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Il Mio Nome è Nessuno – L’Ulisse, con Sebastiano Lo Monaco

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 1

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 1

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 2

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 2

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 3

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 3

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 4

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 4

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 5

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 5

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 6

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 6

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 7

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 7

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 8

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 8

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuni, L'Ulisse, foto 9

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 9

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 10

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 11

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 12

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 12

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 13

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 14

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 15

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 16

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 17

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuni, L'Ulisse, foto 18

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 19

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuni, L'Ulisse, foto 20

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 21

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 22

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 39

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 40

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 41

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 42

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 42

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 43

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 43

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 44

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 44

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 45

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 45

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 46

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 46

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 47

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 47

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 48

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 48

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 49

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 49

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 50

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 50

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 51

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 51

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 52

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 52

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 53

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 53

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L'Ulisse, foto 54

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 54

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Prima Nazionale

ASSOCIAZIONE SICILIATEATRO presenta

Sebastiano Lo Monaco in
IL MIO NOME E’ NESSUNO – L’ULISSE
di Valerio Massimo Manfredi

Adattamento e drammaturgia testo di Francesco Niccolini

e con
Maria Rosaria Carli (pastore, Athena, Penelope a vent’anni, Elena, voce di Patroclo, Penelope a quarant’anni)
Turi Moricca (Laerte, Achille, Telemaco)
Carlo Calderone (Aiace, Menelao, Antinoo)
e una orchestra di 14 sassofonisti in scena

Scene: Antonio Panzuto
Costumi: Cristina Da Rold
Musiche originali: Dario Arcidiacono – Davide Summaria
Disegno luci: Nevio Cavina

Regia: Alessio Pizzech

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TRAMA

Valerio Massimo Manfredi – scrittore, archeologo, topografo del mondo antico di fama internazionale – ha dedicato due romanzi a Ulisse: il primo racconta le gesta dell’eroe di Itaca dall’infanzia di Odysseo fino alla distruzione di Troia. Il secondo dalla partenza da Ilio dopo la fine tragica e vittoriosa della lunga guerra, fino all’arrivo a Itaca, dieci anni dopo, con la sanguinosa vendetta contro i principi che insidiano Penelope e occupano il suo palazzo.
È una materia così intensa, poetica, tragica e intrisa di sangue e dolore che invece di dar segni di invecchiamento, trova nuova linfa, dubbi e vigore nella prosa di Manfredi, che il regista Alessio Pizzech e il drammaturgo Francesco Niccolini (che già hanno lavorato insieme a Sebastiano Lo Monaco nel fortunatissimo “Dopo il silenzio”) hanno trasformato in materia teatrale: un lungo viaggio tra poesia, disperazione ed erotismo per attraversare la vita di un uomo, anche se quest’uomo ama farsi chiamare Nessuno.
Questo Ulisse non procede in linea retta: la sua strada è lunga e contorta, riparte dal suo ritorno a Itaca, dal primo incontro con Telemaco suo figlio. È a lui che racconterà – prima della grande vendetta – dieci anni di guerra e dieci di faticosissimo ritorno verso casa: come un reduce di guerra, l’ennesima guerra stupida inutile e aberrante del nostro mondo. Sebastiano Lo Monaco, con tutta la sua maestria e passione, dialoga con i molti fantasmi di questa storia, in particolare le donne e gli eroi che Odysseo ha incontrato sulla sua faticosissima strada. Perché molte sono le donne che ne hanno turbato la vita: Elena per prima, quindi Penelope, e poi Circe, Calypso, Nausicaa, Athena. Così come molti sono gli uomini che mai potrà dimenticare, uomini valorosi e disperati, consapevoli del loro destino di morte: Menelao, Aiace e, su tutti, Achille con l’amato Patroclo.
Il risultato sarà una lunga, intensissima narrazione con una voce principe, quella di Sebastiano Lo Monaco, e intorno tutti quei demoni – divinità, mostri, nemici, eroi, vivi e morti, più tutti i ricordi – che ne hanno costellato il viaggio sterminato, descrivendone il destino immortale.
Una sinfonia dunque, un canto ricco di poesia, che – pur nel rispetto della tradizione aedica – troverà una forma drammaturgica originale, sorprendente, perché non sarà il furbo Ulisse senza limiti ad apparire allo spettatore, ma un uomo ancora più moderno, sopravvissuto a una guerra dove ha conosciuto la paura e l’orrore, provato da dieci anni di morte e naufragi, mancati ritorni e misteriosi sussurri del desiderio.
È evidente che in un contesto del genere, per Sebastiano Lo Monaco, nato a Floridia (Siracusa), è stato come rispondere a un richiamo: cresciuto e formatosi tra classicità ellenica e romana, perdutamente innamorato di Omero e dell’epica classica, si trova nella condizione ideale per affrontare Ulisse e il poema della sua vita, costruendo un grande culto per il pubblico del teatro e – al tempo stesso – un eccellente strumento di divulgazione e conoscenza per il pubblico giovane e delle scuole superiori.

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PASSO DOPO PASSO
note di drammaturgia di Francesco Niccolini

Il primo passo è stata una confessione. Prima di tutto perché mi serviva un motivo per far scaturire il racconto, per mettere il mio Ulisse/Lo Monaco nella necessità di raccontare. E poi per sottrarmi al rischio di celebrare un eroe e, peggio ancora, cedere alla retorica, alzando la voce e il tono. La cosa che più mi ha affascinato nei due romanzi di Valerio Massimo Manfredi è la dimensione dubbiosa e riflessiva del suo Ulisse: un uomo che attraversa vent’anni di violenze e impedimenti senza sentirsi il migliore né perseguitato più di qualunque altro uomo, sottoposto alla barbarie delle leggi degli dei e del fato. Anzi, in un certo senso è un privilegiato: vivo per miracolo, scaltro, intelligente, pronto a tutto, e al tempo stesso consapevole del suo disgusto, della sua vigliaccheria e delle sue improvvise paure. E fortunato: perché tra i sommersi e i salvati, lui rientra fra i secondi, con tutti i vantaggi (e i sensi di colpa) che ne conseguono.
Il secondo passo sono stati i fantasmi: sì, perché in questo lungo racconto (modulabile in mille modi, io ne ho solo scelto uno) non ci sono coprotagonisti, ma una infinità di fantasmi, visioni, ricordi e rimpianti. Persone cadute in battaglia, amate o tradite. Le facce si confondono, spesso sono identiche, addirittura le stesse: cambiano solo i travestimenti. Non sono in carne e ossa, ma fanno male, lancinanti come tutte le assenze e le persone perdute. O mai possedute.
Il terzo passo le armature, perché questo è un cimitero di armature. Perché siamo sul campo di battaglia davanti alle porte della città di Troia, e al tempo stesso sulla spiaggia di Itaca dopo l’ultimo naufragio che ha riportato Ulisse a casa, vent’anni dopo. Ma quella spiaggia dalle onde cristallizzate, sta per diventare la sanguinaria scena del massacro di corte, nella quale i principi usurpatori verranno sterminati. Pochi attori dunque, e molti personaggi: tanti quante le carcasse che su questa superba scena trovano posto.
Il quarto passo non poteva che essere, a questo punto. un teatrino dei pupi. Anzi, non un teatrino, ma qualcosa grande come il mondo: un super teatro dei pupi, dove Sebastiano Lo Monaco possa cantare la storia di Ulisse e gli attori, penetrando i corpi/armatura di tutti i fantasmi della sua vita, fargli da coro. Si gioca, si combatte, ci si spacca a metà, si cade, si muore. Si chiudono gli occhi. Fino a quando si vestirà la nuova armatura.
Mettere i miei pensieri e queste visioni a disposizione di Alessio Pizzech e nutrirle dei suoi pensieri e delle sue visioni è stato uno degli atti più naturali e fertili che mi siano capitati in questi anni di scrittura e ricerca: tutti e tre insieme, Sebastiano Alessio e io, pezzo dopo pezzo, abbiamo generato un mondo, un meraviglioso teatrino popolare con banda (fra tutte le idee di Alessio questa mi sembra folgorante e perfetta malinconica sintesi di questo mondo), dove la gioiosa e terribile morte dei pupi torna a trovare un senso con tanta emozione e poesia: lo confesso, solo lì mi sento felice.
Un ringraziamento speciale a Valerio Massimo Manfredi che, con grande fiducia e totale rispetto, mi ha permesso di utilizzare i suoi romanzi: raramente ho trovato tanta serenissima generosità.

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PENSANDO ALLO SPETTACOLO
a cura di Alessio Pizzech

Pensando a questo nuovo spettacolo molteplici sono le immagini che mi coinvolgono come regista perché tanti sono gli stimoli che una materia così viva e carica di sensi e significati mi trasmette.
Voglio quindi enucleare alcuni punti di lavoro che mi sono utili per immaginare cosa sarà questo spettacolo.
Innanzitutto: il racconto popolare di una storia che attraversa i tempi e ci parla dell’insensatezza della guerra e delle sue follie. Un uomo, reduce da una guerra senza fine approda nella sua terra. Anzi, “ritorna”. Il mito del Nostos agisce ancora, a distanza di millenni e lui, disorientato, senza più punti di riferimento, con la testa piena di immagini di sangue e orrore sente il bisogno, l’urgenza di raccontare ciò che ha vissuto, per trovare il senso di una scelta di violenza che non è stata sua. Qualcuno (gli Dei, il destino?) ha scelto per lui; da uomo di pace si è tramutato in uomo d’armi, e questa passaggio lo ha snaturato. Il reduce torna quindi, e lo fa anche per cercare le ragioni di tanta crudeltà.
Ulisse ha capito che la guerra non è una risposta, ma un labirinto in cui si è perso; il ritorno a casa lo spinge a ritrovarsi. Le immagini e i personaggi di questa storia si susseguono nelle sue parole come fantasmi, e i vari incontri che egli ha fatto, prendono forma.
Un teatro di Pupi, di Armature (ho chiesto in questo la preziosa collaborazione di un grande artista/scenografo come Antonio Panzuto) che scendono dall’alto di una graticcia teatrale posata sulla spiaggia, prendono forma con un carattere quasi di rappresentazione popolare, antica, ancestrale. Il teatro si fa racconto epico con questo cimitero fantastico di feticci, di oggetti, di teste e corpi meccanici che sono ombre di anime sepolte nella memoria del protagonista.
Gli altri interpreti sono coloro che come un coro greco, muovono questa macchina teatrale attorno a Ulisse e sono loro che danno voce e pensiero a queste icone/personaggi della storia. Il protagonista si trova in mezzo, stupito e inconsapevolmente regista di questo mondo, che affonda le radici in una sorta di rappresentazione antica come l’uomo.
La banda di un vecchio paese siciliano accompagna e celebra questo racconto con il suo suono, con il suo rumoreggiare; celebra la festa religiosa del Teatro. Sono quattordici sassofoni, quattordici voci umane che contrappuntano il racconto, quattordici uomini di una banda adagiata forse in uno spazio di aperta campagna o in mezzo alle onde del mare ; quattordici uomini che vanno alla guerra, quattordici uomini che salutano il ritorno, quattordici uomini che celebrano la morte, vittorie e sconfitte, apparizioni e ritorni delle figure di questo teatro antico.
Ulisse diventa pop, diventa colui che si fa portatore di un racconto e l’attore torna ad essere aedo, portatore di una storia che insegna che si fa maestra di vita; in questo senso l’antico, il contemporaneo si sposano sul palcoscenico per interagire in una dimensione che è sospesa e che rivela la magia di un teatro che si rende magnificamente semplice, comunicativo e portatore di una riflessione su quanto siamo capaci di negare di noi stessi, di quanto siamo capaci di perderci presi dall’insensatezza della violenza.
Ulisse ci dice che tornati da quell’inferno non si è più Se Stessi e che il rumore delle armi ci lascia un silenzio assordante. L’immagine del sangue e di un corpo ferito resteranno sempre nella memoria di chi ha attraversato l’orrore.
Ma nel nostro racconto il teatro si fa atto di speranza, di creazione; nel teatro finalmente i morti sono Eroi in quanto hanno un nome, portano con sé un destino che Ulisse celebra con la sua rappresentazione. Il teatro dà nome alle cose, alle anime. La storia diventa materia di trasmissione e il mito diventa strumento di insegnamento e monito per il futuro.
Affrontare così la straordinaria e immane vicenda di Ulisse, in un modo così popolare e così immediato credo sia una possibile risposta per un Teatro d’Arte.

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Menecmi, con Tato Russo (parte 2)

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“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015

Le fotografie del backstage sono visibili qui.

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Menecmi, Tato Russo, foto 1

Menecmi, Tato Russo, foto 1

Menecmi, Tato Russo, foto 2

Menecmi, Tato Russo, foto 2

Menecmi, Tato Russo, foto 3

Menecmi, Tato Russo, foto 3

Menecmi, Tato Russo, foto 4

Menecmi, Tato Russo, foto 4

Menecmi, Tato Russo, foto 5

Menecmi, Tato Russo, foto 5

Menecmi, Tato Russo, foto 6

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Menecmi, Tato Russo, foto 7

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Menecmi, Tato Russo, foto 8

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Menecmi, Tato Russo, foto 9

Menecmi, Tato Russo, foto 9

Menecmi, Tato Russo, foto 10

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Menecmi, Tato Russo, foto 11

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Menecmi, Tato Russo, foto 12

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Menecmi, Tato Russo, foto 13

Menecmi, Tato Russo, foto 13

Menecmi, Tato Russo, foto 14

Menecmi, Tato Russo, foto 14

Menecmi, Tato Russo, foto 15

Menecmi, Tato Russo, foto 15

Menecmi, Tato Russo, foto 16

Menecmi, Tato Russo, foto 16

Menecmi, Tato Russo, foto 17

Menecmi, Tato Russo, foto 17

Menecmi, Tato Russo, foto 19

Menecmi, Tato Russo, foto 19

Menecmi, Tato Russo, foto 20

Menecmi, Tato Russo, foto 20

Menecmi, Tato Russo, foto 21

Menecmi, Tato Russo, foto 21

Menecmi, Tato Russo, foto 22

Menecmi, Tato Russo, foto 22

Menecmi, Tato Russo, foto 23

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Menecmi, Tato Russo, foto 24

Menecmi, Tato Russo, foto 24

Menecmi, Tato Russo, foto 25

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Menecmi, Tato Russo, foto 26

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Menecmi, Tato Russo, foto 27

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Menecmi, Tato Russo, foto 28

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Menecmi, Tato Russo, foto 29

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Menecmi, Tato Russo, foto 30

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Menecmi, Tato Russo, foto 31

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Menecmi, Tato Russo, foto 32

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Menecmi, Tato Russo, foto 33

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Menecmi, Tato Russo, foto 34

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Menecmi, Tato Russo, foto 35

Menecmi, Tato Russo, foto 35

Menecmi, Tato Russo, foto 36

Menecmi, Tato Russo, foto 36

Menecmi, Tato Russo, foto 37

Menecmi, Tato Russo, foto 37

Menecmi, Tato Russo, foto 38

Menecmi, Tato Russo, foto 38

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Le fotografie del backstage sono visibili qui.

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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta

Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare

con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini

Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop

Regia: Livio Galassi

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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.

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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.

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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.

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Written by filippo

8 agosto 2015 at 8:19 am

Menecmi, con Tato Russo (parte 1)

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“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015

Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.

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Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 1

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 1

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 2

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 2

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 3

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 3

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 4

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 4

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 5

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 5

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 6

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 6

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 7

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 7

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 8

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 8

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 9

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 9

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 10

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 10

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 11

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 11

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 12

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 12

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 13

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 13

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 14

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 14

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 15

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 15

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 16

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 16

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 17

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 17

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 18

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 18

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Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.

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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta

Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare

con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini

Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop

Regia: Livio Galassi

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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.

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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.

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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.

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Written by filippo

8 agosto 2015 at 5:29 am

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

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Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

Il Vantone, con Ninetto Davoli e Edoardo Siravo

LAROS Ass. Culturale di Gino Caudai presenta

Ninetto Davoli e Edoardo Siravo in
IL VANTONE
di Pier Paolo Pasolini

Con: Gaetano Aronica, Paolo Gattini, Marco Paoli, Silvia Siravo, Enrica Costantini, Valerio Camelin
Scenografia e costumi: Antonia Petrocelli
Aiuto Regia: Federica Buffo
Assistente alle scene e costumi: Francesca Rossetti
Musica originale: Davide Cavuti
Regia di: Federico Vigorito

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“Nel teatro la parola vive di una doppia gloria,
mai essa è così glorificata.
E perché? Perché essa è, insieme, scritta e pronunciata.
È scritta, come la parola di Omero,
ma insieme è pronunciata
come le parole che si scambiano tra loro due uomini al lavoro,
o una masnada di ragazzi, o le ragazze al lavatoio,
o le donne al mercato –
come le povere parole insomma
che si dicono ogni giorno,
e volano via con la vita.”
– Pier Paolo Pasolini

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Pleusicle ama la bella Filocomasio ed è riamato.
Durante una sua assenza, Pirgopolinice, soldato spaccone in cerca di avventure amorose rapisce Filocomasio portandola con sé ad Efeso. Palestrione servo fedele astuto di Pleusicle si affretta subito ad avvertire il suo padrone.
Durante il viaggio vien fatto prigioniero dai pirati dai quali viene offerto in dono a Pirgopolinice che porta con sé Filocomasio. I due – il servo e la donna – fingono di non conoscersi e studiano il modo di avvertire Pleusicle che, avvertito da un mercante, si reca ad Efeso e trova da abitare contigua a quella del soldato fanfarone, presso il vecchio Periplecomeno, benevolo ma astuto.
Fin qui il prologo; d’ora innanzi l’azione scenica. Forata la parete che li divide, i due innamorati si incontrano scambiando gesti d’amore. Li scopre il servo dello spaccone, Sceledro, messo a custode della bella Filocomasio.
Allora da parte di Pleusicle e Periplecomeno viene fatto ogni sforzo per convincere Sceledro che si tratta di un abbaglio tentando di fargli credere che Filocomasio esce dalla casa del Vantone anziché da quella di Pirgopolinice, poi gli viene presentata come gemella di Filocomasio giunta ad Efeso il giorno prima con il suo amante. Lo stratagemma riesce anzi Palestrione fa credere a Pirgopolinice che la bella moglie di Periplecomeno, ormai stanca del vecchio marito, si sia invaghita di lui e voglia sposarlo.
Lo stolto e vanitoso soldato lusingato da questa inaspettata conquista manda via la concubina e libera Filocomasio lasciandole tutti i regali che le ha fatto, compreso Palestrione. Tronfio e voglioso di dare sfogo alla sua passione entra nella casa di Periplecomeno dove trova il finto marito geloso che assieme ai suoi servi gli riservano una gragnola di legnate.

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PERCHÉ “IL VANTONE”?
La domanda, sul perché, Pasolini abbia voluto cimentarsi anche con la drammaturgia, a mio avviso, trova spiegazione nel fatto che la performance teatrale secondo PPP rispetta, molto più di altre espressioni artistiche, il legame stretto tra arte e vita, più ancora del cinema, per il rispetto e la riscoperta, che racchiude in sé, del senso originario della tragedia vissuta come liberazione dai morsi della fatica del vivere che scaturivano dalla convinzione che aveva di sé, di essere un “dannato” della vita: il teatro come confessione pubblica delle sue esigenze, molto spesso drammi, esistenziali: Affabulazione, Orgia, Porcile, Calderon e Il vantone. Tra tutte Il vantone sembra la più stonata sia perché una traduzione sia perché la vicenda appare leggera, come, leggere, apparentemente, sembrano le commedie Plautine.
Che sia un diversivo, una pausa, un momento di relax di una vita sempre impegnata fino all’ultima goccia? Tutt’altro; anche il Vantone non è altro che impegno, ovviamente diverso, nei confronti della vita. Anzitutto è una sorta di tributo alla sua scrupolosa e profondissima preparazione nella cultura classica, ma, soprattutto, perché in Plauto vede un autore che della cultura popolare ha fatto il centro della sua arte non solo per i temi che tratta ma soprattutto per il suo modo di disegnare i personaggi con il quale scardina le strutture e le convenzioni su cui era fondata la società del suo tempo che vuol poi essere il tempo di Pasolini. Attenzione, come Plauto, alle fasce di popolazione che sono sempre state ignorate, vilipese ed emarginate, sottolineandone l’arguzia, l’intelligenza, il ruolo fondamentale e indispensabile per un giusto equilibrio sociale contrariamente a quanto, comunemente, si pensa; di contro la ridicolaggine e il vero disprezzo per chi detiene, o presume di tenere, le leve del potere o peggio ancora che a questi è asservito rinunciando a quella forma di unico e vero riscatto che va ben oltre il semplice accondiscendere ai voleri del padrone.
Quello che PPP definisce padrone lo vede come prototipo di stoltezza, ma non congenita, bensì voluta e cercata tenacemente per accettazione passiva delle convenzioni stabilite da altri tanto da divenire stolto al punto di convincersi che una divisa, un ruolo, una funzione sarebbero in grado di fornire lustro, fama e successo indipendentemente da qualsiasi tipo di impegno esistenziale. Troppo facile il bersaglio dunque delle fasce più deboli ed emarginate della società; troppo facile il trionfo del servo sul padrone, del povero sul ricco, del giovane oppresso sul vecchio conservatore e ottuso.
In questa ottica trova giustificazione l’uso del romanesco nel rendere i contenuti plautini, che in Pasolini è comunque in linea con quella che è stata la scelta privilegiata di tutta la sua opera: la periferia romana crogiolo vitale e vivace ove si fondono pulsioni istintuali, comportamenti triviali con ideali e slanci di riscatto da ingiustizie perpetrate in secoli e secoli di storia. Non di un capriccio si tratta dunque né di un allentamento del suo impegno civile ma di un voler mettere nella giusta cornice i protagonisti delle sue storie, dei suoi romanzi, dei suoi film, della sua poesia.
Così facendo ha voluto anche sottolineare la necessità della valorizzazione del parlare comune, il cosiddetto volgare, non come cifra di ignoranza ma come momento ove si fonda la vita dura ma vera di ogni giorno con la sapienza di affrontarla per portare avanti degli ideali. PPP sembra, nelle sue analisi, calpestare e trascurare tutto quanto la società nella quale vive gli ha approntato, religione compresa. Ma così non è; egli ha voluto rimettere tutto al vaglio della sua intelligenza per rendere credibile tutto quello che di buono poteva vedere nella storia del passato ma cancellare, al tempo stesso, tutto ciò che di stolto si trascinava nel presente.
Al di sopra di tutto metteva la dignità della persona oltre ogni classe, censo, ideologia: una religione dell’uomo, si potrebbe dire, anima i suoi ideali e ogni sua scelta. Tutto rivisita con desiderio irrefrenabile di conoscere le profondità insondabili dell’animo umano rimanendone per lo più insoddisfatto, o meglio soddisfatto soltanto dell’atto del perenne ricercare come condizione ideale e sublime con cui un uomo può convivere. Animato da tale impellenza riprende in mano Il Vangelo di Matteo che, secondo una recente analisi dell’Osservatore Romano, è stato giudicato la migliore e più fedele rivisitazione ed interpretazione del messaggio di Cristo fatto da un cineasta… nessuno, quindi, potrà più parlare di PPP come di uno scrittore senza religione, senza Dio. Tormento ed estasi, sudore di popolo e aromi inebrianti hanno caratterizzato la vita di PPP e mai gli hanno dato tregua: ricercati e voluti con tenacia, ma mai banalmente, perché nessuno lo ha mai trovato poco vigile o supinamente adagiato su posizioni di convenzionali bensì sempre alla ricerca di un ideale puro che ridisegnasse la struttura della società secondo una visione adamantina della quale mai doversi vergognare o pentire, totalmente incurante se poi, fosse destinata a scandalizzare, purché rispettosa di una verità non emibile, talvolta bruciante ma, al tempo stesso, totalmente appagante.
Mai, mai sarà possibile trovare che PPP, in qualsivoglia sua opera, manifestazione artistica o impegno civile o sociale abbia derogato da questa missione sacrale. Ben consapevole di ciò e ricco di motivazioni profonde ha sempre affrontato a testa alta tutto e tutti non indietreggiando dinanzi ad alcuno di destra o sinistra che fosse, atei o religiosi, poveri o ricchi, ignoranti o colti potenti o deboli sempre sicuro di potere attingere al fondo della sua anima le motivazioni inoppugnabili delle sue scelte.
Ciò ha comportato per PPP un atteggiamento di perenne lotta contro le convenzioni sociali ma soprattutto moralistiche o moraleggianti che lo hanno “costretto”, a suo stesso dire, ad un “esistenza da dannato” ma da cui non ha voluto mai recedere non inconsapevole che ciò lo avrebbe potuto portare alla sua rovina, come in realtà accadde: ma questa era la sua missione, il suo unico ed insostituibile motivo di vita. Quello che in particolare gli riempiva l’esistenza era l’abbraccio sincero degli ultimi, di coloro che si debbono inventare la vita tutti i giorni, che non hanno voce, sfruttati fin nelle midolla, che vengono, per lo più, rifiutati ma che sono in grado di manifestare, spesso, grande dignità e generosa umanità. PPP ha voluto dar voce a questa umanità: questo è stato il suo scopo di vita. Questa umanità la trovata soprattutto a Roma, nella Roma delle periferie, nella Roma delle strade polverose definite da palazzoni, nella Roma del dopoguerra caotica, popolare ma viva, genuina, vera; ma anche nella voce di Plauto e nella sua Roma popolare, nella sua elementarità apparente, assimilabile a tutte le periferie dell’umanità di ogni tempo e luogo: Roma come Atene, Napoli, Efeso…
Se leggiamo Il vantone con questo spirito vediamo che Palestrione (Ninetto Davoli), Pleusicle (il giovane innamorato), Filocomasio (il desiderio di Pleusicle), Periplecomeno (il vecchio saggio conoscitore della vita) contro Sceledro (il servo sciocco) e Pirgopolinice (Miles stolto e presuntuoso), esso cessa di essere semplicistico e banale e gli attori divengono magistrali interpreti della filosofia pasoliniana che nulla ha a che vedere con il giudizio affrettato e superficiale di un approccio poco attento. Né, date le premesse, avrebbe potuto essere diversamente.
Ecco il perché de “il Vantone” di Pasolini.
Gino Caudai

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Written by filippo

31 luglio 2015 at 10:56 PM

Il Volpone, con Corrado Tedeschi

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Il Volpone, con Corrado Tedeschi

Il Volpone, con Corrado Tedeschi

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La mia fotografia di Corrado Tedeschi per la locandina del suo spettacolo “Il Volpone”, in programma l’1 agosto al Plautus Festival :)

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Written by filippo

27 luglio 2015 at 8:17 am