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L’Avaro, con Alessandro Benvenuti (backstage)

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Plautus Festival, Sarsina, 11/08/2016
Le foto dello spettacolo sono visibili QUI.

Arca Azzurra Teatro
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Regione Toscana – Comune di San Casciano Val di Pesa presenta

Alessandro Benvenuti in
L’AVARO
di Molière

con Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Ciotti, Gabriele Giaffreda, Desirée Noferini

Ricerca e realizzazione costumi: Giuliana Colzi
Luci: Marco Messeri
Musiche: Vanni Cassori
Aiuto regia: Chiara Grazzini
Macchinista: Nicola Monami
Elettricista: Francesco Peruzzi
Materiale elettrico: Watt Studio
Organizzazione: Costanza Gaeta, Tiziana Ringressi
Amministrazione: Valentina Strambi
Foto: Carlotta Benvenuti

Libero adattamento, ideazione spazio costumi: Ugo Chiti
Regia: Ugo Chiti

In collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi
Si ringrazia Arteatro Gruppo – Montepulciano

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Amaro e irresistibilmente comico, un’opera di bruciante modernità… L’avaro molieriano riesce a essere un classico immortale e nello stesso tempo a raccontarci il presente senza bisogno di trasposizioni o forzate interpretazioni.
Dopo il successo del nostro “Malato Immaginario” – votato dal pubblico dei teatri toscani, come miglior spettacolo della stagione 2014-15 – scegliamo ancora una volta Molière, ancora una volta nell’adattamento sempre rispettoso e spesso illuminante di Ugo Chiti, e aggiungiamo, nella parte del protagonista Arpagone, la grande cifra attoriale di Alessandro Benvenuti, al quale ci legano, oltre che una solida amicizia di lunga data, esperienze comuni di grandissimo spessore e successo quali il Nero Cardinale e una sempre più intensa attività di produzione dei suoi spettacoli.
Con questo lavoro Ugo Chiti riprende il ricco filone di riscritture di classici per Arca Azzurra che ha visto messe in scena di grande impatto e di straordinario successo a partire dai due testi tratti dal Decameron di Boccaccio, fino alla Clizia Machiavelliana, e ai testi su l’Amleto e la Genesi, lavori che costituiscono vere e proprie punte di diamante nella storia della compagnia.
Chiti innesta le vicende dei grandi classici nel linguaggio, forte, crudo, e a volte comicissimo che gli è proprio e che diventa tutt’uno con le sue regie, scavando al fondo delle psicologie dei personaggi anche grazie alla assoluta corrispondenza dell’uso che fa della parola teatrale con il procedere delle sue messe in scena, del suo lavoro con gli attori, da quelli che hanno con lui una storia ormai più che trentennale ai giovani che di volta in volta sceglie per i suoi personaggi e che sa inserire mirabilmente in questo contesto di forte conoscenza e solidarietà tutta teatrale tipica dell’Arca Azzurra.
E anche nel caso di questo Avaro molieriano, anche grazie all’apporto del “primattore” Benvenuti, pur seguendo con grandissimo rispetto la vicenda, i tempi e la lettera del grande classico, il testo della riscrittura si plasma e si radica nel corpo degli attori della compagnia che del lavoro con il loro dramaturg fanno ancora la principale e la più intensa delle loro esperienze.

NOTE DI REGIA
Premessa
“Libero adattamento da Molière” o forse sarebbe più corretto dire “rispettoso tradimento” oppure potrei azzardare in vena di barocchismi, una sottotitolazione più pretestuosa come “da Molière le premesse per una metateatrale rivisitazione attorno a L’avaro”…
Come sempre, al momento di buttare giù qualche nota di regia, si affollano indicazioni diverse, spesso contraddittorie che spiegano bene le conflittualità interne di una riscrittura che non vorrebbe mai stravolgere l’originale ma “attraversarlo” con una riappropriazione drammaturgica attenta ad attualizzare, per certi aspetti, i personaggi come a rivederne età e connotazioni secondo le logiche di un “autore di compagnia” che rispetta il suo ensemble di attori con cui lavora da più di trent’anni.
Adattamento
La storia critica de L’avaro, esemplificando in maniera sommaria, nei secoli si è divisa tra coloro che considerano la commedia un’opera comico farsesca con un buffone al centro della vicenda e quelli che vi leggono una componente seria che nel personaggio di Arpagone sfiora quasi il tragico.
L’adattamento guarda L’avaro occhieggiando a Balzac senza dimenticare la commedia dell’arte intrecciando ulteriormente le trame amorose in un’affettuosa allusione a Marivaux.
Contaminazioni a parte, Arpagone resta personaggio centrale assoluto, mantenendo quelle caratteristiche che da sempre hanno determinato la sua fortuna teatrale, si accentuano alcune implicazioni psicologiche, si allungano ombre paranoiche, emergono paure e considerazioni che sono anche rimandi al contemporaneo.
La “parola” è usata in maniera diretta, spogliata di ogni parvenza aggraziata, vista in funzione di una ritmica tesa ad evidenziare l’aggressività come la “ferocia” più sotterranea della vicenda.
Altra scelta della riscrittura è stata quella di ridisegnare alcuni passaggi del testo ritenuti da sempre “deboli o frettolosamente liquidatori”; vedi, per esempio, il piano per ingannare Arpagone, che solo annunciato da Frosina all’inizio del quarto atto nell’originale, diviene in questo caso un’occasione drammaturgica per accentuare il livore risentito e la spinta illusoria dei figli Elisa e Cleante. Con eguale libertà drammaturgica l’improvviso e precipitato scioglimento finale, accentua una valenza fiabesca suggerendola fino dalla prima scena (Valerio – Elisa) per poi utilizzarla come un “rilancio” finale di Arpagone che si riprende appieno la scena ribadendo così la peculiarità di personaggio senza antagonisti, consumandosi in un assolo delirante perfettamente speculare al prologo – monologo che dà l’avvio allo spettacolo.
Attori
Il gruppo “storico” dell’Arca Azzurra, assieme ad alcuni giovani attori, torna ad affiancare dopo “Nero cardinale” la presenza appassionata di Alessandro Benvenuti che veste i panni ambiguamente divertiti e feroci di Arpagone.
La scena
Un interno che potrebbe suggerire un magazzino polveroso dove si mimetizzano ricchezze, accumuli nascosti in vecchie casse nude, niente grazia, civetterie di arredi, sedute riconoscibili, comode. Un luogo dove si avverte l’ossessione del risparmio quasi come una sottrazione di vita.
Una scena cubica, volumetrica che potrebbe ospitare la tragedia greca come prestarsi alle labirintiche evoluzioni di una farsa chiassosa e colorata.
I costumi
Come sempre, nei miei adattamenti da un classico, i costumi rifuggono una scelta filologica, sono più usati come suggerimento di caratteri, allusioni cromatiche, indicazioni di “travestimenti” interiori dei personaggi. I costumi come la scena, nascono durante la scrittura, diventano una specie di sostegno drammaturgico che aiuta la definizione e la messa a fuoco di ogni parte del testo.
– Ugo Chiti

Siccome l’altro è impegnato, con Renato Pozzetto

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Plautus Festival, Sarsina, 02/08/2016

Stage Entertainment srl – Milano presenta
Renato Pozzetto in SICCOME L’ALTRO È IMPEGNATO
Da un’idea di Renato Pozzetto, regia di Renato Pozzetto

“SICCOME L’ALTRO È IMPEGNATO” è lo straordinario spettacolo di Renato Pozzetto che lo vede unico interprete di questa nuovissima esperienza: un percorso artistico che attraversa 10 anni di cabaret, 15 anni di teatro e 30 anni di cinema. Torna al Barclays Teatro Nazionale, questa volta da solista, Renato Pozzetto con un nuovo e originale esperimento teatrale: il cinecabaret. Un viaggio dentro tutte le sue più celebri risate con videoproiezioni e commenti, inediti ed in diretta, di alcuni dei suoi più famosi successi cinematografici. Ragionamenti, gags e momenti di grande cabaret permetteranno di ripercorrere tutta la carriera artistica dagli inizi, con il Derby di Milano, a tutte le grandi collaborazioni ed amicizie degli anni a seguire. La novità di questo straordinario spettacolo sta nel saper coniugare queste due forme così diverse di intrattenimento: cinema e cabaret. Un alternarsi di momenti di grande comicità tratti dal suo tradizionale repertorio, con l’intramontabile stile fatto di sketch e battute da teatro dell’assurdo, a proiezioni di brevi clip, tratte dai suoi più divertenti film. Cornice indispensabile delle serate sarà la musica, eseguita dal vivo da un’orchestra di 4 elementi e accompagnata dai suoi intramontabili brani evergreen come “Bella bionda”, “La vita l’è bela”, “Nebbia in Val Padana”… Il nostro cantastorie, che ha fatto e, senza saperlo, ha inventato il cabaret, con un particolare linguaggio surreale e stralunato, vi farà trascorrere due ore di sorprendente comicità.

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Written by filippo

5 August 2016 at 2:00 pm

Lisistrata, con Vanessa Gravina

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 1

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 2

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 3

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 4

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 5

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 6

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 7

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 8

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 10

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 30

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 32

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Lisistrata, con Vanessa Gravina, foto 33

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TEATRO EUROPEO PLAUTINO srl presenta

Vanessa Gravina in
LISISTRATA, di Aristofane

con Sandra Cavallini
e con Massimo Boncompagni, Valentina Cardinali, Valentina Donati, Mauro Eusti, Antonio Salerno

Con la partecipazione straordinaria della CORALE DI SARSINA

Direzione Musicale: Sara Pastiglia
Scenografie: Mauro Eusti
Costumi: Elena Bedino
Direttore di Produzione: Riccardo Bartoletti
Assistente di produzione: Valentina Santi
Tour Manager: Antonio Salerno
Amministrazione: Maelig Bidaud, Agnese Serallegri

Regia: Massimo Boncompagni

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Lisistrata fu rappresentata per la prima volta alle Lenee del 411 a.C., in un momento politicamente tristissimo.
Mentre gli animi erano prostrati dall’orrendo lutto di Sicilia, la guerra del Peloponneso riavvampava furiosa e le sciagure succedevano alle sciagure.
Aristofane spezza una lancia a favore della pace e, convinto oramai che sugli uomini c’era da far poco conto, affida la sua causa a una donna, Lisistrata (nome che significa la “Scioglieserciti”).
Lisistrata, dunque, fa un appello a tutte le donne di Grecia.
Le fa radunare di buon mattino, e partecipa ad esse il suo alto disegno: il ristabilimento della pace.
Per conseguirla basta una semplice cosa: che esse si rifiutino ai loro mariti finché non si decidano a deporre le armi.
La meta entusiasma, il modo di raggiungerla assai meno.
Tuttavia si convincono e, occupata l’Acropoli, incominciano la nuova “guerra di secessione”.
Gli uomini tentano di scacciarle, ma hanno la peggio; e in un lungo dibattito con un Commissario Lisistrata sostiene con grande e arguta eloquenza la sua tesi pacifista.
Intanto, a mano a mano, gli uomini si trovano in condizioni tali da dover implorare la pace.
Viene dapprima un Ateniese, un certo Cinesia, che rappresenta tutta la cittadinanza; ma poco dopo arrivano prima un araldo e poi dei plenipotenziarî spartani, costretti anch’essi, dall’intransigenza delle loro donne, a domare gli umori bellicosi.
Tanto a loro quanto agli Ateniesi Lisistrata rivolge un’orazione, piena di saggezza e di alto senso patrio; e la riconciliazione è celebrata con bellissimi e serî canti di Spartani e di Ateniesi.

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Il Teatro Antico, ad oggi, è come un Film in “Bianco e Nero”.
Quando ci capita di vedere un vecchio film in bianco e nero che abbia una sceneggiatura socio culturale, ci sembra che il tempo non sia passato, che tutto sia rimasto come in quegli anni del Novecento dove i sogni di cambiamento erano più forti dei disagi del presente.
La stessa cosa ci accade leggendo le opere teatrali di un passato a noi sconosciuto come del resto lo è il futuro. La nostra Lisistrata rimane attaccata fortemente a quanto Aristofane scrisse nel 411 A.C. Poche le differenze tra quell’epoca e la nostra, certo, diverse le cause ma quasi identiche le conseguenze.
Vanessa Gravina veste perfettamente i panni di Lisistrata, protagonista di una commedia che assume i contorni di un quotidiano drammatico. Lo spettacolo si presenta semplice nella scena e nei costumi che a poco servono quando si hanno in scena attori straordinari. Tra poesia, commedia e dramma, raccontiamo la condizione delle donne di Atene, che sembra in qualche modo assomigliare a quella delle donne di oggi. Spinte da esigenze diverse, la pace per Lisistrata da una parte e la riscoperta della difesa dei diritti dall’altra, ma ugualmente donne forti e fondamenta della società di tutti i tempi.

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Written by filippo

15 August 2015 at 6:33 pm

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 1

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 1

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 2

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 3

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 4

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 5

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 6

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 20

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 36

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Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 40

Le Troiane, con Ivana Monti ed Edoardo Siravo, foto 40

Plautus Festival 2012, presso l’Arena Plautina di Sarsina

Fondazione Teatro Savoia, Fondazione Molise Cultura, Molise Spettacoli presentano

Ivana Monti ed Edoardo Siravo in Le Troiane
da Euripide e Seneca
con Antonella Piccolo, Paola Cerimele, Chiara Cavalieri, Simone Vaio, Diego Florio, Marco Caldoro

Adattamento: Giuseppe Emiliani
Traduzione: Filippo Amoroso
Scene: Nicola Macolino
Costumi: Marisa Vecchiarelli
Musiche: Massimiliano Forza
Arrangiamenti: Fabio Valdemiarin
Regia: Giuseppe Emiliani

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Trama

Risale al 415. È la guerra vista con l’occhio degli sconfitti: scritta all’indomani del massacro di Milo del 416 rappresenta il tentativo di chiedere la pace da parte di Euripide alla vigilia della spedizione siciliana.
Euripide comincia là dove Omero finisce: cioè dopo la caduta di Troia.
Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori:
– Cassandra viene data ad Agamennone;
– Andromaca a Neottolemo, figlio di Achille;
– Ecuba ad Ulisse.
Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo padrone una volta tornati in Grecia, ed il lungo viaggio che Ulisse dovrà subire prima di rivedere Itaca. Andromaca subisce una sorte ancor più terribile: i greci, per evitare che un giorno suo figlio possa vendicare il padre e per porre fine alla stirpe troiana, decidono di uccidere suo figlio Astianatte, avuto da Ettore.
Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario, per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra.
Elena si difende ricordando il giudizio di Paride e l’intervento di Afrodite, ma Ecuba svela la colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal lusso e dall’adulterio.
Alla fine, il corpo inerme di Astianatte viene riconsegnato ad Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme e le prigioniere vengono portate via mentre salutano per l’ultima volta la loro città.

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I Personaggi

Ecuba è l’esplicitazione dell’irrazionalità e drammaticità della guerra, incarnando nella sua disperazione il dolore di un intero popolo;
Cassandra è la voce lucida e coraggiosa di chi denuncia a vuoto gli orrori; le sue certezze sul futuro suonavano inattendibili alle orecchie di un popolo reso sordo dalla politica di singoli troppo orgogliosi per riconoscere nel presente i segni della distruzione futura;
Elena rappresenta il prototipo di una femminilità apparentemente sempre vittoriosa, spregiudicata nel capovolgere il modo di vedere le situazioni, abile nell’atteggiarsi a vittima pur essendo colpevole;
Andromaca, la vedova dell’eroe Ettore, modello femminile tradizionale nelle cui ansie si manifestano quelle del poeta;
Astianatte, emblema di tutti i morti innocenti sull’altare della “ragion di Stato”;
Ulisse, l’eroe grandioso e sofferente che l'”Odissea” ha consegnato all’immaginario; conosciuto soprattutto per la sua intelligenza e sete di conoscenza; spregiudiato e cinico nella sua astuzia;
Taltibio,il messaggero che riferisce alle donne l’esito del sorteggio e le volontà dei vincitori, nonché colui che strappa ad Andromaca il figlio Astianatte, rappresenta l’incapacità di molti uomini ad obiettare a leggi reputate ingiuste dalla propria coscienza.

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Written by filippo

15 August 2012 at 5:03 am

Andromaca, con Manuela Mandracchia

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Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 1

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Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 4

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Andromaca, con Manuela Mandracchia, foto 27

Plautus Festival 2012, presso l’Arena Plautina di Sarsina

PRAGMA SRL – TEATRO DEI DUE MARI
presentano
Manuela Mandracchia in Andromaca
da Jean Racine, adattamento di Filippo Amoroso

con Graziano Piazza, Fabio Cocifoglia, Silvia Siravo, Antonio Silvia, Paola Surace, Antonella Nieri
e con la partecipazione di Renato Campese

Scene: Michele Ciacciofera
Costumi: Francesca Delmirani
Regia: Massimiliano Farau

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Trama
I personaggi sono: Pirro, figlio di Achille; Ermione, promessa sposa di Pirro; Andromaca, moglie di Ettore; Astianatte, figlio di Andromaca e Ettore (che non compare in scena); Oreste, ambasciatore inviato dai greci. Nel palazzo di Pirro a Butrinto nell’Epiro, Ermione attende le nozze promesse per le quali è venuta da Sparta. Ma Pirro indugia, trascurandola per amore di Andromaca, sua schiava, alla quale offre la sua mano, la corona e la salvezza per il figlio Astianatte.
I greci inviano a lui Oreste, per chiedere la morte del fanciullo. Oreste è innamorato di Ermione e spera che Pirro rifiuti e lasci la promessa sposa, che potrebbe così rispondere al suo amore. La minaccia dei greci diviene un’arma in mano a Pirro, nel tentativo di piegare Andromaca che, anche se straziata, resiste alle avances di Pirro.
Ermione rivela ad Oreste il suo amore per Pirro e gli chiede di porre a Pirro la scelta tra lei e Astianatte.
A dispetto dell’amore per Andromaca, Pirro decide di consegnare Astianatte e sposare Ermione. Oreste è disperato, mentre Ermione è raggiante di felicità, alla quale si associa il disprezzo per la principessa troiana, che ora viene a supplicarla in favore del figlio.
Un successivo incontro tra Andromaca e Pirro sembra capovolgere la situazione: Pirro si offre di sposarla e di porre così in salvo la vita del figlio.
Andromaca accetta ma il suo disegno è di sposarlo solo al fine di assicurare la sua protezione al figlio, dopo di che darsi la morte.
Ermione, davanti a questo affronto, chiama Oreste e, invocando il suo amore, gli chiede di uccidere Pirro.
Combattuta tra orgoglio e amore, attende l’esito; quando Oreste gli viene a riferire che Pirro è stato ucciso, scoppia il suo amore per lui ed il dolore per la sua tragica fine.
Respinge quindi l’uomo che troppo l’ha ubbidita e corre a suicidarsi sul cadavere del promesso sposo.
Oreste, in preda alla follia, sviene e l’amico Pilade ne approfitta per portarlo via.
Andromaca diventa regina, poiché il fato così ha deciso e quindi proseguirà la sua stirpe.

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L’opera
Andromaca è il primo capolavoro di Racine; il primo esempio del suo teatro di nuda passione e realismo psicologico. La parte iniziale presenta un carattere complesso da cui deriva l’alterno moto dei personaggi, che si dispiega nello svolgimento della tragedia in un gioco di due coppie che si respingono e si ricercano.
Ermione, veemente e appassionata, è la prima delle amanti frenetiche raciniane; Andromaca, con il suo candore virgiliano, riveste l’opera di luce poetica.
Racine purifica Andromaca, togliendole la nuova maternità che era nell’Andromaca di Euripide, ed a cui fugacemente accenna anche Virgilio nell’Eneide, da cui l’autore prende la sua prima ispirazione.

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Lo spettacolo
Nell’asciutto adattamento di Filippo Amoroso, il regista Massimiliano Farau sottolinea all’interno della vicenda l’aspetto moderno e, allo stesso tempo, antico del rapporto estremamente complesso fra vittima e carnefice, vincitori e vinti. La potente metafora del potere che si innesca fra la difesa della stirpe (Andromaca) e il bisogno di sottometterla (Pirro) è il tema centrale della Tragedia.
Viviamo in un mondo esacerbato, conflittuale, continuamente sconvolto da guerre, attentati, stragi di civili innocenti. In questo svolgersi di avvenimenti luttuosi, le donne, come generatrici della razza umana, sono vittime designate e soggette ad ogni genere di violenze, di stupri di massa, di sacrifici e di crimini odiosi.
La scelta di mettere in scena questo testo ci sembra attuale, significativa di come nel corso di tanti secoli (la guerra di Troia insegna) il genere umano non sia riuscito a modificare le dinamiche che sconvolgono equilibri sociali e posizioni di potere. In questo senso, Andromaca rappresenta in modo evidente l’archetipo dell’evoluzione – in negativo – della storia dei popoli e dei loro rapporti di forza.

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Note di Regia
Dopo un logorante assedio durato dieci anni, la guerra di Troia si conclude con un vero e proprio genocidio, nel giro di una notte di violenze inaudite. I vincitori si spartiscono, come trofei, le donne dei vinti.
Al figlio di Achille, Pirro, autore dei più efferati assassinii di quella notte di ebbrezza omicida, tocca in sorte Andromaca, la principessa che suo padre ha reso vedova del più grande fra gli eroi troiani, Ettore.
In Epiro, nella reggia di Pirro, dove Andromaca è prigioniera con il figlioletto Astianatte, c’è anche Ermione, figlia di Elena e Menelao, che i Greci hanno destinato in moglie a Pirro, esigendo in cambio Astianatte, che vogliono uccidere per estinguere la stirpe di Priamo e annientare qualsiasi possibilità di futura vendetta. La situazione è ferma: Pirro, preso ora da amore per Andromaca, e disgustato dalle passate violenze, temporeggia.
I greci inviano allora Oreste, figlio di Agamennone, a sollecitare una decisione. Ma Oreste ama Ermione, di cui è stato a sua volta promesso sposo.
Andromaca di Racine inizia qui e, sotto l’apparenza di un dramma di amori non corrisposti (Oreste ama Ermione che ama Pirro che ama Andromaca che ama il defunto Ettore), è un’analisi lucidissima del trauma post-bellico che la generazione più giovane vive all’indomani di un conflitto devastante.
Pirro, Oreste e Ermione sono figli di eroi della guerra troiana, la guerra di tutte le guerre, e su di loro pesa un’eredità impossibile da sostenere.
Lontani ormai dai luoghi della violenza, nelle asettiche stanze della politica e della diplomazia, sono chiamati, in modo caotico, da adulti incompiuti quali sono, a chiudere conti di sangue lasciati aperti dalla generazione precedente: le loro identità sono disintegrate dal confronto con un passato e con genitori letteralmente immani; ne risulta una incapacità assoluta di progettare il futuro se non con una risposta irriflessa alle proprie pulsioni più narcisistiche.
Che cos’è il “furor” erotico di Oreste e Ermione se non un disperato e devastante tentativo di realizzarsi, un istinto di morte malcelato sotto un apparente slancio vitale?
L’intreccio di amore e morte è ancora più inestricabile nel rapporto fra Pirro e Andromaca, che hanno vissuto in prima persona l’orrore della guerra, sperimentando, da carnefice e da vittima, violenze inimmaginabili: «la vittoria e la notte, più crudeli di noi, ci eccitavano al massacro e confondevano i nostri colpi», racconta Pirro. Come si può ricondurre questo abisso di violenza e sadismo che si è scoperto dentro di sé, entro la razionalità diurna delle proprie responsabilità di monarca?
L’ossessione di Pirro per Andromaca sembra fatta anche di questo, di un impasto di rimorsi e di anelito al riscatto, nel quadro di una coscienza devastata da quello che il manuale della psichiatria americana di Diagnostica e Statistica dei Disturbi mentali (DSM IV), diagnosticherebbe come “post-traumatic stress disorder”.
In questo bailamme di libìdo a briglia sciolta (Oreste, Ermione) e di vertiginose oscillazioni fra una ritrovata capacità di compassione e accessi incontrollati di violenza (Pirro), Andromaca si staglia con la sua dignità di vedova e di madre. Ma neppure lei è innocente: Racine ci fa sapere che sotto le mura di Troia, per salvare Astianatte, ha, con un sotterfugio, inviato a morire un altro bambino. Anche in lei sentiamo la presenza di un istinto primordiale e imperativo, di un diktat biologico, quello della madre che protegge il cucciolo: diktat  che la colloca in una dimensione in qualche modo pre-morale, mentre la sua stessa relazione con Pirro si colora di venature da “sindrome di Stoccolma”.
Nell’eleganza raggelata della sua scrittura, Racine organizza un materiale incandescente e ci racconta il fondo di violenza ancestrale che abita sotto l’impiallacciatura del nostro vivere civile, ed è pronto a ridestarsi ogni volta che la storia ci porta a toccare i limiti dell’umano.
Il Teatro di Tindari e i Teatri Greci della nostra penisola sono la collocazione ideale per rinnovare l’operazione di Racine: quella di far vedere in trasparenza, dietro le pareti (che non possiamo non immaginare diafane) delle stanze del “Palazzo”, un passato mitico, cogente e ineludibile.
Immaginiamo un allestimento leggero fatto solo di pochi oggetti trasparenti in cui la modernità asciutta e tagliente delle parole di Racine si liberi sullo sfondo dei ruderi della skenè e della suggestione potente del mare.
Massimiliano Farau

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Written by filippo

10 August 2012 at 2:05 pm