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Il berretto a sonagli, backstage
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Plautus Festival, Sarsina, 17/07/2016
Le foto dello spettacolo sono visibili QUI.
Sicilia Teatro
in collaborazione con: Festival La Versiliana(Pietrasanta) e Teatro Luigi Pirandello (Agrigento)
presentano
Sebastiano Lo Monaco in
IL BERRETTO A SONAGLI
di Luigi Pirandello
Scene: Keiko Shiraishi
Costumi: Cristina Da Rold
Musiche: Mario Incudine
Luci: Nevio Cavina
Regia: Sebastiano Lo Monaco
Attori:
Sebastiano Lo Monaco (Ciampa)
Maria Rosaria Carli (Beatrice Fiorica)
Viviana Larice (Assunta La Bella)
Clelia Piscitello (La Saracena)
Lina Bernardi (Fana)
Claudio Mazzenga (Fifì la Bella)
Rosario Petix (delegato Spanò)
Maria Laura Caselli (Nina, moglie di Ciampa)
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Lisistrata, con Vanessa Gravina

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 1

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 2

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 3

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 4

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 5

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 32

Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 33
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TEATRO EUROPEO PLAUTINO srl presenta
Vanessa Gravina in
LISISTRATA, di Aristofane
con Sandra Cavallini
e con Massimo Boncompagni, Valentina Cardinali, Valentina Donati, Mauro Eusti, Antonio Salerno
Con la partecipazione straordinaria della CORALE DI SARSINA
Direzione Musicale: Sara Pastiglia
Scenografie: Mauro Eusti
Costumi: Elena Bedino
Direttore di Produzione: Riccardo Bartoletti
Assistente di produzione: Valentina Santi
Tour Manager: Antonio Salerno
Amministrazione: Maelig Bidaud, Agnese Serallegri
Regia: Massimo Boncompagni
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Lisistrata fu rappresentata per la prima volta alle Lenee del 411 a.C., in un momento politicamente tristissimo.
Mentre gli animi erano prostrati dall’orrendo lutto di Sicilia, la guerra del Peloponneso riavvampava furiosa e le sciagure succedevano alle sciagure.
Aristofane spezza una lancia a favore della pace e, convinto oramai che sugli uomini c’era da far poco conto, affida la sua causa a una donna, Lisistrata (nome che significa la “Scioglieserciti”).
Lisistrata, dunque, fa un appello a tutte le donne di Grecia.
Le fa radunare di buon mattino, e partecipa ad esse il suo alto disegno: il ristabilimento della pace.
Per conseguirla basta una semplice cosa: che esse si rifiutino ai loro mariti finché non si decidano a deporre le armi.
La meta entusiasma, il modo di raggiungerla assai meno.
Tuttavia si convincono e, occupata l’Acropoli, incominciano la nuova “guerra di secessione”.
Gli uomini tentano di scacciarle, ma hanno la peggio; e in un lungo dibattito con un Commissario Lisistrata sostiene con grande e arguta eloquenza la sua tesi pacifista.
Intanto, a mano a mano, gli uomini si trovano in condizioni tali da dover implorare la pace.
Viene dapprima un Ateniese, un certo Cinesia, che rappresenta tutta la cittadinanza; ma poco dopo arrivano prima un araldo e poi dei plenipotenziarî spartani, costretti anch’essi, dall’intransigenza delle loro donne, a domare gli umori bellicosi.
Tanto a loro quanto agli Ateniesi Lisistrata rivolge un’orazione, piena di saggezza e di alto senso patrio; e la riconciliazione è celebrata con bellissimi e serî canti di Spartani e di Ateniesi.
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Il Teatro Antico, ad oggi, è come un Film in “Bianco e Nero”.
Quando ci capita di vedere un vecchio film in bianco e nero che abbia una sceneggiatura socio culturale, ci sembra che il tempo non sia passato, che tutto sia rimasto come in quegli anni del Novecento dove i sogni di cambiamento erano più forti dei disagi del presente.
La stessa cosa ci accade leggendo le opere teatrali di un passato a noi sconosciuto come del resto lo è il futuro. La nostra Lisistrata rimane attaccata fortemente a quanto Aristofane scrisse nel 411 A.C. Poche le differenze tra quell’epoca e la nostra, certo, diverse le cause ma quasi identiche le conseguenze.
Vanessa Gravina veste perfettamente i panni di Lisistrata, protagonista di una commedia che assume i contorni di un quotidiano drammatico. Lo spettacolo si presenta semplice nella scena e nei costumi che a poco servono quando si hanno in scena attori straordinari. Tra poesia, commedia e dramma, raccontiamo la condizione delle donne di Atene, che sembra in qualche modo assomigliare a quella delle donne di oggi. Spinte da esigenze diverse, la pace per Lisistrata da una parte e la riscoperta della difesa dei diritti dall’altra, ma ugualmente donne forti e fondamenta della società di tutti i tempi.
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Il Mio Nome è Nessuno – L’Ulisse, con Sebastiano Lo Monaco

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 1

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 2

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 3

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 19

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 20

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Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 52

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 53

Sebastiano Lo Monaco, Il nome è Nessuno, L’Ulisse, foto 54
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Prima Nazionale
ASSOCIAZIONE SICILIATEATRO presenta
Sebastiano Lo Monaco in
IL MIO NOME E’ NESSUNO – L’ULISSE
di Valerio Massimo Manfredi
Adattamento e drammaturgia testo di Francesco Niccolini
e con
Maria Rosaria Carli (pastore, Athena, Penelope a vent’anni, Elena, voce di Patroclo, Penelope a quarant’anni)
Turi Moricca (Laerte, Achille, Telemaco)
Carlo Calderone (Aiace, Menelao, Antinoo)
e una orchestra di 14 sassofonisti in scena
Scene: Antonio Panzuto
Costumi: Cristina Da Rold
Musiche originali: Dario Arcidiacono – Davide Summaria
Disegno luci: Nevio Cavina
Regia: Alessio Pizzech
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TRAMA
Valerio Massimo Manfredi – scrittore, archeologo, topografo del mondo antico di fama internazionale – ha dedicato due romanzi a Ulisse: il primo racconta le gesta dell’eroe di Itaca dall’infanzia di Odysseo fino alla distruzione di Troia. Il secondo dalla partenza da Ilio dopo la fine tragica e vittoriosa della lunga guerra, fino all’arrivo a Itaca, dieci anni dopo, con la sanguinosa vendetta contro i principi che insidiano Penelope e occupano il suo palazzo.
È una materia così intensa, poetica, tragica e intrisa di sangue e dolore che invece di dar segni di invecchiamento, trova nuova linfa, dubbi e vigore nella prosa di Manfredi, che il regista Alessio Pizzech e il drammaturgo Francesco Niccolini (che già hanno lavorato insieme a Sebastiano Lo Monaco nel fortunatissimo “Dopo il silenzio”) hanno trasformato in materia teatrale: un lungo viaggio tra poesia, disperazione ed erotismo per attraversare la vita di un uomo, anche se quest’uomo ama farsi chiamare Nessuno.
Questo Ulisse non procede in linea retta: la sua strada è lunga e contorta, riparte dal suo ritorno a Itaca, dal primo incontro con Telemaco suo figlio. È a lui che racconterà – prima della grande vendetta – dieci anni di guerra e dieci di faticosissimo ritorno verso casa: come un reduce di guerra, l’ennesima guerra stupida inutile e aberrante del nostro mondo. Sebastiano Lo Monaco, con tutta la sua maestria e passione, dialoga con i molti fantasmi di questa storia, in particolare le donne e gli eroi che Odysseo ha incontrato sulla sua faticosissima strada. Perché molte sono le donne che ne hanno turbato la vita: Elena per prima, quindi Penelope, e poi Circe, Calypso, Nausicaa, Athena. Così come molti sono gli uomini che mai potrà dimenticare, uomini valorosi e disperati, consapevoli del loro destino di morte: Menelao, Aiace e, su tutti, Achille con l’amato Patroclo.
Il risultato sarà una lunga, intensissima narrazione con una voce principe, quella di Sebastiano Lo Monaco, e intorno tutti quei demoni – divinità, mostri, nemici, eroi, vivi e morti, più tutti i ricordi – che ne hanno costellato il viaggio sterminato, descrivendone il destino immortale.
Una sinfonia dunque, un canto ricco di poesia, che – pur nel rispetto della tradizione aedica – troverà una forma drammaturgica originale, sorprendente, perché non sarà il furbo Ulisse senza limiti ad apparire allo spettatore, ma un uomo ancora più moderno, sopravvissuto a una guerra dove ha conosciuto la paura e l’orrore, provato da dieci anni di morte e naufragi, mancati ritorni e misteriosi sussurri del desiderio.
È evidente che in un contesto del genere, per Sebastiano Lo Monaco, nato a Floridia (Siracusa), è stato come rispondere a un richiamo: cresciuto e formatosi tra classicità ellenica e romana, perdutamente innamorato di Omero e dell’epica classica, si trova nella condizione ideale per affrontare Ulisse e il poema della sua vita, costruendo un grande culto per il pubblico del teatro e – al tempo stesso – un eccellente strumento di divulgazione e conoscenza per il pubblico giovane e delle scuole superiori.
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PASSO DOPO PASSO
note di drammaturgia di Francesco Niccolini
Il primo passo è stata una confessione. Prima di tutto perché mi serviva un motivo per far scaturire il racconto, per mettere il mio Ulisse/Lo Monaco nella necessità di raccontare. E poi per sottrarmi al rischio di celebrare un eroe e, peggio ancora, cedere alla retorica, alzando la voce e il tono. La cosa che più mi ha affascinato nei due romanzi di Valerio Massimo Manfredi è la dimensione dubbiosa e riflessiva del suo Ulisse: un uomo che attraversa vent’anni di violenze e impedimenti senza sentirsi il migliore né perseguitato più di qualunque altro uomo, sottoposto alla barbarie delle leggi degli dei e del fato. Anzi, in un certo senso è un privilegiato: vivo per miracolo, scaltro, intelligente, pronto a tutto, e al tempo stesso consapevole del suo disgusto, della sua vigliaccheria e delle sue improvvise paure. E fortunato: perché tra i sommersi e i salvati, lui rientra fra i secondi, con tutti i vantaggi (e i sensi di colpa) che ne conseguono.
Il secondo passo sono stati i fantasmi: sì, perché in questo lungo racconto (modulabile in mille modi, io ne ho solo scelto uno) non ci sono coprotagonisti, ma una infinità di fantasmi, visioni, ricordi e rimpianti. Persone cadute in battaglia, amate o tradite. Le facce si confondono, spesso sono identiche, addirittura le stesse: cambiano solo i travestimenti. Non sono in carne e ossa, ma fanno male, lancinanti come tutte le assenze e le persone perdute. O mai possedute.
Il terzo passo le armature, perché questo è un cimitero di armature. Perché siamo sul campo di battaglia davanti alle porte della città di Troia, e al tempo stesso sulla spiaggia di Itaca dopo l’ultimo naufragio che ha riportato Ulisse a casa, vent’anni dopo. Ma quella spiaggia dalle onde cristallizzate, sta per diventare la sanguinaria scena del massacro di corte, nella quale i principi usurpatori verranno sterminati. Pochi attori dunque, e molti personaggi: tanti quante le carcasse che su questa superba scena trovano posto.
Il quarto passo non poteva che essere, a questo punto. un teatrino dei pupi. Anzi, non un teatrino, ma qualcosa grande come il mondo: un super teatro dei pupi, dove Sebastiano Lo Monaco possa cantare la storia di Ulisse e gli attori, penetrando i corpi/armatura di tutti i fantasmi della sua vita, fargli da coro. Si gioca, si combatte, ci si spacca a metà, si cade, si muore. Si chiudono gli occhi. Fino a quando si vestirà la nuova armatura.
Mettere i miei pensieri e queste visioni a disposizione di Alessio Pizzech e nutrirle dei suoi pensieri e delle sue visioni è stato uno degli atti più naturali e fertili che mi siano capitati in questi anni di scrittura e ricerca: tutti e tre insieme, Sebastiano Alessio e io, pezzo dopo pezzo, abbiamo generato un mondo, un meraviglioso teatrino popolare con banda (fra tutte le idee di Alessio questa mi sembra folgorante e perfetta malinconica sintesi di questo mondo), dove la gioiosa e terribile morte dei pupi torna a trovare un senso con tanta emozione e poesia: lo confesso, solo lì mi sento felice.
Un ringraziamento speciale a Valerio Massimo Manfredi che, con grande fiducia e totale rispetto, mi ha permesso di utilizzare i suoi romanzi: raramente ho trovato tanta serenissima generosità.
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PENSANDO ALLO SPETTACOLO
a cura di Alessio Pizzech
Pensando a questo nuovo spettacolo molteplici sono le immagini che mi coinvolgono come regista perché tanti sono gli stimoli che una materia così viva e carica di sensi e significati mi trasmette.
Voglio quindi enucleare alcuni punti di lavoro che mi sono utili per immaginare cosa sarà questo spettacolo.
Innanzitutto: il racconto popolare di una storia che attraversa i tempi e ci parla dell’insensatezza della guerra e delle sue follie. Un uomo, reduce da una guerra senza fine approda nella sua terra. Anzi, “ritorna”. Il mito del Nostos agisce ancora, a distanza di millenni e lui, disorientato, senza più punti di riferimento, con la testa piena di immagini di sangue e orrore sente il bisogno, l’urgenza di raccontare ciò che ha vissuto, per trovare il senso di una scelta di violenza che non è stata sua. Qualcuno (gli Dei, il destino?) ha scelto per lui; da uomo di pace si è tramutato in uomo d’armi, e questa passaggio lo ha snaturato. Il reduce torna quindi, e lo fa anche per cercare le ragioni di tanta crudeltà.
Ulisse ha capito che la guerra non è una risposta, ma un labirinto in cui si è perso; il ritorno a casa lo spinge a ritrovarsi. Le immagini e i personaggi di questa storia si susseguono nelle sue parole come fantasmi, e i vari incontri che egli ha fatto, prendono forma.
Un teatro di Pupi, di Armature (ho chiesto in questo la preziosa collaborazione di un grande artista/scenografo come Antonio Panzuto) che scendono dall’alto di una graticcia teatrale posata sulla spiaggia, prendono forma con un carattere quasi di rappresentazione popolare, antica, ancestrale. Il teatro si fa racconto epico con questo cimitero fantastico di feticci, di oggetti, di teste e corpi meccanici che sono ombre di anime sepolte nella memoria del protagonista.
Gli altri interpreti sono coloro che come un coro greco, muovono questa macchina teatrale attorno a Ulisse e sono loro che danno voce e pensiero a queste icone/personaggi della storia. Il protagonista si trova in mezzo, stupito e inconsapevolmente regista di questo mondo, che affonda le radici in una sorta di rappresentazione antica come l’uomo.
La banda di un vecchio paese siciliano accompagna e celebra questo racconto con il suo suono, con il suo rumoreggiare; celebra la festa religiosa del Teatro. Sono quattordici sassofoni, quattordici voci umane che contrappuntano il racconto, quattordici uomini di una banda adagiata forse in uno spazio di aperta campagna o in mezzo alle onde del mare ; quattordici uomini che vanno alla guerra, quattordici uomini che salutano il ritorno, quattordici uomini che celebrano la morte, vittorie e sconfitte, apparizioni e ritorni delle figure di questo teatro antico.
Ulisse diventa pop, diventa colui che si fa portatore di un racconto e l’attore torna ad essere aedo, portatore di una storia che insegna che si fa maestra di vita; in questo senso l’antico, il contemporaneo si sposano sul palcoscenico per interagire in una dimensione che è sospesa e che rivela la magia di un teatro che si rende magnificamente semplice, comunicativo e portatore di una riflessione su quanto siamo capaci di negare di noi stessi, di quanto siamo capaci di perderci presi dall’insensatezza della violenza.
Ulisse ci dice che tornati da quell’inferno non si è più Se Stessi e che il rumore delle armi ci lascia un silenzio assordante. L’immagine del sangue e di un corpo ferito resteranno sempre nella memoria di chi ha attraversato l’orrore.
Ma nel nostro racconto il teatro si fa atto di speranza, di creazione; nel teatro finalmente i morti sono Eroi in quanto hanno un nome, portano con sé un destino che Ulisse celebra con la sua rappresentazione. Il teatro dà nome alle cose, alle anime. La storia diventa materia di trasmissione e il mito diventa strumento di insegnamento e monito per il futuro.
Affrontare così la straordinaria e immane vicenda di Ulisse, in un modo così popolare e così immediato credo sia una possibile risposta per un Teatro d’Arte.
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Menecmi, con Tato Russo (parte 2)
“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015
Le fotografie del backstage sono visibili qui.
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Menecmi, Tato Russo, foto 1

Menecmi, Tato Russo, foto 2

Menecmi, Tato Russo, foto 3

Menecmi, Tato Russo, foto 4

Menecmi, Tato Russo, foto 5

Menecmi, Tato Russo, foto 6

Menecmi, Tato Russo, foto 7

Menecmi, Tato Russo, foto 8

Menecmi, Tato Russo, foto 9

Menecmi, Tato Russo, foto 10

Menecmi, Tato Russo, foto 11

Menecmi, Tato Russo, foto 12

Menecmi, Tato Russo, foto 13

Menecmi, Tato Russo, foto 14

Menecmi, Tato Russo, foto 15

Menecmi, Tato Russo, foto 16

Menecmi, Tato Russo, foto 17

Menecmi, Tato Russo, foto 19

Menecmi, Tato Russo, foto 20

Menecmi, Tato Russo, foto 21

Menecmi, Tato Russo, foto 22

Menecmi, Tato Russo, foto 23

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Menecmi, Tato Russo, foto 25

Menecmi, Tato Russo, foto 26

Menecmi, Tato Russo, foto 27

Menecmi, Tato Russo, foto 28

Menecmi, Tato Russo, foto 29

Menecmi, Tato Russo, foto 30

Menecmi, Tato Russo, foto 31

Menecmi, Tato Russo, foto 32

Menecmi, Tato Russo, foto 33

Menecmi, Tato Russo, foto 34

Menecmi, Tato Russo, foto 35

Menecmi, Tato Russo, foto 36

Menecmi, Tato Russo, foto 37

Menecmi, Tato Russo, foto 38
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Le fotografie del backstage sono visibili qui.
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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta
Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare
con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini
Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop
Regia: Livio Galassi
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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.
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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.
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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.
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Menecmi, con Tato Russo (parte 1)
“Menecmi”, Plautus Festival, Sarsina, 06/08/2015
Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.
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Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 1

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 2

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 3

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 4

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 5

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 6

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 7

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 8

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 9

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 10

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 11

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 12

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 13

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 14

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 15

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 16

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 17

Menecmi, con Tato Russo (parte 1), foto 18
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Le fotografie dello spettacolo sono visibili qui.
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T.T.R. IL TEATRO DI TATO RUSSO COOP. A.R.L.
Presenta
Tato Russo in
MENECMI, La Commedia degli Equivoci
di Tato Russo da Plauto e Shakespeare
con Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Marina Lorenzi, Massimo Sorrentino
e con Luigi Cesarano, Salvatore Esposito, Giorgia Guerra, Eva Sabelli, Olivia Cordsen, Ashai Lombardo Arop, Lorenzo Venturini
Scene: Tony Di Ronza
Costumi: Giusi Giustino
Musiche: Zeno Craig
Movimenti Coreografici: Ashai Lombardo Arop
Regia: Livio Galassi
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TRAMA
Mosco, un mercante di Siracusa, aveva avuto due gemelli, Menecmo e Sosicle.
Partito per un viaggio d’affari con il primo dei due, l’aveva poi smarrito al mercato di Taranto.
Per la disperazione ribattezzerà il secondogenito Menecmo.
Il primo Menecmo, dopo aver vissuto per anni a Capua, fattosi adulto si muove alla ricerca della famiglia giungendo a Neapolis.
È in questa vivace città che vive il secondo gemello il quale, benché sposato, si abbandona ad ogni forma di dissolutezza, potendo godere dei favori di una sgualdrina sua dirimpettaia.
La presenza in città dei due gemelli darà luogo come si può intuire, ad una serie di equivoci e di errori in cui la comicità esploderà in maniera prorompente in tutte le scene dello scambio fra i due fratelli.
Solo l’incontro finale porrà fine ai qui pro quo.
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NOTE DI REGIA
I Menecmi è una libera elaborazione di Tato Russo da Menaechmi di Plauto, oltre ad essere una delle più famose e forse, come la definiscono alcuni, la commedia più plautina di Plauto. Tato Russo affidando le parti dei gemelli ad un unico attore ha ambientato la vicenda in una Napoli antica, la Neapolis dell’epoca. Ma nonostante un gemello becero e volgare sia contrapposto all’altro, colto e intellettuale, che fa l’avvocato, entrambi i personaggi si esprimono in italiano. L’irrefrenabile, incontenibile, generoso regista e attore napoletano, versatile da sempre non solo come interprete ma anche come autore, innamorato della prosa come del musical, ha riscritto la storia di Plauto non mancando di darle un tocco partenopeo. E così l’esuberanza verbale, il termine plebeo, il lazzo, attraverso i quali Plauto ottiene la risata crassa, il divertimento gioioso, la comicità, qui raggiungono il massimo vigore dando clamore alla voce autentica che si innalza al di sopra di qualunque banale intellettualismo, alimentando le fondamentali peculiarità dell’autore sarsinate. L’origine atellanica dell’arte plautina si fa più vicina sia alla metrica musicale del tempo che alla grassezza popolare voluta da Plauto.
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Grazie al lavoro di Tato Russo questa commedia, fiore all’occhiello della sua carriera da attore, vede un suo impegno anche fuori dal palcoscenico. La riscrittura dell’originale opera plautina vede qui un arricchimento grazie ad un altro celebre titolo teatrale, ovvero La commedia degli errori di Shakespeare. L’intensa carica comica, frutto della riuscita fusione fra le due opere, ha decretato il successo dello spettacolo nel corso delle numerose repliche succedutesi negli ultimi anni. Russo porterà in scena il sempre divertente tema del doppio, grazie ad una particolare dedizione mantenuta sia dietro che davanti ai riflettori.
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