.
Un estratto della lettera recita così: “Ringrazio per l’attenzione e l’aiuto che abbiamo ricevuto; perché essi dimostrano che la solidarietà non ha frontiere, non la impediscono né la lontananza né la differenza di religione.”
Quali sono i tuoi progetti nel campo del rugby?
Come interesse personale ed umano vorrei fotografare il rugby in paesi dove, a causa di problematiche varie, uno sport (come il rugby, ma non solo), assume un ruolo fondamentale di aggregazione di giovani, per insegnare loro certi valori e per farli evadere un attimo da realtà difficili.
Professionalmente vorrei fotografare i mondiali di rugby, magari seguendo da vicino una squadra, sia nei momenti in campo che al di fuori.
Puoi raccontarci altri temi che ti piace fotografare.
Mi ritengo un reporter e mi piace documentare situazioni ed eventi, specialmente se a carattere storico-sociale.
Per lavoro, però, mi sono ritrovato a realizzare servizi fotografici in stile reportage di sport, di teatro (che adoro), concerti e, ovviamente, gli immancabili matrimoni.
Sei mai stato in Israele?
Non ci sono mai stato ma mi piacerebbe molto visitarlo perché sono convinto che abbia tanto da offrire a livello storico, culturale e artistico.
Mi affascinano molto le città israeliane (Gerusalemme in primis) e i luoghi noti per motivi religiosi e storici.
Sarei curioso anche di visitare Gaza, per capire meglio una realtà finora, per me, confinata ai notiziari televisivi.
Chissà, magari potrei venire anche per fotografare il rugby!
Rugby o Calcio?
In Italia lo sport più diffuso è il calcio e anche io, come tanti, sono cresciuto praticandolo e seguendolo. Ancora oggi continuo a praticarlo a livello amatoriale nel tempo libero e mi diverte molto.
Ma dopo aver scoperto il rugby, se tornassi indietro…
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Devo ringraziare per il supporto nella realizzazione dell’intervista e la traduzione (in inglese ed ebraico): Gil Pinkas di hDL Magazine, il Centro linguistico di Cesena di Silvia Fabbri, Francesco Urbani, Elisa Cimatti, Wim Fournier e Anmar Al-jazairy.
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Andromaca, con Manuela Mandracchia

Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 1

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Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 25

Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 26

Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 27
Plautus Festival 2012, presso l’Arena Plautina di Sarsina
PRAGMA SRL – TEATRO DEI DUE MARI
presentano
Manuela Mandracchia in Andromaca
da Jean Racine, adattamento di Filippo Amoroso
con Graziano Piazza, Fabio Cocifoglia, Silvia Siravo, Antonio Silvia, Paola Surace, Antonella Nieri
e con la partecipazione di Renato Campese
Scene: Michele Ciacciofera
Costumi: Francesca Delmirani
Regia: Massimiliano Farau
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Trama
I personaggi sono: Pirro, figlio di Achille; Ermione, promessa sposa di Pirro; Andromaca, moglie di Ettore; Astianatte, figlio di Andromaca e Ettore (che non compare in scena); Oreste, ambasciatore inviato dai greci. Nel palazzo di Pirro a Butrinto nell’Epiro, Ermione attende le nozze promesse per le quali è venuta da Sparta. Ma Pirro indugia, trascurandola per amore di Andromaca, sua schiava, alla quale offre la sua mano, la corona e la salvezza per il figlio Astianatte.
I greci inviano a lui Oreste, per chiedere la morte del fanciullo. Oreste è innamorato di Ermione e spera che Pirro rifiuti e lasci la promessa sposa, che potrebbe così rispondere al suo amore. La minaccia dei greci diviene un’arma in mano a Pirro, nel tentativo di piegare Andromaca che, anche se straziata, resiste alle avances di Pirro.
Ermione rivela ad Oreste il suo amore per Pirro e gli chiede di porre a Pirro la scelta tra lei e Astianatte.
A dispetto dell’amore per Andromaca, Pirro decide di consegnare Astianatte e sposare Ermione. Oreste è disperato, mentre Ermione è raggiante di felicità, alla quale si associa il disprezzo per la principessa troiana, che ora viene a supplicarla in favore del figlio.
Un successivo incontro tra Andromaca e Pirro sembra capovolgere la situazione: Pirro si offre di sposarla e di porre così in salvo la vita del figlio.
Andromaca accetta ma il suo disegno è di sposarlo solo al fine di assicurare la sua protezione al figlio, dopo di che darsi la morte.
Ermione, davanti a questo affronto, chiama Oreste e, invocando il suo amore, gli chiede di uccidere Pirro.
Combattuta tra orgoglio e amore, attende l’esito; quando Oreste gli viene a riferire che Pirro è stato ucciso, scoppia il suo amore per lui ed il dolore per la sua tragica fine.
Respinge quindi l’uomo che troppo l’ha ubbidita e corre a suicidarsi sul cadavere del promesso sposo.
Oreste, in preda alla follia, sviene e l’amico Pilade ne approfitta per portarlo via.
Andromaca diventa regina, poiché il fato così ha deciso e quindi proseguirà la sua stirpe.
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L’opera
Andromaca è il primo capolavoro di Racine; il primo esempio del suo teatro di nuda passione e realismo psicologico. La parte iniziale presenta un carattere complesso da cui deriva l’alterno moto dei personaggi, che si dispiega nello svolgimento della tragedia in un gioco di due coppie che si respingono e si ricercano.
Ermione, veemente e appassionata, è la prima delle amanti frenetiche raciniane; Andromaca, con il suo candore virgiliano, riveste l’opera di luce poetica.
Racine purifica Andromaca, togliendole la nuova maternità che era nell’Andromaca di Euripide, ed a cui fugacemente accenna anche Virgilio nell’Eneide, da cui l’autore prende la sua prima ispirazione.
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Lo spettacolo
Nell’asciutto adattamento di Filippo Amoroso, il regista Massimiliano Farau sottolinea all’interno della vicenda l’aspetto moderno e, allo stesso tempo, antico del rapporto estremamente complesso fra vittima e carnefice, vincitori e vinti. La potente metafora del potere che si innesca fra la difesa della stirpe (Andromaca) e il bisogno di sottometterla (Pirro) è il tema centrale della Tragedia.
Viviamo in un mondo esacerbato, conflittuale, continuamente sconvolto da guerre, attentati, stragi di civili innocenti. In questo svolgersi di avvenimenti luttuosi, le donne, come generatrici della razza umana, sono vittime designate e soggette ad ogni genere di violenze, di stupri di massa, di sacrifici e di crimini odiosi.
La scelta di mettere in scena questo testo ci sembra attuale, significativa di come nel corso di tanti secoli (la guerra di Troia insegna) il genere umano non sia riuscito a modificare le dinamiche che sconvolgono equilibri sociali e posizioni di potere. In questo senso, Andromaca rappresenta in modo evidente l’archetipo dell’evoluzione – in negativo – della storia dei popoli e dei loro rapporti di forza.
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Note di Regia
Dopo un logorante assedio durato dieci anni, la guerra di Troia si conclude con un vero e proprio genocidio, nel giro di una notte di violenze inaudite. I vincitori si spartiscono, come trofei, le donne dei vinti.
Al figlio di Achille, Pirro, autore dei più efferati assassinii di quella notte di ebbrezza omicida, tocca in sorte Andromaca, la principessa che suo padre ha reso vedova del più grande fra gli eroi troiani, Ettore.
In Epiro, nella reggia di Pirro, dove Andromaca è prigioniera con il figlioletto Astianatte, c’è anche Ermione, figlia di Elena e Menelao, che i Greci hanno destinato in moglie a Pirro, esigendo in cambio Astianatte, che vogliono uccidere per estinguere la stirpe di Priamo e annientare qualsiasi possibilità di futura vendetta. La situazione è ferma: Pirro, preso ora da amore per Andromaca, e disgustato dalle passate violenze, temporeggia.
I greci inviano allora Oreste, figlio di Agamennone, a sollecitare una decisione. Ma Oreste ama Ermione, di cui è stato a sua volta promesso sposo.
Andromaca di Racine inizia qui e, sotto l’apparenza di un dramma di amori non corrisposti (Oreste ama Ermione che ama Pirro che ama Andromaca che ama il defunto Ettore), è un’analisi lucidissima del trauma post-bellico che la generazione più giovane vive all’indomani di un conflitto devastante.
Pirro, Oreste e Ermione sono figli di eroi della guerra troiana, la guerra di tutte le guerre, e su di loro pesa un’eredità impossibile da sostenere.
Lontani ormai dai luoghi della violenza, nelle asettiche stanze della politica e della diplomazia, sono chiamati, in modo caotico, da adulti incompiuti quali sono, a chiudere conti di sangue lasciati aperti dalla generazione precedente: le loro identità sono disintegrate dal confronto con un passato e con genitori letteralmente immani; ne risulta una incapacità assoluta di progettare il futuro se non con una risposta irriflessa alle proprie pulsioni più narcisistiche.
Che cos’è il “furor” erotico di Oreste e Ermione se non un disperato e devastante tentativo di realizzarsi, un istinto di morte malcelato sotto un apparente slancio vitale?
L’intreccio di amore e morte è ancora più inestricabile nel rapporto fra Pirro e Andromaca, che hanno vissuto in prima persona l’orrore della guerra, sperimentando, da carnefice e da vittima, violenze inimmaginabili: «la vittoria e la notte, più crudeli di noi, ci eccitavano al massacro e confondevano i nostri colpi», racconta Pirro. Come si può ricondurre questo abisso di violenza e sadismo che si è scoperto dentro di sé, entro la razionalità diurna delle proprie responsabilità di monarca?
L’ossessione di Pirro per Andromaca sembra fatta anche di questo, di un impasto di rimorsi e di anelito al riscatto, nel quadro di una coscienza devastata da quello che il manuale della psichiatria americana di Diagnostica e Statistica dei Disturbi mentali (DSM IV), diagnosticherebbe come “post-traumatic stress disorder”.
In questo bailamme di libìdo a briglia sciolta (Oreste, Ermione) e di vertiginose oscillazioni fra una ritrovata capacità di compassione e accessi incontrollati di violenza (Pirro), Andromaca si staglia con la sua dignità di vedova e di madre. Ma neppure lei è innocente: Racine ci fa sapere che sotto le mura di Troia, per salvare Astianatte, ha, con un sotterfugio, inviato a morire un altro bambino. Anche in lei sentiamo la presenza di un istinto primordiale e imperativo, di un diktat biologico, quello della madre che protegge il cucciolo: diktat che la colloca in una dimensione in qualche modo pre-morale, mentre la sua stessa relazione con Pirro si colora di venature da “sindrome di Stoccolma”.
Nell’eleganza raggelata della sua scrittura, Racine organizza un materiale incandescente e ci racconta il fondo di violenza ancestrale che abita sotto l’impiallacciatura del nostro vivere civile, ed è pronto a ridestarsi ogni volta che la storia ci porta a toccare i limiti dell’umano.
Il Teatro di Tindari e i Teatri Greci della nostra penisola sono la collocazione ideale per rinnovare l’operazione di Racine: quella di far vedere in trasparenza, dietro le pareti (che non possiamo non immaginare diafane) delle stanze del “Palazzo”, un passato mitico, cogente e ineludibile.
Immaginiamo un allestimento leggero fatto solo di pochi oggetti trasparenti in cui la modernità asciutta e tagliente delle parole di Racine si liberi sullo sfondo dei ruderi della skenè e della suggestione potente del mare.
Massimiliano Farau
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Perché spendere tanto per lo Spazio?

Curiosity on Mars
È una domanda ricorrente: 42 anni fa il direttore della NASA rispose così, dopo aver ricevuto una lettera sulla fame nel mondo da una suora
Lunedì scorso un robot automatico (rover) della NASA, Curiosity, ha raggiunto Marte eseguendo un perfetto e molto delicato atterraggio sul pianeta. Per almeno due anni il rover fornirà nuovi dati e informazioni su come è fatto Marte, occupandosi principalmente dello studio delle sue caratteristiche climatiche e geologiche. La missione servirà anche per capire se un tempo sul pianeta esistessero particolari forme di vita e, in prospettiva, per studiare e organizzare una futura missione marziana con astronauti. L’arrivo di Curiosity è stato seguito con grande interesse dai mezzi di comunicazione di tutto il mondo e, come accade spesso in concomitanza con le imprese spaziali, sono iniziate a circolare critiche sull’effettiva utilità nello spendere molti soldi – in questo caso circa 2,5 miliari di dollari – per inviare su Marte il rover, che pesa quasi una tonnellata ed è grande quanto un’automobile. In molti si sono chiesti: perché non usare quel denaro per altre buone cause, direttamente qui sulla Terra?
Una domanda simile fu posta anche nel 1970 all’allora direttore scientifico della NASA, Ernst Stuhlinger, da una suora attiva in Zambia. Considerati i successi del programma Apollo, che aveva consentito di portare l’uomo sulla Luna, il responsabile della NASA aveva proposto di avviare le prime ricerche per una missione spaziale con esseri umani verso Marte. Suor Mary Jacunda gli inviò una lettera, chiedendogli come potesse proporre qualcosa del genere e di così costoso mentre sulla Terra ogni anno milioni di persone pativano la fame. Stuhlinger rispose con una lettera lunga e ben argomentata, che successivamente fu pubblicata dalla NASA con il titolo “Perché esplorare lo Spazio?”.
Di seguito la traduzione integrale della lettera di Stuhlinger, dove sono proposte molte argomentazioni che valgono ancora oggi, a 42 anni di distanza dalla sua pubblicazione, sebbene figlie di un tempo diverso dal nostro. Il mondo era ancora diviso in due blocchi a causa della Guerra fredda, la NASA arrivava dai grandi successi delle prime missioni lunari e poteva godere di molti più fondi, fatte le dovute proporzioni, rispetto agli attuali.
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6 maggio 1970
Cara suor Maria Gioconda,
la sua è una delle tante lettere che ricevo ogni giorno, ma mi ha toccato più profondamente delle altre perché viene da un cuore compassionevole e da una mente profonda. Cercherò di rispondere meglio che posso alla sua domanda.
Prima, tuttavia, desidero esprimere la mia grande ammirazione per lei e per tutte le altre sue coraggiose sorelle, perché state dedicando le vostre vite alla più nobile causa umana: aiutare il proprio prossimo in difficoltà.
Lei chiede nella sua lettera come abbia potuto proporre la spesa di miliardi di dollari per organizzare un viaggio su Marte, in un momento in cui molti bambini su questa Terra muoiono di fame. Lo so che non si aspetta una risposta del tipo “Oh, non sapevo che ci fossero bambini che muoiono di fame, d’ora in poi mi asterrò dalla ricerca spaziale fino a quando il genere umano non avrà risolto la questione!”. In effetti, ho iniziato a essere a conoscenza del problema della fame nel mondo ben prima di sapere che fosse tecnicamente possibile un viaggio verso Marte. Tuttavia, credo – come molti altri miei amici – che viaggiare verso la Luna e forse un giorno verso Marte e altri pianeti sia un’iniziativa che dovremmo affrontare ora, e penso anche che questi tipi di progetti, nel lungo termine, possano contribuire alla soluzione dei gravi problemi che affliggono la Terra molto di più di altri progetti discussi ogni anno, e che portano spesso a risultati tangibili solo dopo molto tempo.
Prima di spiegarle come il nostro programma spaziale possa contribuire alla soluzione dei problemi qui sulla Terra, vorrei raccontarle una storia che pare sia vera e che potrebbe aiutarla a comprendere l’argomento. Circa 400 anni fa, in una cittadina della Germania viveva un conte. Era uno di quei nobili buoni ed era solito dare buona parte dei propri guadagni ai suoi concittadini poveri: erano gesti molto apprezzati, perché c’era molta povertà e le ricorrenti epidemie causavano seri problemi. Un giorno, il conte incontrò uno sconosciuto. Aveva un banco di lavoro e un piccolo laboratorio nella sua abitazione, lavorava sodo di giorno per avere qualche ora ogni sera per lavorare nel suo laboratorio. Metteva insieme piccole lenti ottenute da pezzi di vetro; le montava all’interno di alcuni cilindri e le utilizzava per osservare oggetti molto piccoli. Il conte fu affascinato da ciò che si poteva vedere attraverso quegli strumenti, cose che non aveva mai visto prima. Invitò l’uomo a trasferire il suo laboratorio nel castello, diventando un incaricato speciale per la realizzazione e il perfezionamento dei suoi strumenti ottici.
La gente in città, tuttavia, si arrabbiò molto quando capì che il conte stava impegnando il proprio denaro in quel modo senza uno scopo preciso. «Soffriamo per la peste», dicevano, «mentre lui paga quell’uomo per i suoi passatempi inutili!». Ma il conte rimase fermo sulle sue posizioni. «Vi do tutto quello che posso», disse, «ma darò sostegno anche a quest’uomo e al suo lavoro, perché sento che un giorno ne verrà fuori qualcosa di buono!».
E in effetti qualcosa di buono avvenne, anche grazie al lavoro di altre persone in diversi luoghi: l’invenzione del microscopio. È noto che questa invenzione ha contributo più di molte altre idee al progresso della medicina, e che l’eliminazione della peste e di altre malattie contagiose in molte parti del mondo sia stata possibile in buona parte grazie agli studi resi possibili dal microscopio. Dedicando parte del proprio denaro alla ricerca e alla scoperta di nuove cose, il conte contribuì molto di più a dare sollievo dalla sofferenza umana rispetto a ciò che avrebbe potuto fare dando tutto i propri soldi ai malati di peste.
La situazione cui ci troviamo davanti oggi è simile in molti aspetti a quella che le ho appena raccontato. La presidenza degli Stati Uniti spende circa 200 miliardi di dollari nel proprio bilancio annuale. Questi soldi vanno alla salute, all’istruzione, allo stato sociale, al rinnovamento delle strutture urbane, alle autostrade, ai trasporti, agli aiuti all’estero, alla difesa, alla conservazione del territorio, alla scienza, all’agricoltura e a molte altre realtà all’interno e all’esterno del paese. Circa l’1,6 per cento del budget è stato destinato alla ricerca spaziale quest’anno. Il programma spaziale comprende il Progetto Apollo e molti altri progetti più piccoli legati alla fisica dello spazio, all’astronomia, alla biologia nello spazio, allo studio dei pianeti, all’analisi delle risorse della Terra e all’ingegneria spaziale. Per rendere possibile questa spesa per il programma spaziale, lo statunitense medio con un reddito annuo di 10mila dollari paga circa 30 dollari, con le imposte, per il programma spaziale. Il resto dei suoi soldi, 9.970 dollari, rimangono per la sua sussistenza, per il pagamento di altre imposte, il suo divertimento e per i suoi risparmi.
Ora lei probabilmente mi chiederà: “Perché non prendete 5 o 3 o 1 dollaro di questi 30 pagati dal contribuente medio e non li destinate ai bambini che muoiono di fame?”. Per rispondere a questa domanda, devo spiegarle brevemente come funziona l’economia in questo paese. La situazione è inoltre molto simile in altri paesi. Il governo è costituito da una serie di ministeri (Interno, Giustizia, Salute, Educazione, Stato Sociale, Trasporti, Difesa, eccetera) e da alcuni uffici (National Science Foundation, National Aeronautics and Space Administration e altri). Tutti questi ogni anno preparano un budget sulla base degli incarichi che hanno ricevuto, e ognuno deve poi difendere il proprio budget dal meticoloso lavoro di controllo delle Commissioni del Congresso e dall’Ufficio che si occupa del budget nazionale e dalla presidenza. Quando i fondi sono infine destinati dal Congresso, li possono spendere solamente per le cose specificate nel bilancio.
Il budget della NASA, naturalmente, può essere organizzato solamente per la spesa di risorse legate direttamente all’aeronautica e allo spazio. Se questo budget non venisse approvato dal Congresso, i fondi proposti non utilizzati non diventerebbero disponibili per qualcos’altro; non sarebbero semplicemente prelevati dai contribuenti, salvo la destinazione di quei fondi per l’espansione del budget di un altro ufficio/ministero. Capirà da questa breve descrizione che il sostegno per i bambini affamati, o meglio un aumento dell’impegno profuso già dagli Stati Uniti per questa nobile causa nella forma di aiuti verso l’estero, può essere solo ottenuto se il ministero competente fa richiesta per una linea di credito a questo scopo, e solo se la richiesta viene poi approvata dal Congresso.
Ora lei potrebbe chiedermi se io sia a favore o meno di una mossa di questo tipo da parte del nostro governo. La mia risposta è un sì convinto. Difatti, non avrei alcun problema nel sapere che le mie tasse vengono aumentate di qualche dollaro allo scopo di sfamare i bambini affamati, ovunque si trovino.
So che tutti i miei amici la pensano allo stesso modo. Tuttavia, non potremmo portare in vita un simile programma semplicemente rinunciando a fare progetti per i viaggi verso Marte. Al contrario, penso addirittura che lavorando al programma spaziale posso dare il mio contributo per alleviare e forse risolvere gravi problemi come la povertà e la fame sulla Terra. Alla base del problema della fame ci sono due fattori: la produzione di cibo e la distribuzione del cibo. La produzione del cibo attraverso l’agricoltura, l’allevamento, la pesca e altre operazioni su larga scala è efficiente in alcune parti del mondo, ma radicalmente disastrosa in molte altre parti. Per esempio: le grandi aree di terreno potrebbero essere utilizzate molto meglio se venissero applicati sistemi più efficienti di irrigazione, di fertilizzazione, di previsione del tempo, di piantumazione, di selezione dei campi, di calcolo dei tempi per le coltivazioni e di pianificazione.
Il miglior strumento per migliorare questi fattori è, indubbiamente, lo studio della Terra con satelliti artificiali. Orbitando intorno al pianeta, i satelliti possono monitorare grandi aree di terreno in poco tempo, possono osservare e misurare l’ampia serie di variabili che indicano lo stato e le condizioni dei campi, del suolo, delle precipitazioni eccetera, e possono inviare queste informazioni sulla Terra. Si stima che anche un piccolo sistema di satelliti con il giusto equipaggiamento possa far aumentare la produzione dei campi per molti miliardi di dollari.
La distribuzione del cibo per chi ne ha bisogno è un problema totalmente diverso. La questione non è tanto legata alla possibilità di distribuire grandi volumi, bensì di cooperazione internazionale. Chi controlla un piccolo paese spesso non è a proprio agio con l’idea di ricevere grandi quantità di cibo inviate da una nazione più grande, semplicemente perché teme che insieme con il cibo arrivi anche una maggiore influenza dall’estero. Un efficiente sollievo dalla fame, temo, non arriverà fino a quando tutti i confini tra le nazioni non saranno diventati più labili di adesso. Non penso che l’esplorazione spaziale porterà a questo miracolo dall’oggi al domani. Tuttavia, il programma spaziale è certamente uno dei più promettenti e potenti elementi che lavorano in questa direzione.
Mi permetta di ricordarle la recente tragedia sfiorata dell’Apollo 13. Quando ci siamo avvicinati al momento cruciale del rientro dei nostri astronauti, l’Unione Sovietica ha interrotto tutte le comunicazioni radio russe sulle bande di frequenza usate dal Progetto Apollo per evitare possibili interferenze, e navi russe hanno stazionato nel Pacifico e nell’Atlantico nel caso fosse stata necessaria un’operazione di recupero di emergenza. Se la capsula che trasportava gli astronauti fosse ammarata vicino a una nave russa, i russi si sarebbero senza dubbio dati da fare al pari di quanto avrebbero fatto se ci fossero state in gioco le vite dei loro cosmonauti. Se i loro viaggiatori nello spazio un giorno si dovessero trovare in condizioni di emergenza simili, gli statunitensi farebbero senza alcun dubbio la stessa cosa.
La maggiore produzione di cibo attraverso sistemi di monitoraggio in orbita, e una migliore distribuzione del cibo attraverso migliori relazioni internazionali, sono due esempi di come il programma spaziale possa influenzare la vita sulla Terra. Vorrei ancora citarle due esempi: lo stimolo a ideare nuove tecnologie, e la creazione di conoscenza scientifica.
Le necessità di alta precisione e affidabilità imposta per i componenti di una navicella spaziale per viaggiare verso la Luna sono state senza precedenti nella storia dell’ingegneria. Lo sviluppo di sistemi che raggiungano questi severi requisiti ci ha dato una grande opportunità per trovare nuovi materiali e metodi, per inventare migliori sistemi tecnologici, per realizzare nuove procedure, per allungare la vita delle strumentazioni, e anche per scoprire nuove leggi della natura.
Tutte queste nuove conoscenze tecniche sono ora disponibili anche per applicazioni legate a tecnologie per la Terra. Ogni anno circa mille nuove innovazioni create dal programma spaziale trovano il loro impiego nelle tecnologie qui sulla Terra, e portano a migliori sistemi per la cucina, per le coltivazioni, a migliori navi e aeroplani, a migliori sistemi per le previsioni del tempo, a migliori comunicazioni, a migliori strumenti sanitari, a migliori utensili e strumenti che usiamo nella vita di tutti i giorni. Probabilmente lei ora si chiederà perché dobbiamo prima sviluppare un piccolo sistema di sostegno per la vita per far viaggiare sulla Luna i nostri astronauti, invece di poter costruire un sensore per monitorare il cuore dei pazienti. La risposta è semplice: i progressi significativi nella soluzione di problemi tecnici non sono spesso realizzati attraverso un approccio diretto, ma tramite obiettivi più grandi e ambiziosi che portano a una maggiore motivazione per l’innovazione, che spingono l’immaginazione oltre e fanno sì che gli uomini diano il loro meglio, e che innescano catene a reazione.
Il volo spaziale senza dubbio riveste questo ruolo. Il viaggio verso Marte non sarà certo una fonte diretta di cibo per sfamare gli affamati. Tuttavia, porterà a così tante nuove tecnologie e potenzialità che le ricadute da questo progetto da sole avranno un valore di molto superiore ai costi.
Oltre alla necessità di nuove tecnologie, c’è la continua grande necessità di realizzare nuove scoperte scientifiche, se vogliamo migliorare le condizioni della vita umana sulla Terra. Abbiamo bisogno di più conoscenze nei campi della fisica, della chimica, della biologia, e soprattutto nella medicina per affrontare tutti quei problemi che minacciano l’esistenza della vita umana: la fame, le malattie, la contaminazione del cibo e delle acque, l’inquinamento e i cambiamenti ambientali.
Abbiamo bisogno di più donne e uomini che scelgono di seguire una carriera scientifica e abbiamo bisogno di un migliore sistema di sostegno per quegli scienziati che dimostrano di avere il talento e la determinazione di impegnarsi in lavori di ricerca fruttuosi. Devono essere raggiungibili obiettivi di ricerca ambiziosi, e deve esserci sostegno a sufficienza per i progetti di ricerca. Di nuovo, il programma spaziale con le sue meravigliose opportunità legate alle ricerche sulle lune e i pianeti, sulla fisica e l’astronomia, sulla biologia e la medicina, è uno stimolo ideale per indurre quella reazione tra lavoro scientifico, opportunità di osservare fenomeni naturali, e il sostegno necessario per portare avanti la ricerca.
Tra tutte le attività che sono dirette, controllate e finanziate dal governo statunitense, il programma spaziale è certamente l’attività più visibile e discussa, anche se consuma solamente l’1,6 per cento del budget nazionale e il 3 per mille del prodotto interno lordo nazionale. Come stimolo per lo sviluppo di nuove tecnologie e per la ricerca nelle scienze non ha altri pari. E per questo, potremmo anche dire che il programma spaziale si sta facendo carico di una funzione assunta per tre o quattro millenni dalla guerra.
Quanta sofferenza umana potrebbe essere evitata dalle nazioni, se invece di competere con il lancio di bombe dagli aeroplani e dai razzi ci fosse una competizione per viaggiare verso la Luna! Questa competizione promette grandi vittorie, ma non lascia spazio all’amara sconfitta che porta a nient’altro che alla vendetta e a nuove guerre.
Anche se il nostro programma spaziale sembra portarci via dalla Terra verso la Luna, il Sole, i pianeti e le altre stelle, penso che nessuno di questi corpi celesti troverà la stessa attenzione dedicata dagli scienziati dello spazio verso la Terra. Avremo una Terra migliore, non solo grazie a tutte le nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche che potremo applicare per migliorare la vita, ma anche perché iniziamo ad apprezzare meglio il nostro pianeta, la vita e l’uomo.
La fotografia che allego a questa lettera mostra una vista della Terra realizzata dall’Apollo 8 quando era in orbita intorno alla Luna nel Natale del 1968. Di tutti i meravigliosi risultati raggiunti fino a ora dal programma spaziale, questa foto forse è la cosa più importante. Ci ha aperto gli occhi sul fatto che la nostra Terra è una bellissima e preziosa isola sospesa nel vuoto, e che non c’è altro posto per noi in cui vivere se non il sottile strato di superficie del nostro Pianeta, circondato dal nulla scuro dello spazio. Mai così tante persone si erano accorte prima quanto sia limitata la nostra Terra, e quanto sarebbe pericoloso alterare il suo equilibrio ecologico. Da quando questa foto è stata pubblicata, in molti si sono fatti sentire per raccontare i problemi e le sfide per l’uomo di questi tempi: l’inquinamento, la fame, la povertà, la vita nelle città, la produzione di cibo, il controllo delle acque, la sovrappopolazione. Non è sicuramente successo per caso se abbiamo iniziato a renderci conto di queste enormi sfide nel momento in cui l’era spaziale ai suoi primordi ci ha mostrato come appare il nostro Pianeta.
Fortunatamente, l’era spaziale non è solamente uno specchio per vedere noi stessi, è anche una risorsa che ci dà le tecnologie, la motivazione e anche l’ottimismo per affrontare questi problemi con fiducia. Ciò che impariamo dal nostro programma spaziale, penso, segue pienamente ciò che aveva in mente Albert Schweitzer quando disse: “Guardo al futuro con preoccupazione, ma con buona speranza”.
I miei migliori auguri per lei e per i suoi bambini, sempre.
Con viva cordialità,
Ernst Stuhlinger

Earthrise
Fonte: ilpost.it
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