Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

Yokkao Extreme 2012

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Yokkao Extreme 2012 (Forum d'Assago, Milano)

Yokkao Extreme 2012 (Forum d'Assago, Milano)

Ho seguito l’evento come fotografo ufficiale; l’altro fotografo ufficiale è stato il bravissimo Pierdante Romei. Lungo il percorso ho avuto il piacere di conoscere la show girl Christie Peruso, intervistatrice degli atleti nel post-match.

In precenza avevo seguito anche le selezioni di Rimini:

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Yokkao Extreme 2012, svoltosi il 21 gennaio 2012 al forum d’Assago di Milano, è stato il più grande evento di Muay Thai e K-1 che sia mai stato realizzato in Italia.

Il matchmaking di Yokkao Extreme è stato davvero unico: i migliori campioni di Muay Thai e K-1 si sono affrontati con grinta e determinazione scatenando tifoserie da stadio mai viste prima.

  1. Vanni Fae’ vince vs Lelio Ramunni ai punti
  2. Silvia La Notte vince vs Arianna Santos ai punti
  3. Alessandro Campagna vince vs Corrado Zanchi ai punti
  4. Ekapop Sor Klinmee vince vs Esteban Maza ai punti
  5. Imwiset Pornnarai vince vs Angelo Campoli
  6. Pajonsuk Por Pramuk pareggia contro Karim Bennoui
  7. Cedric Muller vince vs Bruno Franchi ai punti
  8. Armen Petrosyan vince per KO contro Djimé Coulibaly
  9. Sudsakorn Sor.Klinmee vince vs Marco Piquè
  10. Saenchai Sinbimuaythai viene sconfitto da Fabio Pinca ai punti
  11. Giorgio Petrosyan vince vs Abraham Roqueni ai punti
  12. Buakaw Por Pramuk vince vs Dzhabar Askerov

Maggiori informazioni sul sito ufficiale: www.muaythaicombat.it

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Written by filippo

30 gennaio 2012 at 6:20 PM

Pubblicato su Fotografie

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

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WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

Fin da ragazzo studiai con selvaggia intensità i nostri maestri antichi. È questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità. (A. Wildt, 1915)

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt (28 gennaio – 17 giugno 2012)
Forlì, Musei San Domenico piazza Guido da Montefeltro
Mostra a cura di Fernando Mazzocca e Paola Mola

La Mostra
Adolfo Wildt (Milano, 1868-1931) è il genio dimenticato del Novecento italiano. Per lungo tempo, nonostante i riconoscimenti e la fama raggiunti in vita – gli fu assegnata per chiari meriti la cattedra di scultura nella prestigiosa Accademia di Brera a Milano e fu nominato Accademico d’Italia – il suo apprezzamento da parte della critica è rimasto controverso. Solo ora si torna finalmente a considerarlo tra i massimi scultori del Novecento. Estraneo al mondo delle avanguardie e anticonformista, capace di fondere nella sua arte classico e anticlassico, Wildt è un caso unico in questo suo essere in ogni istante tutto e senza luogo. Il passato non è più un flusso lineare di cose trascorse ma, come insegna Baudelaire, un tempo nuovo, decadenza e modernità assieme, una vasta landa di significati cristallizzati – Egitto e Grecia, Gotico e Rinascimento – che sopravvivono l’uno accanto all’altro, disponibili all’uso e al rischio dell’interpretazione.

La sua incredibile eccellenza tecnica e lo straordinario eclettismo furono attaccati sia dai conservatori – che non lo vedevano allineato per i contenuti ancora pervasi dal Simbolismo e per le scelte formali caratterizzate da richiami gotici ed espressionisti estranei alla tradizione mediterranea e all’arte di regime – sia dai sostenitori del moderno che mettevano in discussione la sua fedeltà alla figura, la vocazione monumentale, il continuo dialogo con i grandi scultori e pittori del passato, e la predilizione della scultura come esaltazione della tecnica e del materiale tradizionalmente privilegiato, il marmo, che lui sapeva rendere con effetti sorprendenti sino alla più elevata purificazione dell’immagine. Questi aspetti, che ne hanno condizionato per lungo tempo la fortuna, esercitano oggi su di noi un fascino nuovo che solo una grande mostra può finalmente restituire.

Partendo dall’eccezionale nucleo di opere conservate a Forlì, dovute al mecenatismo della famiglia Paulucci di Calboli, protagonista della storia della città e della storia nazionale, e grazie alla disponibilità dell’Archivio Scheiwiller (il grande editore milanese che per via familiare ha ereditato molte opere e materiali di Wildt), è oggi possibile radunare una serie di straordinari capolavori di Wildt e ricostruire il percorso più completo della sua produzione sia scultorea sia grafica. L’idea che governa questa esposizione non è semplicemente quella di una rassegna di carattere monografico, ma quella di un percorso che (come nel caso della recente mostra di Forlì su Canova) metta in relazione profonda le sue opere con quelle degli artisti – pittori e scultori – del passato (come Fidia, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Michelangelo, Bramantino, Bronzino, Bambaia, Cellini, Bernini, Canova) e dei moderni (Previati, Dudreville, Mazzucotelli, Rodin, Klimt, De Chirico, Morandi, Casorati, Martini, Messina, Fontana, Melotti) con cui si è intensamente e originalmente confrontato, attraversando ambiti e momenti diversi della vicenda artistica. I temi da lui privilegiati, come quelli del mito e della maschera, gli consentirono di dialogare anche con la musica (Wagner) e la letteratura contemporanea, da D’Annunzio (che fu suo collezionista) a Pirandello e Bontempelli; così, da ritrattista eccezionale quale era, con i magnifici busti colossali di Mussolini, Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti, Toscanini e di tanti eroi di quegli anni, egli ha saputo creare un Olimpo di inquietanti idoli moderni. Wildt vuole condurre i gesti, i volti, le figure umane a una nudità essenziale, coglierne l’anima consentendo al pensiero di giungere a un’armonia maturata e composta tra la linea e la forma.

Sito ufficiale
http://www.mostrawildt.it

Informazioni e prenotazioni mostra
tel. 199.75.75.15
Visite guidate e laboratori
tel. 02.43.35.35.20
servizi@civita.it

Orario di visita
da martedì a venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00; lunedì chiuso. 9 e 30 aprile apertura straordinaria. La biglietteria chiude un’ora prima.

Modalità di visita
La visita è regolamentata da un sistema di fasce orarie, con ingressi programmati. La prenotazione è obbligatoria per gruppi e scuole ed è consigliata per singoli. Il biglietto della mostra consente la visita alla Pinacoteca Civica.
Biglietti
INTERO € 10,00
RIDOTTO € 7,00
(per gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni, studenti universitari e residenti
nella provincia di Forlì-Cesena)
SPECIALE € 4,00
(per scolaresche – scuole primarie secondarie)
GRATUITO
(per bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, diversamente abili con accompagnatore, due accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino)

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Written by filippo

29 gennaio 2012 at 5:55 PM

Pubblicato su Arte, Mostre e musei

Sedicicorto 2012

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Sedicicorto 2012: Festival del cortometraggio

Sedicicorto 2012: Festival del cortometraggio

Quest’anno collaboro col Festival Internazionale Sedicicorto di Forlì, nella selezione dei cortometraggi partecipanti al festival e nell’organizzazione della manifestazione e degli eventi correlati.

Questo compito è molto stimolante ed è un onore per me poter dire la mia sui corti da selezionare. :)

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Regolamento:

01 – Sedicicorto International promuove la 9° Edizione del SEDICICORTO International Film Festival, che avrà luogo a Forlì. Dal 01-10-2012 al 07-10-2012.

02 – Il Festival prevede 4 sezioni competitive, a cui possono partecipare tutti i cortometraggi prodotti dopo il 01-01-2010, con durata fino a 35 minuti (titoli inclusi).
a) MOVIE – film internazionali di fiction
b) ANIMA&LAB – film internazionali di animazione e sperimentali
c) DOC – film internazionali di documentari
d) CORTITALIA – film nazionali di qualsiasi genere

03 – L’iscrizione è gratuita e aperta fino al 16-06-2012 (fa fede il timbro postale).
Per iscriversi è necessario compilare e firmare l’Entry Form presente sul sito: http://www.sedicicorto.it o sul sito: http://www.shortfilmdepot.com
Ogni autore può fare più iscrizioni, inviando:
a) film in formato DVD (sono ammessi più film nello stesso DVD)
b) una copia della scheda d’iscrizione online (Entry Form) per ogni film presentato.

04 – I cortometraggi in lingue diverse dall’italiano devono essere completi di sottotitoli in inglese, francese o italiano, oppure devono essere accompagnati dalla Lista Dialoghi.

05 – L’invio del materiale, a carico del mittente, dovrà essere indirizzato a:
SEDICICORTO International
C.P. n°8 – S.Martino in Strada
47121 Forlì

06 – L’organizzazione del Festival non è responsabile della tutela dei diritti relativi all’opera presentata.
L’organizzazione non è responsabile dei danni o della perdita dei materiali durante il tragitto di invio.
L’organizzazione si riserva il diritto di sospendere o modificare la manifestazione se questo fosse necessario.

07 – La giuria del Festival, composta da rappresentanti del mondo artistico e accademico, si occuperà della scelta dei premi e le sue decisioni saranno inappellabili.
La lista dei film selezionati sarà pubblicata sul sito web del Festival entro il 05-09-2012 e i film della lista saranno proiettati nell’ambito del Festival, il cui programma sarà reso visibile sul sito web entro il 15-09-2012. Tutti i film selezionati saranno inseriti nel catalogo ufficiale del Festival.

08 – Il primo premio assoluto (aperto a tutte le categorie in concorso) consiste nel trofeo 16ORO + 1.000€
Saranno inoltre assegnati i seguenti premi di CATEGORIA, consistenti in una targa + 250€ al migliore film delle seguenti sezioni: MOVIE– ANIMA&LAB – DOC – CORTITALIA
I premi in denaro sono da intendersi al lordo delle Ritenute di acconto del 20%, come previsto dalle vigenti norme di natura fiscale in merito alle vincite in denaro per prove di abilità. Tra i vari premi segnaliamo il prestigioso “CORTE TRIPOLI. La giuria si riserva di annullare, variare, integrare premi e menzioni, e ha facoltà di sospendere i premi qualora i vincitori o i rispettivi rappresentanti non si presentino durante la serata delle premiazioni. I premi in denaro e le targhe saranno inviati tramite bonifico bancario entro 60 giorni dal termine della manifestazione, previo ricevimento delle coordinate bancarie del beneficiario.

09 – Il pernottamento in hotel e il rimborso forfettario della trasferta è offerto solo per le due giornate conclusive del Festival e ne ha diritto un solo rappresentante per ognuno dei 16 film finalisti, salvo deroghe concesse dall’organizzazione.

10 – Con la partecipazione al concorso, l’autore autorizza il trattamento dei dati personali (legge 675/96) contenuti nelle opere e nel materiale complementare; autorizza l’archiviazione delle opere presentate presso la sede dell’Associazione organizzatrice, la quale si impegna a catalogarle e renderle disponibili per tutte le proiezioni, manifestazioni e trasmissioni promosse dalla stessa Associazione, per scopi culturali e non commerciali (salvo indicazione contraria, espressa contestualmente all’iscrizione). La partecipazione al concorso implica l’accettazione integrale delle condizioni esposte. Il presente regolamento è redatto in italiano e in inglese, in caso di problemi interpretativi fa fede la versione italiana. Per ulteriori informazioni contattare: Giuliana Sana e-mail: info@sedicicorto.it

Si ricorda che tutte le notifiche saranno pubblicate sul sito unitamente a quanto non espressamente indicato nel bando: www.sedicicorto.it

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Written by filippo

28 gennaio 2012 at 11:16 PM

Pubblicato su Cinema, Vita personale

Viaggio in Italia

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VIAGGIO IN ITALIA
Elena Bordignon

DAGLI ANNI SETTANTA fino all’inizio degli anni Ottanta, la fotografia italiana vive un momento di impasse, tra vedute da cartolina di fotoamatori, sperimentatori alla ricerca di tecniche sensazionali e reporter d’assalto votati al culto dello scoop. Un tipo di fotografia slegata cioè dai luoghi “reali” e dalla consapevolezza linguistica del mezzo.

L’evento che contribuì più di altri a dare avvio a un radicale cambiamento fu il progetto “Viaggio in Italia” di Luigi Ghirri (Scandiano, Reggio Emilia, 1943 – Roncocesi, Reggio Emilia, 1992). Era il 1984. Il progetto, che si concretizzava in una mostra e in un libro, coinvolgeva una schiera eterogenea di giovani fotografi: Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Guido Guidi, Mario Cresci, Roberto Salbiati, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella e Giovanni Chiaromonte sono alcuni tra i venti autori invitati in un viaggio per immagini lungo l’Italia per recuperare il contatto diretto e “affettivo” con la realtà.

Luigi Ghirri, fotografo e promotore culturale d’eccellenza, prima di giungere a “Viaggio in Italia” aveva alle spalle una pluriennale analisi dell’immagine non “realistica” ma rappresentata. Pensiamo solo a uno dei suoi lavori più significativi, L’Atlante (1973), dove, senza mai venir meno al rispetto delle potenzialità dello sguardo infantile, guarda alle pagine dell’Atlante come a una straordinaria sintesi del mondo, dove tutti i segni della Terra, naturali e culturali, sono convenzionalmente rappresentati. Ghirri si interroga sul valore concettuale delle immagini, analizzando lo spazio, l’intervallo tra l’idea della fotografia e il suo realizzarsi. E sarà proprio questo il nodo problematico sul quale inizieranno a riflettere gli autori coinvolti in “Viaggio in Italia”: un ripensamento cioè dell’immagine ribaltando la retorica dell’impianto pittorico ottocentesco.

Ecco dunque che acquista senso la dimensione esperienziale del fare fotografico, soprattutto in relazione al paesaggio, quello marginale, escluso, ma anche all’ambiguità del finto e del doppio1. Le fotografie di Ghirri, sintesi di ironico lirismo e stupore per la grandiosità del mondo, quelle di Guido Guidi, indagine sulle architetture “minime” e marginali, così come la luminosa visione mediterranea di Mimmo Jodice, parlano della “memoria dei luoghi”, con un’attenzione particolare alla periferia, ai territori dimenticati, di frontiera, di passaggio tra l’urbano e il rurale, quegli spazi definiti da Celati “dove non c’è niente da vedere”.

Se dovessimo cercare l’origine di questo interesse rivolto al paesaggio, un’importanza notevole l’avrebbero le fotografie degli Alinari, le esperienze di Giuseppe Pagano e Paolo Monti, l’eredità lasciata dalla pittura metafisica di Giorgio De Chirico e le visioni cittadine di Mario Sironi. Ma anche l’opera dei grandi autori americani, Walker Evans, Lee Friedlander, Robert Frank, Stephen Shore, William Eggleston, Robert Adams e Lewis Balz, che hanno un’importanza rilevante anche per molti fotografi di oggi. Guardando all’Europa sono da citare Eugène Atget e Bernd e Hilla Becher con la loro catalogazione di elementi di architettura industriale. Basti pensare al lavoro di Gabriele Basilico (Milano, 1944) “Milano: Ritratti di fabbriche” (1978-1980), dove il linguaggio essenziale e frontale con cui i Becher descrivevano i manufatti industriali è molto evidente.

Da questo primo significativo risultato in Basilico prende avvio quella che Paolo Costantini definisce la “poetica del vuoto” e che si nasconde nelle periferie, nelle aree marginali, banali, anonime. È indicativo che proprio nello stesso anno di “Viaggio in Italia” Basilico, unico fotografo italiano, è invitato dal governo francese alla Mission Photographique de la DATAR, tappa storica nella fotografia pubblica di paesaggio e architettura della seconda metà del Novecento. Nella sua opera, definita monumentale e sistematica3, malinconica sia per i toni sia per la scelta dei soggetti, emerge il grande sforzo di riordinare il disordine delle città, dei sobborghi, delle periferie, per riprogettarlo attraverso una visione fotografica che ne riveli potenzialità e bellezza. Negli anni di intenso lavoro si sono susseguite commissioni pubbliche e ricerche sul territorio: “Bord de Mer”, “Porti di Mare”, “Paesaggi di Viaggi”, “Scambi” e “” (esperienza sconvolgente realizzata nella martoriata Beirut nel 1991), fino alle attuali ricerche esposte al San Francisco Museum of Modern Art: un progetto di viaggio di quasi 5.000 chilometri attraverso San Francisco e la Silicon Valley per raccontare in 600 scatti i cambiamenti e i contrasti di questo pezzo d’America.

Per individuare un ponte ideale tra le esperienze degli anni Ottanta e il decennio successivo, decisiva è la figura di Olivo Barbieri (Carpi, Modena, 1954). Dalle prime esperienze sul paesaggio, in cui l’uso di un colore saturo accentuava una visione nostalgica dei luoghi nostrani, Barbieri, forse il primo in Italia, approda negli anni Novanta a un tipo di fotografia che per forma e portata si estende al mondo globalizzato in continuo mutamento. Il fotografo viaggia in India, Tibet, Egitto, Cina, estendendo e ampliando il territorio dell’osservabile. Le sue immagini intendono raffigurare in chiave simbolica, quindi non realistica, luoghi e ambienti dove l’uomo, se appare, viene presentato come abitante di un grande plastico, di un luogo artificiale e “finto”. Ecco dunque che negli anni Novanta si assiste a un nuovo tipo di consapevolezza: la fotografia non è più utilizzata come strumento per raccontare i luoghi, descriverli o documentarli, ma come mezzo per misurare il proprio rapporto con il mondo esterno e di conseguenza se stessi e l’altro. Molto velocemente i fotografi eleggono la dimensione mondiale e globalizzata a spazio di ricerca, con la consapevolezza che ora l’immagine ha un ruolo sociale e culturale molto più evoluto e disincantato.

Viaggiare e cercare lontano nuove visioni sembra il frutto di un’esigenza impellente di staccarsi non solo dal proprio ruolo d’origine, ma per testare in presa diretta quei fenomeni i cui effetti collaterali ci ritroviamo a vivere quotidianamente nella nostra realtà4. Ne è un esempio significativo il progetto “4Flight” di Armin Linke (Milano, 1966) per la 7ma Mostra Internazionale di Architettura (2000), in cui le fotografie, stampate su un migliaio di cartoncini formato cartolina, erano raccolte in una grande vasca da dove il pubblico poteva prenderle e portarle via. Per questo lavoro il fotografo segue criteri estetici, antropologici e sociologici con l’obiettivo di dare una testimonianza articolata e complessa dell’attuale stato del pianeta. Accanto a opere ingegneristiche e architettoniche, a documentazioni di attività scientifiche e tecnologiche, appaiono distese naturali incontaminate, paesaggi deserti e minimali. Un altro fotografo che, alla fine degli anni Novanta, ha dato adito a questa “rottura della cornice”, nel quadro della fotografia italiana di paesaggio, è Francesco Jodice (Napoli, 1967).

In progetti, o archivi per accumulo tutt’ora aperti, quali “What We Want” (1995- in progress) — un atlante di comportamenti sociali e urbani attraverso 52 metropoli — “The Secret Trace” (1997-in progress) — pedinamenti fotografici di persone sconosciute in diverse città del mondo — o il più recente “Citytellers” — una serie di “docu-fiction” che toccherà, tra le molte città coinvolte, San Paolo, Stoccolma e Los Angeles — Jodice è interessato a mettere in evidenza, in modi alternativi, le modificazioni sociali. Il suo approccio interdisciplinare (per i suoi progetti Jodice coinvolge sociologi, architetti, urbanisti) ha come obiettivo, attraverso la fotografia e la produzione di film, quello di mettere a fuoco come la società sta cambiando. Differente come esiti, ma altrettanto significativo per individuare i progressivi mutamenti della fotografia di paesaggio, è il lavoro di Massimo Vitali (Como, 1944).

Per lui la fotografia di paesaggio è imprescindibile dall’indagine sui luoghi come centri di aggregazione sociale. In queste grandi visioni corali, riprese da un punto di vista rialzato che consente una visione panoramica a campo lungo, si consumano piaceri, paradossi, tristezze, e si evince come il paesaggio diventi schermo davanti al quale il fotografo narra i grandi riti collettivi. E se in Vitali l’uomo e il paesaggio sono uniti inscindibilmente, nel lavoro di Marina Ballo Charmet (Milano, 1952) dell’uomo restano solo tracce minime, segni sparsi e spesso invisibili a documentarne l’indeterminatezza e l’inconsistenza. Nella serie di lavori “Il limite” (1989), “Con la coda dell’occhio” (1993-1994) e “Rumore di fondo” (1997) ci viene restituito un paesaggio minimo fatto di dettagli: di un campo, di un marciapiede, persone e luoghi indeterminati, senza tempo e spazio definiti. Qui la fotografia registra una sorta di “distruzione” del soggetto, partendo a descriverlo dal fondo, dai particolari irrilevanti e senza un contesto riconoscibile.

Nell’ultimo decennio, fino alle attuali produzioni fotografiche, la visione del paesaggio è poliedrica e difficilmente definibile. Alcune ragioni per spiegare questo mutamento le dà Roberta Valtorta: assistiamo a un progressivo nomadismo, a una profonda perdita dell’identità dei luoghi, o più esattamente alla nascita di identità altre. Valtorta constata come in ambito fotografico un concetto unitario di paesaggio diventa impossibile o irrimediabilmente difficile da definire in maniera univoca5. I fotografi, consapevoli della quasi impossibile registrazione di un paesaggio instabile e indefinito, optano per lo studio di frammenti, scelgono pezzi di scena da sostituire ai grandi racconti, preferendo un tipo di analisi spesso episodica dove l’oggetto di riflessione muta continuamente.

Ne è un esempio il lavoro di Teodoro Lupo (Treviso, 1975): nel lavoro “Von hier an Blind” (“Da qui come cieco”, 2005-2006) o, più ancora, in “Schiarirsi le idee (indicazioni sbagliate per)” — progetto iniziato nel 2007 e tutt’ora in corso — il paesaggio diventa spazio di riflessione più che spazio fisico, dove constatare quanto le nostre conoscenze, pregiudizi, immagini interiori influenzino il “lavoro” dei nostri occhi. Se in questa serie è evidente l’allontanamento del giovane fotografo dalla grande tradizione della scuola di paesaggio, questa lontananza si riduce in altri progetti, quali “Due” (2005) e “Radici d’acqua” (2003), dove il paesaggio torna come protagonista di un’indagine analitica del territorio. Il suo modo di procedere, fatto di lunghe osservazioni mirate per cogliere pochi, essenziali frammenti, può essere accostato a quella “pazienza del vedere”6 che

Paolo Costantini attribuiva a Guido Guidi, non a caso uno dei fotografi a cui spesso molti suoi lavori sono stati accostati. Questo oscillare tra la storia della tradizione ed esperienze più libere e meno legate ai luoghi si ritrova anche in Marcello Mariana (Lecco, 1977). Anche lui come Lupo utilizza il mezzo fotografico in modo libero, aprendo a ventaglio i suoi codici e facendo del suo statuto di “arte della rappresentazione” un concetto elastico complesso da definire. Un lavoro che più di altri ci sembra significativo è la ricerca da lui attuata per il “Premio Fotografico Atlante Italiano 007 – Rischio Paesaggio”, “Alpine Wanderer”.

Il fotografo elegge l’arco alpino a soggetto delle sue riflessioni allo scopo di documentarne la sublime grandiosità e le violente contraddizioni: accanto alla vastità della visione naturale ecco comparire l’irruenza umana, sia essa rappresentata da eliche eoliche, grandi palazzoni, da una diga o da una strada. Le tematiche ambientali diventano sempre più spesso indissolubilmente legate alla fotografia di paesaggio, come testimonia il lavoro di Francesca Lazzarini (Lussemburgo, 1976) “Abusivismi”. Il suo lavoro è indirizzato a destabilizzare quel tipo di fotografia impiegata per alimentare una specifica e ingannevole idea di mondo. Da qui il suo disinteressarsi all’aspetto strettamente estetico delle immagini per concentrasi invece sulla loro matrice di critica sociale, con temi quali l’abusivismo, il caro affitti, il turismo di massa, il diritto all’abitare. Al marginale, all’escluso o semplicemente al “brutto” è anche rivolta la ricerca di Michele Cera (Bari, 1973), che in una serie di fotografie scattate nelle città albanesi di Kamza e Berat dal titolo “Paesaggio fragile”, suggerisce l’idea di un paesaggio urbano destrutturato, povero e precario.

In queste immagini è evidente un tema caro ai maestri della scuola di paesaggio: la restituzione “in stile documentario” delle trasformazioni sociali e urbanistiche di una città, senza mai cadere nella metafora e nel retorico7. In Cera, ma anche in molti altri fotografi, è da notare la presenza della figura umana, elemento quasi totalmente assente nella fotografia di paesaggio di quasi trent’anni prima. Come abbiamo visto in molti lavori degli anni Novanta, con Jodice, Linke, Vitali, ma potremmo notare altre esperienze, tra cui quelle di Tancredi Mangano, Paola Di Bello e Walter Niedermayer, solo per citarne alcune, ritorna il corpo in relazione al paesaggio, diventando un’interfaccia per comunicare con lo spazio, o consustanziale al paesaggio stesso.

Allora, anche se prive di presenze umane, le case, gli agglomerati urbani del nord e sud del mondo, con la loro sporcizia, i detriti, le zone degradate o i centri a disumana misura d’uomo, sono lo specchio di un tempo, di un vivere “desiderante”, metafora di uno stile di vita. Significativo in questo senso è l’approccio di Domingo Milella (Bari, 1981), che parte dalla sua città d’origine per interrogare il paesaggio come luogo in cui si solidificano, per cumulazione, le vite dei suoi abitanti. Milella cerca di immortalarne il magma di scelte che portano alla creazione di un costruito che si oppone al naturale, di territori dove passato e presente si scontrano in quelle che lui chiama “crudeli evidenze”. Ecco allora che acquista importanza in quest’ottica il senso di fare fotografia oggi, che, come trent’anni fa, cerca di comunicare con quello che resta il linguaggio più diretto ed efficace, le immagini. Magistrale è in quest’ottica il lavoro di Richard Sympson (Marco Trinca Colonel, Milano, 1980 e Cosimo Pichierri, Taranto, 1976). “Palmo a palmo #3” è un collage di una serie di scatti zenitali, in scala 1:1, per ottenere un’unica fotografia frutto di infiniti punti di vista.

Questo meccanismo, che nega il punto di vista unico e rifiuta la prospettiva come gabbia di percezione della realtà, ha come obiettivo il ribaltamento delle strutture linguistiche della fotografia in un’epoca di ipervisibilità. L’ansia documentaristica delle immagini risulta allora imprigionata in un iperdocumentarismo che finisce per non documentare altro che se stesso.

Elena Bordignon è critica d’arte e curatrice. Vive e lavora a Milano.

Note:
1. Arturo Carlo Quintavalle, Appunti (testo introduttivo), in Viaggio in Italia, cat., Il Quadrante, Alessandria, 1984, pagg. 11- 12.
2. Paolo Costantini, Spazi Aperti nella città diffusa, in Casabella, n. 597-98, Electa Periodici, Milano, 1993, pag. 73.
3. Roberta Valtorta, Poetica e poesia. Una lettura della fotografia italiana contemporanea, in Volti della fotografia, Skira, Milano, 2005, pag. 221.
4. Luca Molinari, Effetti collaterali, in Effetti collaterali, cat., Silvana, Milano, 2002, pag. 11.
5. Roberta Valtorta, Il corpo come interfaccia del paesaggio, in Volti della fotografia, Skira, Milano, 2005, pagg. 151-152.
6. Paolo Costantini, Percepire le differenze, in Fotologia 5, estate-autunno 1986, pag. 80.
7. Vittore Fossati, Vedi alla lettera “C”, in Ereditare il paesaggio, cat., Electa, Milano, 2008, pag. 156.

Fonte

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Written by filippo

28 gennaio 2012 at 8:42 PM

Pubblicato su Arte, Fotografie

Ascanio Celestini, 10 DVD

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Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

ASCANIO CELESTINI: IL SUO TEATRO IN UNA COLLANA INEDITA IN 10 DVD.
Ha fatto dell’impegno civile la sua cifra stilistica, portando in scena e in TV storie sconosciute e dolorose del nostro passato recente. In 10 DVD, 8 dedicati alle sue rappresentazioni teatrali e 2 alle sue partecipazioni a “Parla con me”, l’ironia, la poetica asciutta e coinvolgente, e l’inconfondibile capacità affabulatoria di uno degli artisti più eclettici del panorama culturale italiano. Dal 27 gennaio con Repubblica + L’Espresso

Piano dell’opera
Dal 27 gennaio, Scemo di guerra
Dal 3 febbraio, Radio clandestina
Dal 10 febbraio, Vita, morte e miracoli
Dal 24 febbraio, Pecora nera
Dal 2 marzo, Parole sante
Dal 9 marzo, Concerto. Canzoni impopolari
Dal 16 marzo, Fila indiana
Dal 23 marzo, Parla con me 1
Dal 30 marzo, Parla con me 2

Scemo di guerra
Mio padre raccontava una storia di guerra. Una storia di quando lui era ragazzino. L’ho sentita raccontare per trent’anni. È la storia del 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma. Per tanto tempo questa è stata per me l’unica storia concreta sulla guerra. Era concreta perché dopo tante volte che la ascoltavo avevo incominciato a immaginarmi i particolari più piccoli del suo racconto. Ogni volta che raccontava faceva digressioni, allungava o accorciava il discorso inserendo episodi nuovi o eliminando parti che in quel momento considerava poco importanti. Così quando ho incominciato a fare ricerca ho deciso di registrarlo e provare a lavorare sulle sue storie.

Una guerra mai vissuta che colpisce dritta al cuore, di Franco Quadri (la Repubblica, 18 ottobre 2004)
A stretto contatto con un gabbiotto metallico che a ogni spettacolo muta solo l’orientamento, Ascanio Celestini è una macchina inesorabile di parole, alle quali riesce a mantenere sempre la stessa freschezza, allo stesso modo in cui ci fa parere nuovo il meccanismo ripetitivo con cui le accosta. Nel suo ultimo bellissimo show, Scemo di guerra, sottotitolo “Roma 4 giugno 1944”, scatta puntuale una variante: è infatti la memoria del padre, e maestro, di Ascanio, mancato da poco, a ispirargli questo scombiccherato e perfetto racconto del giorno della Liberazione di Roma, tanto è vero che nel finale alcune frasi del testo ci ritornano con la sua voce registrata. Ma l’emozione personale Ascanio la serba per l’ultimo istante; prima, fatti storici come il bombardamento di San Lorenzo, il rastrellamento del Quadraro, l’arrivo degli americani vissuto come un miraggio, ci erano stati restituiti come li tramandava il padre che li aveva vissuti da bambino. L’attenzione veniva però catturata da piccoli dati personali come l’immagine del padre stesso che rischiava di venire ucciso per una cipolla o che formava una società per comprare un maiale, creando nel contempo una galleria d’immagini ritornanti. E il fluire dei ricordi s’infittiva di sbocchi nel fantastico, come la trovata delle mosche intelligenti e capaci di sopravvivere a tutti grazie alla loro scelta di nutrirsi solo di morti e di merda, risalendo fino alla Crocifissione o vagando in Polonia tra i deportati nei lager… La poesia come segreto per trasmettere la realtà.

Written by filippo

28 gennaio 2012 at 11:09 am

Pubblicato su Arte, Attualità, Cinema