Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

John Fante, La confraternita dell’uva (2° parte)

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Edward Hopper - Sunday

Edward Hopper, Sunday

– Papà, penso che non dovresti accettare quel lavoro.
– E chi lo dice?
– Sei troppo vecchio, maledizione. Ti verrà un colpo, un collasso cardiaco. Ti stenderà.
– Mia madre aveva novantaquattro anni. Mio padre ottantuno. Ho soltanto bisogno di un aiutante coi fiocchi, qualcuno che sappia come si fa a impastare la malta e a trasportare le pietre.
– Hai in mente qualcuno?
Fece un sorso di chiaretto. – Seh.
– E’ uno a posto?
– Cazzo no, ma mi tocca di prendere quello che passa il convento.
Capii chi aveva in mente.
– Papà, – sorrisi, – sei fuori di testa.
– Quant’è che ti puoi fermare?
– Un giorno o due.
– Possiamo farcela in tre settimane.
– Impossibile.
– E’ un lavoretto facile. Una casetta di pietra su a monte Casino. Dieci per dieci. Niente finestre. Una porta. Io tiro su i muri, tu fai la malta e porti le pietre. E’ un bel posto. Bella campagna. Foreste. Grandi alberi. Aria di montagna. Ti farà bene. Butti giù un po’ di ciccia.
[…]

Gemetti. – E Garcia, il tuo vecchio manovale?
– Morto.
– E Red Griffin?
– Morto.
– Quel negro, Campbell?
– Morente.
– Deve esserci qualcuno in vita da queste parti oltre a me! Ci deve essere!
– Andati, tutti andati.
– E Zarlingo, o Benedetti, o qualcun altro di quegli sfaccendati con cui giochi a carte?
– Sono piuttosto vecchi. Benedetti ha ottant’anni.
Un sospiro, un sospiro che sembrava venire da secoli lontani, fuoruscì da quelle sue labbra vinose. Parve franare, quasi che le ossa del suo scheletro cedessero sotto il peso della disperazione, e il mento gli si appoggiò sul petto.
– Nessuno vuole lavorare per Nick Molise, – disse. – E’ due settimane che sto cercando, ma non riesco a trovarne uno.
Nemmeno mio figlio -. Ricacciò indietro un singhiozzo.
– Dio buono, papà, non metterti a piangere per me.
– Dieci, venti generazioni di muratori, e io sono l’ultimo, il capolinea, e a nessuno gliene frega niente, nemmeno alla carne della mia carne.
Era venuto il momento della ragionevolezza, della pazienza e delle paroline tenere: questione di ritegno, di bontà, di carità e generosità filiale. Dissi che mi dispiaceva, papà. Dissi che c’erano certe cose che non gli avrei mai chiesto di fare, e così c’erano altre cose che lui non doveva chiedermi di fare. Dissi che non avevo niente contro il trasportare secchi o contro la posa in opera di una pietra. Dissi che quella di muratore era una professione onorevole, la testimonianza migliore della nobiltà e delle aspirazioni del genere umano. Con animo grato, citai l’Acropoli, le piramidi, gli acquedotti romani e le rovine azteche. Poi cominciai ad arrabbiarmi davanti a questo vecchio irascibile e cocciuto, e venne fuori la mia impazienza, la furia dei Molise mi percorse con un fremito di truculenza, di malanimo, di frenesia.
– In tutta franchezza, vecchio mio, – dissi, – io lo odio il mestiere di costruire. Lo odio da quando ero piccolo e tu tornavi a casa con la malta schizzata sulle scarpe e sul viso. Penso che gli imbianchini e i muratori siano degli ubriaconi, e che gli idraulici siano dei ladri. Penso che i falegnami siano dei truffatori e che gli elettricisti siano rapinatori da strada. Non mi piacciono i lastricati, il marmo, il granito, i mattoni, le piastrelle, la sabbia, il cemento. Se non vedrò mai più un caminetto di pietra o un muro di pietra o dei gradini di pietra o anche solo delle pietre in un campo, bè, non me ne importa un fico. E se proprio vuoi sapere la pura verità, non me ne frega un cazzo nemmeno dei muratori -. Ripresi fiato. – Inoltre, un’altra cosa che non mi piace sono le montagne e le foreste e i gufi e l’aria di montagna e i coyote e gli orsi. Non ho mai visto un affumicatoio in vita mia e, se Dio vuole, non ne vedrò mai uno né tantomeno lo costruirò.
Più gridavo, più battevo i pugni sul tavolo, e più lui beveva; e più beveva, più le lacrime gli sgorgavano dagli occhi.
Cacciò di tasca un fazzoletto a pallini, si soffiò il naso e ingollò un altro poco di vino. Faceva pietà: distrutto, imbarazzante, rivoltante, spudorato, stupido, rozzo, disgustoso e sbronzo, il peggior padre che un uomo potesse avere, così abominevole che sputai la birra nella sputacchiera e mi alzai per andarmene.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

17 dicembre 2013 at 4:48 PM

If only for a second, Mimi Foundation

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Cosa mi manca di più? Essere spensierato. Perché da quando mi hanno diagnosticato il cancro non ho più avuto un secondo di spensieratezza. Questa è stata la frase che ha ispirato il progetto fotografico If Only For a Second, commissionato dalla Fondazione Mimi, associazione francese che si batte contro il cancro.

L’intento era donare ai malati almeno un secondo della spensieratezza perduta. Per fare questo 20 di loro sono stati invitati in un salone di bellezza di Bruxelles. E ciascuno ha ricevuto, tenendo gli occhi chiusi, le cure di hair stylist e professionisti del make up. A lavoro ultimato tutti i pazienti sono stati posizionati davanti a uno specchio a due vie.

Dall’altra parte dello specchio, il fotografo professionista Vincent Dixon ha scattato nel secondo esatto in cui la persona ha aperto gli occhi, cogliendo in quell’attimo preciso il loro “momento di spensieratezza”, l’attimo in cui hanno, anche solo per un istante, dimenticato la malattia.

Il reportage ora è diventato un libro, in vendita sul sito della Mimi Foundation. “Ogni foto è accompagnata da una didascalia” si legge nell’introduzione del volume, “con la data e l’ora dello scatto e, soprattutto , il secondo esatto in cui la persona ha dimenticato il suo cancro. Sfogliando le pagine, il lettore sarà trasportato dalle risate, dai sorrisi e dai volti spensierati. Questo è il cuore del progetto If Only For a Second: diffondere gioia e felicità”.

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If only for a second, Mimi Foundation

The Project
20 cancer patients participated in a unique makeover experience.
They were invited to a studio. Their hair and makeup were completely redone.
During the transformation, they were asked to keep their eyes shut.
A photographer then immortalized the moment they opened their eyes.
This discovery allowed them to forget their illness, IF ONLY FOR A SECOND.

The Book
This 60 pages book contains the photographs by Vincent Dixon of the 20 participants of “If only for a second”.
Every photo is followed by a caption, the date and the time the photo was taken and most importantly, the exact second when the person forgot about their disease.
Going through this book, the reader is carried away by laughter,  giggles and carefree faces. Readers will even be surprised to have on their own faces… a smile.
This is the heart of the idea of the “If only for a second ” project, to spread smiles and happiness.

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Fonti:
www.mimi-foundation.org
www.huffingtonpost.it

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Written by filippo

13 dicembre 2013 at 12:56 PM

John Fante, La confraternita dell’uva

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Certe sere, dopo cena, mio padre incastrava uno di noi ragazzi seduti sulla veranda e, uscendo con la sua andatura ciondolante, fermandosi ad accendere un lungo toscanello nero, faceva schioccare le dita e diceva: – Bene, ragazzo, muoviti. Si va.
– Dove?
– Seguimi.
Per la strada procedeva svelto mentre io gli arrancavo dietro cercando di tenere il passo. Era il Grand Tour, il giro dell’opera omnia di Nick Molise. Toccava a tutti fuorché mamma e mia sorella. Può essere che non la ritenesse una cosa da donne.
In quel tempo San Elmo era una cittadina di dodicimila anime tagliata a metà dalla ferrovia: il centro degli affari e gli aristocratici da una parte, le botteghe di materiale ferroviario, il deposito delle ferrovie e gli operai dall’altra. La prima fermata lungo l’itinerario di mio padre era dall’altra parte della città, nel quartiere dei ricchi, là dove si trovava la biblioteca pubblica, una struttura in mattoni bianchi, in puro stile New England, con quattro colonne di pietra a sormontare una cascata di gradini d’arenaria rossa.
Si fermava dall’altra parte della strada, con le mani sui fianchi, e, guardando l’edificio, la faccia gli si distendeva in un’espressione ammirata.
– Eccola là, ragazzo. Non è carina? Sai chi l’ha costruita?
– Sei stato tu, papà.
– Niente male, davvero niente male.
– E’ una bellezza, papà.
– Durerà mille anni.
– Perlomeno.
– Guarda quella pietra, quei gradini. Vengono giù come acqua.
– Stupendi.
– Una cosa grande.
Mi metteva una mano sulla spalla. – Andiamo, ragazzo. C’è qualcos’altro che devo mostrarti.
Eccoci quindi su Maywood: dopo due isolati c’era la chiesa metodista col suo campanile di pietra e in cima la celletta a vista e le pareti di pietra ricoperte d’edera. Cinque minuti di silenzio, di ammirazione rituale: rapidi sguardi verso il campanile, in quell’aria di magia impregnata della gioia di mio padre, i cui occhi danzavano sui dettagli del proprio manufatto, il cui viso era soffuso di contentezza.
– L’ho fatta io, – affermava. – Sissignore: l’ho fatta io.
– Certo che sì.
Via di nuovo, di corsa, appresso a lui. Il municipio. La Banca della California. La sede dell’azienda dell’acqua e dell’energia, in stile spagnolesco, col colonnato di cotto e il tetto di tegole rosse. Le pompe funebri Haley. Il Criterion Theatre. La caserma dei vigili del fuoco, tutta linda coi suoi mattoni rossi e una distesa di cemento liscio. E poi via alla San Elmo High School, con qualche altra pausa rispettosa in corrispondenza di siti d’un certo interesse: passaggi pedonali in cemento spazzati dal vento, fontanelle.
– Stop, ragazzo -. Mi bloccava con una mano. – Sotto i tuoi piedi. Che cosa ti sembra, quello?
– Un marciapiede.
– Il marciapiede di chi?
– Il tuo.
– Errore. E’ di tutti. Tuo padre l’ha costruito per tutti quanti, perché non si bagnassero i piedi.
San Elmo High. Mattoni rossi. Immense scalinate di pietra, e papà, le mani dietro la schiena, che socchiudeva gli occhi al fumo del suo sigaro mentre guardava ciò che noi ragazzi avevamo finito per chiamare «la meraviglia invisibile».
– Non noti niente?
Scuotevo il capo. Era una dannatissima scuola, che altro?
– Guarda bene. Non si vede, non lo vedrai mai, ma io te lo mostrerò.
I miei occhi andavano a posarsi sull’epigrafe in mezzo alla facciata dell’edificio. SAN ELMO HIGH SCHOOL. 1936.
– Non “quella”! – protestava, seccato. – Guarda il palazzo! Che cos’ha di speciale?
– L’hai costruito tu.
– Che altro? Cos’è quello che non vedi?
– Come posso saperlo se non lo vedo?
– Puoi, se usi la testa.
Avanzavo allora verso il muro della scuola e lo toccavo qua e là, esaminandolo di sopra e di sotto, per largo e per lungo, stufo marcio di quel viaggio nel suo ego in cui ero costretto a recitare quella stupida parte.
– Non vedo niente.
– Quello che vedi è un edificio che è passato indenne attraverso quattro terremoti. Ora, guarda da vicino e dimmi ciò che non riesci a vedere.
– I morti.
Scuoteva il capo, seccatissimo. – Razza d’asino! Io dico le “crepe”! Le crepe del terremoto. Trovami una sola crepa in quel muro. Avanti.
– Non posso, dal momento che non ce n’è.
– Orbene. Cos’ha di evidente quell’edificio proprio perché non si può vedere?
– Le crepe.
– E perché?
– Perché l’hai costruito tu.
Si frugava in tasca. – Eccoti un quartino. Non spenderlo tutto in una volta.
Io lo pigliavo e scappavo via, finalmente libero.
Altre volte mi toccava il giro al Valhalla Cemetery, subito fuori città. Poteva accadere inaspettatamente di domenica pomeriggio, ed era allora un duro cimento, una vera agonia per un tredicenne che doveva scendere in campo come lanciatore contro i Nevada City Tigers alle due in punto, ed era già l’una e mezzo, ma lui era del tutto indifferente alla tua casacca, al guantone e all’imbottitura, e ti toccava andargli dietro, ben sapendo che il campo di gioco si trovava a dieci isolati di distanza dall’altra parte della città.
Il Valhalla Cemetery brulicava di angeli marmorei fatti da mio padre, con le ali spiegate, con le braccia e le lunghe dita distese, con le loro facce arcigne da sparvieri, spaventevoli apparizioni che parevano avvoltoi nell’atto di proteggere una carogna. Dovunque fossero appollaiati, si aveva l’impressione che già avessero profanato le tombe.
In fondo al viale fiancheggiato dai cipressi c’era l’enorme busto del sindaco Hal Shriner, austero, dalla mascella d’acciaio, con l’espressione minacciosa e crudele di un politico truffaldino che ti fissava da un piedistallo al di sopra della fossa: gli occhi vuoti, qualche caccola d’uccello sui suoi capelli di pietra. Mio padre si scappellava e guardava, ammirato, come un viandante incantato dal “David” di Michelangelo; io intanto davo colpi al mio guantone da baseball, impaziente.
– Fanno nove anni da quando è morto, – rimuginava mio padre. – Ormai se n’è andato, finito -. I suoi occhi incrociavano quelli del sindaco. – Salve, sindaco, vecchio figlio di puttana. Come ti trattano laggiù?
Io facevo vagare il mio sguardo su quel mare di lastre tombali e gemevo. Mi pareva che avessimo ancora interi acri da attraversare. Il mondo intero s’era tramutato in un cimitero. Bel modo di riscaldarsi prima di una partita di baseball! Lui lo sapeva perché fremevo e ribollivo, scalpitando sulla ghiaia con le mie scarpe chiodate: “sapeva”, ma non gliene importava un fico mentre solennemente si dirigeva, lungo il viale, alla tomba della vecchia Loretta Stevens, la bibliotecaria, modellata a forma di libro aperto, con le date della defunta cesellate su una pagina di pietra.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

11 dicembre 2013 at 11:45 PM

Guido Guidi. Cinque Paesaggi, 1983-1993, a Cesena

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Guido Guidi, Cinque Paesaggi, 1983-1993, a Cesena

Guido Guidi, Cinque Paesaggi, 1983-1993
17 dicembre 2013 – 19 gennaio 2014
Chiesa dello Spirito Santo – Via Milani – Cesena

Dal lunedì al venerdì ore 16.30-19.30
Sabato e domenica ore 10.00-13.00 e 16.30-19.30
Ingresso gratuito

Il 17 dicembre 2013 alle ore 17.30, inaugura a Cesena, presso la Chiesa dello Spirito Santo, la mostra fotografica “Guido Guidi. Cinque Paesaggi, 1983-1993”

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“Chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria”, ovvero, volendo parafrasare questo pensiero aforismatico che lo scrittore Italo Calvino scrive ne Il barone rampante, per conoscere davvero il mondo che è sotto i nostri occhi occorre vedere le cose vicine come fossero lontane, quasi, vien voglia di dire, da stranieri. Ed è forse proprio questa una delle tante, possibili chiavi di lettura con cui avvicinarsi alla mostra retrospettiva del fotografo Guidi Guidi attualmente in corso presso l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma – e aperta al pubblico fino al 29 novembre.

La mostra dal titolo Cinque paesaggi, 1983-1993 è la prima personale di Guido Guidi a Roma ed è stata ideata dall’ICCD insieme al curatore Antonello Frongia (parallelamente, una selezione di quaranta opere è esposta a Lugano presso la Photographica Fine Art Gallery). Successivamente le circa 130 foto in mostra presso l’ICCD passeranno a Cesena, nello spazio espositivo del Dipartimento di Architettura dell’Alma Mater Studiorum (Università di Bologna). Sia l’ICCD per il suo essere prima di tutto un archivio, sia il Dipartimento di Architettura sono luoghi che meglio di ogni altro possono ospitare le foto di Guidi con l’intento di promuovere una riflessione nuova e tutt’altro che scontata su parole spesso abusate come paesaggio, territorio, locale – di contro a globale – e architettura; parole che sono da sempre al centro delle ricerca visiva di Guidi.

Ma andiamo con ordine; come suggerisce il titolo della mostra, i curatori hanno prediletto un preciso lasso temporale quello, appunto, che va dal 1983 al 1993. Se Guidi avvia l’esplorazione del paesaggio fin dagli anni Sessanta, tuttavia proprio a partire dai primi anni Ottanta si fa più imperiosa in lui l’urgenza di conoscere e documentare un’area geografica del nostro territorio che va dal cesenate fino a Venezia e alle prealpi venete, facendo uso di una macchina fotografica di grande formato. Guidi percorre questo tragitto con meticolosa e sistematica serietà, mosso dallo stesso spirito di ricerca dell’esploratore che viaggia in terre remote e a lui sconosciute. Poco importa che Cesena sia la città dove Guidi è nato e che Venezia sia poi diventata la sua città d’adozione; questi luoghi sono esplorati e percorsi da Guidi con gli occhi dello straniero che vuole capire e documentare. Chissà, se i viaggiatori del Grand Tour che tra Settecento e Ottocento percorrevano la nostra penisola da Nord a Sud avessero avuto una macchina fotografica, forse l’avrebbero fotografata con la stessa precisione di Guidi. Infatti il fotografo non si limita a “sessioni fotografiche” mordi e fuggi, al contrario predilige un appostamento ripetuto, compiuto settimanalmente e per anni. Prima sulla base di una iniziativa personale, poi su incarichi del Dipartimento di Urbanistica dell’Università IUAV di Venezia.

Ma che cos’è un territorio? Esso è paesaggio, ovvero natura addomesticata e antropizzata, ma anche architettura e nella sua versione più degenere edilizia, e la maniera in cui questi elementi interagiscono e dialogano tra loro, a volta armoniosamente altre volte meno. Questa non sempre pacifica interazione viene registrata da Guidi nelle sue immagini, così che esse divengono documenti fondamentali per comprendere come un preciso territorio, quello poco sopra indicato, sia andato modificandosi negli anni.

Percorrendo le sale dello spazio espositivo si passa da fotografie che documentano il paesaggio agrario di Cesena, ad altre che mostrano l’environment urbano di Mestre, Padova e Treviso, la via Romea, il polo industriale di Porto Marghera, e infine un sito storico come quello del Monte Grappa, teatro del primo conflitto mondiale. Tanti luoghi emblematici del nostro paese, che pur avendo fisionomie totalmente diverse sono documentati da Guidi con una medesima vocazione, o meglio ancora attitudine. Infatti più che di stile è a nostro avviso più appropriato parlare di attitudine, che ricorda per certi versi quella di Palomar, il protagonista del libro omonimo di Calvino, uno scrittore che è più volte ritornato sul concetto di “vedere”. In questo libro, una raccolta di ventisette racconti brevi, Calvino descrive Palomar come un uomo dal carattere riflessivo e taciturno, come un uomo che guarda. Calvino concentra nei tre scritti finali buona parte delle sue riflessioni sul “vedere”. Nel primo di questi scritti: “Mondo guarda il mondo”, l’autore si pone alcune fondamentali interrogazioni: “E’ possibile guardare le cose dal di fuori? E se ciò è possibile di chi sono gli occhi che guardano”. E infine: “Ma, poi, come si fa a guardare le cose dal di fuori lasciando da parte l’io?”.

Queste riflessioni ci paiono pertinenti per comprendere il lavoro di Guidi.  Se Calvino resta senza una risposta definitiva, incapace di risolvere alla radice i problemi di “convivenza” tra soggettività e scienza nel pensiero contemporaneo, Guidi invece a suo modo una via d’uscita la trova, promuovendo delle esperienze del vedere “minime” e circoscritte , ovvero delimitate a ciò che cade sotto i propri occhi. E in questo guardare le cose né da troppo vicino, né da troppo lontano Guidi non abdica al proprio io in favore di una osservazione neutrale e oggettiva, sempre che questa sia possibile, e tuttavia il proprio mondo egli lo osserva come dal di fuori, da straniero appunto. E qui ci approssimiamo alla quadratura del cerchio: sembra quasi che Guidi voglia dirci che l’unica via percorribile in un mondo, come quello attuale, in cui tutto pare appiattito, è quella di scegliere il proprio punto di vista, non temendo di operare esclusioni o gerarchie di preferenza, tanto più se queste  preferenze conducono verso luoghi poco battuti, non alla moda, “vernacolari”, considerati marginali dall’iconografia ufficiale.

© CultFrame 01/2013

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Written by filippo

11 dicembre 2013 at 10:11 am

A Cesena, nuovo magazine

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"A Cesena", nuovo magazine

“A Cesena”, nuovo magazine

Nel primo numero del nuovo magazine “A Cesena”, c’è una delle fotografie del mio servizio alla Biblioteca Malatestiana nell’articolo relativo all’imminente inaugurazione prevista per il 14 dicembre 2013!

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“A Cesena” è un progetto della e per la Città.
E’ pensato per riunire attorno ad un tavolo i vari rappresentanti del mondo produttivo di Cesena e creare uno strumento di comunicazione che risponda alle esigenze degli imprenditori e di coloro che amano o visitano Cesena.
Una rivista di altissima qualità che unisce Tendenza, Guida Turistica, Servizi e Cultura.
Una parte web che sappia parlare al mondo e quindi rivolgersi ai turisti, ma anche una utility per i cittadini e le aziende del territorio.
Un progetto che si fonda su un comitato di redazione nel quale ci auguriamo possano essere presenti sia grandi imprese del territorio che commercianti.
Spazio in egual misura sarà riservato, qualora sia disponibile, anche al Comune e a tutte le Associazioni di Categoria che vorranno sostenerlo.

Gli Ideatori del progetto sono:

  • Media Consulting
  • Balestri & Balestri
  • Camac
  • Prima Pagina

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Il Magazine “A Cesena” è una rivista di tendenza unita ad una Guida Turistica.
In esso compaiono quindi articoli sulle nuove tendenze della moda e della tecnologia, uniti a servizi sul territorio, sulle bellezze artistiche e sulla storia di Cesena.
Ampio spazio è riservato agli eventi e ai servizi presenti sul territorio.
“A Cesena” è di alta qualità, stampato su carta patinata in un formato di grandi dimensioni.
E’ un semestrale con uscite in inverno e estate con tiratura di circa 10.000 copie.
Distribuito gratuitamente da tutti i partner di progetto e, con un programma ad hoc e numerose sinergie, in decine di punti sia a Cesena che nei territori limitrofi.
Può essere personalizzato per singole attività commerciali e spedito a casa dei propri clienti, beneficiando delle tariffe postali ridotte riservate alla editoria.

Sito ufficiale: www.acesena.it

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