Archive for the ‘Fotografie’ Category
Gioco della Aita, Urbino 2016
Gioco della Aita 2016
Urbino, Festa del Duca

Gioco della Aita, Urbino, foto 1

Gioco della Aita, Urbino, foto 2

Gioco della Aita, Urbino, foto 3

Gioco della Aita, Urbino, foto 4

Gioco della Aita, Urbino, foto 5

Gioco della Aita, Urbino, foto 6

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Gioco della Aita, Urbino, foto 9

Gioco della Aita, Urbino, foto 10

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Gioco della Aita, Urbino, foto 12

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Gioco della Aita, Urbino, foto 17

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Gioco della Aita, Urbino, foto 21

Gioco della Aita, Urbino, foto 22

Gioco della Aita, Urbino, foto 23

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Gioco della Aita, Urbino, foto 25

Gioco della Aita, Urbino, foto 26

Gioco della Aita, Urbino, foto 28

Gioco della Aita, Urbino, foto 29

Gioco della Aita, Urbino, foto 30
L’Aita era un gioco di squadra rinascimentale di origine militaresca, praticato nella città di Urbino per più di due secoli (dal XV al XVII), nei periodi di non belligeranza. Era praticato dai componenti dalla Legione Metaurense (ossia l’esercito ducale) e rappresentava l’unica occasione in cui i soldati di origine popolana potevano sfidare i soldati di sangue nobile. Riferimenti a questo gioco si trovano anche nel diario di Francesco Maria II (1589-1593), condottiere e ultimo Duca di Urbino. Anche Raffaello Sanzio (1483-1520) da giovane assistette all’Aita, accompagnato dal padre Giovanni Santi (1933-94), che lavorò alla corte di Urbino come organizzatore di feste, scrittore e artista. Fino a qualche anno fa era difficile trovare informazioni precise su questo antico gioco, ma grazie al recente ritrovamento di un documento del 1939, con il quale il podestà dell’epoca fascista riproponeva di organizzare l’Aita qualche simbolo di “maschio addestramento militare”, ora le regole sono note.
Nel 2012, dopo 381 anni, è stata recuperata la tradizione, con lo svolgimento della prima edizione del “Gioco dell’Aita”, dove si affrontano rugbisti di Urbino e dintorni. In seguito è entrato ufficialmente fra i 15 giochi storici riconosciuti e tutelati dallo Stato Italiano. Oggi si gioca in un campo di terra battuta, fra due squadre composte da quindici giocatori. Ogni squadra ha come obiettivo quello di prendere la bandiera della squadra avversaria posta su un palo a circa 3 metri di altezza. Se un giocatore placcato finisce in una delle due pozze di fango messe sui due lati lunghi del campo, è considerato fuori dal gioco. Un giocatore che finisce infangato urla “aita” (che significa “aiuto”) ai suoi compagni, che possono toccarlo per rimetterlo in gioco.
(english version)
The “Aita” was a Renaissance team sport of military origin, performed in the city of Urbino for more than two centuries (from the fifteenth to the seventeenth century) and usually played in non-war times. It was played by the Legione Metaurense (that is to say the Duke’s army) and it represented the only occasion for soldiers of low origin to challenge the gentry ones. Some references concerning this game can be found also in Francesco Maria II’s diaries (1589-1593), warrior and last Duke of Urbino. Raffaello Sanzio (1483-1520) too as a young man saw some matches of Aita together with his father Giovanni Santi (1433-1494), employed at court as celebration master, writer and artist. Until recently it was quite difficult to find precise information concerning this sport, but now the rules are known thanks to the recent finding of a 1939 document in which the Fascist Podestà of that time proposes to organize some “Aita” matches as a symbol of “virile military training”.
In 2012, 381 years later, the tradition came to life in the first modern edition of the “Gioco dell’Aita”, performed by rugby players from Urbino and the nearby area. Later on the “Aita” was enumerated among the 15 historical games protected by the Italian State. Today the game is played in a beaten earth pitch between two teams of 15 players each. The goal is to seize the opposite team flag pinned on a pole, three meters high. If a tackled player ends up in one of the mud puddles situated along the field, he is out of the game. If the same player shouts “aita”, which means “help”, and one of his team-mates touches him, he is back in the game.
Pubblicazione su La Stampa
Le mie fotografie per La Stampa di oggi, in prima pagina e pagina interna, nell’interessante articolo scritto da Mattia Feltri sull’E45!


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L’Avaro, con Alessandro Benvenuti
Plautus Festival, Sarsina, 11/08/2016
Le foto del backstage sono visibili QUI.
Arca Azzurra Teatro
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Regione Toscana – Comune di San Casciano Val di Pesa presenta
Alessandro Benvenuti in
L’AVARO
di Molière
con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda, Desirée Noferini
Ricerca e realizzazione costumi: Giuliana Colzi
Luci: Marco Messeri
Musiche: Vanni Cassori
Aiuto regia: Chiara Grazzini
Macchinista: Nicola Monami
Elettricista: Francesco Peruzzi
Materiale elettrico: Watt Studio
Organizzazione: Costanza Gaeta, Tiziana Ringressi
Amministrazione: Valentina Strambi
Foto: Carlotta Benvenuti
Libero adattamento, ideazione spazio costumi: Ugo Chiti
Regia: Ugo Chiti
In collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi
Si ringrazia Arteatro Gruppo – Montepulciano
___
Amaro e irresistibilmente comico, un’opera di bruciante modernità… L’avaro molieriano riesce a essere un classico immortale e nello stesso tempo a raccontarci il presente senza bisogno di trasposizioni o forzate interpretazioni.
Dopo il successo del nostro “Malato Immaginario” – votato dal pubblico dei teatri toscani, come miglior spettacolo della stagione 2014-15 – scegliamo ancora una volta Molière, ancora una volta nell’adattamento sempre rispettoso e spesso illuminante di Ugo Chiti, e aggiungiamo, nella parte del protagonista Arpagone, la grande cifra attoriale di Alessandro Benvenuti, al quale ci legano, oltre che una solida amicizia di lunga data, esperienze comuni di grandissimo spessore e successo quali il Nero Cardinale e una sempre più intensa attività di produzione dei suoi spettacoli.
Con questo lavoro Ugo Chiti riprende il ricco filone di riscritture di classici per Arca Azzurra che ha visto messe in scena di grande impatto e di straordinario successo a partire dai due testi tratti dal Decameron di Boccaccio, fino alla Clizia Machiavelliana, e ai testi su l’Amleto e la Genesi, lavori che costituiscono vere e proprie punte di diamante nella storia della compagnia.
Chiti innesta le vicende dei grandi classici nel linguaggio, forte, crudo, e a volte comicissimo che gli è proprio e che diventa tutt’uno con le sue regie, scavando al fondo delle psicologie dei personaggi anche grazie alla assoluta corrispondenza dell’uso che fa della parola teatrale con il procedere delle sue messe in scena, del suo lavoro con gli attori, da quelli che hanno con lui una storia ormai più che trentennale ai giovani che di volta in volta sceglie per i suoi personaggi e che sa inserire mirabilmente in questo contesto di forte conoscenza e solidarietà tutta teatrale tipica dell’Arca Azzurra.
E anche nel caso di questo Avaro molieriano, anche grazie all’apporto del “primattore” Benvenuti, pur seguendo con grandissimo rispetto la vicenda, i tempi e la lettera del grande classico, il testo della riscrittura si plasma e si radica nel corpo degli attori della compagnia che del lavoro con il loro dramaturg fanno ancora la principale e la più intensa delle loro esperienze.
NOTE DI REGIA
Premessa
“Libero adattamento da Molière” o forse sarebbe più corretto dire “rispettoso tradimento” oppure potrei azzardare in vena di barocchismi, una sottotitolazione più pretestuosa come “da Molière le premesse per una metateatrale rivisitazione attorno a L’avaro”…
Come sempre, al momento di buttare giù qualche nota di regia, si affollano indicazioni diverse, spesso contraddittorie che spiegano bene le conflittualità interne di una riscrittura che non vorrebbe mai stravolgere l’originale ma “attraversarlo” con una riappropriazione drammaturgica attenta ad attualizzare, per certi aspetti, i personaggi come a rivederne età e connotazioni secondo le logiche di un “autore di compagnia” che rispetta il suo ensemble di attori con cui lavora da più di trent’anni.
Adattamento
La storia critica de L’avaro, esemplificando in maniera sommaria, nei secoli si è divisa tra coloro che considerano la commedia un’opera comico farsesca con un buffone al centro della vicenda e quelli che vi leggono una componente seria che nel personaggio di Arpagone sfiora quasi il tragico.
L’adattamento guarda L’avaro occhieggiando a Balzac senza dimenticare la commedia dell’arte intrecciando ulteriormente le trame amorose in un’affettuosa allusione a Marivaux.
Contaminazioni a parte, Arpagone resta personaggio centrale assoluto, mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo.
La “parola” è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa ad evidenziare l’aggressività come la “ferocia” più sotterranea della vicenda.
Altra scelta della riscrittura è stata quella di ridisegnare alcuni passaggi del testo ritenuti da sempre “deboli o frettolosamente liquidatori”; vedi, per esempio, il piano per ingannare Arpagone, che solo annunciato da Frosina all’inizio del quarto atto nell’originale, diviene in questo caso un’occasione drammaturgica per accentuare il livore risentito e la spinta illusoria dei figli Elisa e Cleante. Con eguale libertà drammaturgica l’improvviso e precipitato scioglimento finale, accentua una valenza fiabesca suggerendola fino dalla prima scena (Valerio – Elisa) per poi utilizzarla come un “rilancio” finale di Arpagone che si riprende appieno la scena ribadendo così la peculiarità di personaggio senza antagonisti, consumandosi in un assolo delirante perfettamente speculare al prologo – monologo che dà l’avvio allo spettacolo.
Attori
Il gruppo “storico” dell’Arca Azzurra, assieme ad alcuni giovani attori, torna ad affiancare dopo “Nero cardinale” la presenza appassionata di Alessandro Benvenuti che veste i panni ambiguamente divertiti e feroci di Arpagone.
La scena
Un interno che potrebbe suggerire un magazzino polveroso dove si mimetizzano ricchezze, accumuli nascosti in vecchie casse nude, niente grazia, civetterie di arredi, sedute riconoscibili, comode. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita.
Una scena cubica, volumetrica che potrebbe ospitare la tragedia greca come prestarsi alle labirintiche evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata.
I costumi
Come sempre, nei miei adattamenti da un classico, i costumi rifuggono una scelta filologica, sono più usati come suggerimento di caratteri, allusioni cromatiche, indicazioni di “travestimenti” interiori dei personaggi. I costumi come la scena, nascono durante la scrittura, diventano una specie di sostegno drammaturgico che aiuta la definizione e la messa a fuoco di ogni parte del testo.
– Ugo Chiti
L’Avaro, con Alessandro Benvenuti (backstage)
Plautus Festival, Sarsina, 11/08/2016
Le foto dello spettacolo sono visibili QUI.
Arca Azzurra Teatro
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Regione Toscana – Comune di San Casciano Val di Pesa presenta
Alessandro Benvenuti in
L’AVARO
di Molière
con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda, Desirée Noferini
Ricerca e realizzazione costumi: Giuliana Colzi
Luci: Marco Messeri
Musiche: Vanni Cassori
Aiuto regia: Chiara Grazzini
Macchinista: Nicola Monami
Elettricista: Francesco Peruzzi
Materiale elettrico: Watt Studio
Organizzazione: Costanza Gaeta, Tiziana Ringressi
Amministrazione: Valentina Strambi
Foto: Carlotta Benvenuti
Libero adattamento, ideazione spazio costumi: Ugo Chiti
Regia: Ugo Chiti
In collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi
Si ringrazia Arteatro Gruppo – Montepulciano
___
Amaro e irresistibilmente comico, un’opera di bruciante modernità… L’avaro molieriano riesce a essere un classico immortale e nello stesso tempo a raccontarci il presente senza bisogno di trasposizioni o forzate interpretazioni.
Dopo il successo del nostro “Malato Immaginario” – votato dal pubblico dei teatri toscani, come miglior spettacolo della stagione 2014-15 – scegliamo ancora una volta Molière, ancora una volta nell’adattamento sempre rispettoso e spesso illuminante di Ugo Chiti, e aggiungiamo, nella parte del protagonista Arpagone, la grande cifra attoriale di Alessandro Benvenuti, al quale ci legano, oltre che una solida amicizia di lunga data, esperienze comuni di grandissimo spessore e successo quali il Nero Cardinale e una sempre più intensa attività di produzione dei suoi spettacoli.
Con questo lavoro Ugo Chiti riprende il ricco filone di riscritture di classici per Arca Azzurra che ha visto messe in scena di grande impatto e di straordinario successo a partire dai due testi tratti dal Decameron di Boccaccio, fino alla Clizia Machiavelliana, e ai testi su l’Amleto e la Genesi, lavori che costituiscono vere e proprie punte di diamante nella storia della compagnia.
Chiti innesta le vicende dei grandi classici nel linguaggio, forte, crudo, e a volte comicissimo che gli è proprio e che diventa tutt’uno con le sue regie, scavando al fondo delle psicologie dei personaggi anche grazie alla assoluta corrispondenza dell’uso che fa della parola teatrale con il procedere delle sue messe in scena, del suo lavoro con gli attori, da quelli che hanno con lui una storia ormai più che trentennale ai giovani che di volta in volta sceglie per i suoi personaggi e che sa inserire mirabilmente in questo contesto di forte conoscenza e solidarietà tutta teatrale tipica dell’Arca Azzurra.
E anche nel caso di questo Avaro molieriano, anche grazie all’apporto del “primattore” Benvenuti, pur seguendo con grandissimo rispetto la vicenda, i tempi e la lettera del grande classico, il testo della riscrittura si plasma e si radica nel corpo degli attori della compagnia che del lavoro con il loro dramaturg fanno ancora la principale e la più intensa delle loro esperienze.
NOTE DI REGIA
Premessa
“Libero adattamento da Molière” o forse sarebbe più corretto dire “rispettoso tradimento” oppure potrei azzardare in vena di barocchismi, una sottotitolazione più pretestuosa come “da Molière le premesse per una metateatrale rivisitazione attorno a L’avaro”…
Come sempre, al momento di buttare giù qualche nota di regia, si affollano indicazioni diverse, spesso contraddittorie che spiegano bene le conflittualità interne di una riscrittura che non vorrebbe mai stravolgere l’originale ma “attraversarlo” con una riappropriazione drammaturgica attenta ad attualizzare, per certi aspetti, i personaggi come a rivederne età e connotazioni secondo le logiche di un “autore di compagnia” che rispetta il suo ensemble di attori con cui lavora da più di trent’anni.
Adattamento
La storia critica de L’avaro, esemplificando in maniera sommaria, nei secoli si è divisa tra coloro che considerano la commedia un’opera comico farsesca con un buffone al centro della vicenda e quelli che vi leggono una componente seria che nel personaggio di Arpagone sfiora quasi il tragico.
L’adattamento guarda L’avaro occhieggiando a Balzac senza dimenticare la commedia dell’arte intrecciando ulteriormente le trame amorose in un’affettuosa allusione a Marivaux.
Contaminazioni a parte, Arpagone resta personaggio centrale assoluto, mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo.
La “parola” è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa ad evidenziare l’aggressività come la “ferocia” più sotterranea della vicenda.
Altra scelta della riscrittura è stata quella di ridisegnare alcuni passaggi del testo ritenuti da sempre “deboli o frettolosamente liquidatori”; vedi, per esempio, il piano per ingannare Arpagone, che solo annunciato da Frosina all’inizio del quarto atto nell’originale, diviene in questo caso un’occasione drammaturgica per accentuare il livore risentito e la spinta illusoria dei figli Elisa e Cleante. Con eguale libertà drammaturgica l’improvviso e precipitato scioglimento finale, accentua una valenza fiabesca suggerendola fino dalla prima scena (Valerio – Elisa) per poi utilizzarla come un “rilancio” finale di Arpagone che si riprende appieno la scena ribadendo così la peculiarità di personaggio senza antagonisti, consumandosi in un assolo delirante perfettamente speculare al prologo – monologo che dà l’avvio allo spettacolo.
Attori
Il gruppo “storico” dell’Arca Azzurra, assieme ad alcuni giovani attori, torna ad affiancare dopo “Nero cardinale” la presenza appassionata di Alessandro Benvenuti che veste i panni ambiguamente divertiti e feroci di Arpagone.
La scena
Un interno che potrebbe suggerire un magazzino polveroso dove si mimetizzano ricchezze, accumuli nascosti in vecchie casse nude, niente grazia, civetterie di arredi, sedute riconoscibili, comode. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita.
Una scena cubica, volumetrica che potrebbe ospitare la tragedia greca come prestarsi alle labirintiche evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata.
I costumi
Come sempre, nei miei adattamenti da un classico, i costumi rifuggono una scelta filologica, sono più usati come suggerimento di caratteri, allusioni cromatiche, indicazioni di “travestimenti” interiori dei personaggi. I costumi come la scena, nascono durante la scrittura, diventano una specie di sostegno drammaturgico che aiuta la definizione e la messa a fuoco di ogni parte del testo.
– Ugo Chiti
Siccome l’altro è impegnato, con Renato Pozzetto
Plautus Festival, Sarsina, 02/08/2016
Stage Entertainment srl – Milano presenta
Renato Pozzetto in SICCOME L’ALTRO È IMPEGNATO
Da un’idea di Renato Pozzetto, regia di Renato Pozzetto
“SICCOME L’ALTRO È IMPEGNATO” è lo straordinario spettacolo di Renato Pozzetto che lo vede unico interprete di questa nuovissima esperienza: un percorso artistico che attraversa 10 anni di cabaret, 15 anni di teatro e 30 anni di cinema. Torna al Barclays Teatro Nazionale, questa volta da solista, Renato Pozzetto con un nuovo e originale esperimento teatrale: il cinecabaret. Un viaggio dentro tutte le sue più celebri risate con videoproiezioni e commenti, inediti ed in diretta, di alcuni dei suoi più famosi successi cinematografici. Ragionamenti, gags e momenti di grande cabaret permetteranno di ripercorrere tutta la carriera artistica dagli inizi, con il Derby di Milano, a tutte le grandi collaborazioni ed amicizie degli anni a seguire. La novità di questo straordinario spettacolo sta nel saper coniugare queste due forme così diverse di intrattenimento: cinema e cabaret. Un alternarsi di momenti di grande comicità tratti dal suo tradizionale repertorio, con l’intramontabile stile fatto di sketch e battute da teatro dell’assurdo, a proiezioni di brevi clip, tratte dai suoi più divertenti film. Cornice indispensabile delle serate sarà la musica, eseguita dal vivo da un’orchestra di 4 elementi e accompagnata dai suoi intramontabili brani evergreen come “Bella bionda”, “La vita l’è bela”, “Nebbia in Val Padana”… Il nostro cantastorie, che ha fatto e, senza saperlo, ha inventato il cabaret, con un particolare linguaggio surreale e stralunato, vi farà trascorrere due ore di sorprendente comicità.
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