Archive for the ‘Fotografie’ Category
Esposizione fotografica alla Locanda alla Mano
Da oggi, giovedì 8 dicembre 2011, presso la Locanda alla Mano di Forlimpopoli (in Via della Repubblica 16), sono esposte 2 mie serie di fotografie:
- Elpis, ispirata alla leggenda del Vaso di Pandora
- … e non avevamo le sigarette, ispirata al racconto Sigarette di Alda Merini
La mostra, inizialmente prevista fino al 31 gennaio 2012, visto il buon riscontro, è stata prorogata fino al 21 marzo 2012.
Aperto dal martedì al venerdì negli orari 12.00-15.00 e 19.00-24.00; sabato e domenica negli orari 19.00-24.00. Ingresso gratuito.
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Rassegna stampa:
- Forli 24 Ore del 22/12/2011
- Corriere di Romagna del 27/12/2011
- Il Resto del Carlino del 27/12/2011
- Il Fotografo (Marzo 2012)
- La Voce del 24/02/2012
- Romagna Live del 24/02/2012
- E20 Romagna del 24/02/2012
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Gli Ex, Primavera Autunno Inverno (backstage)
Ospite del TEATRO PETRELLA di Longiano, il quartetto romagnolo ha potuto registrare il nuovo CD in quella splendida cornice, sfruttando la magia acustica e l’atmosfera di quel luogo. E’ lì che, giorno dopo giorno, sessions dopo sessions, le canzoni di “Primavera, Autunno, Inverno” hanno iniziato a prendere forma.
Anche il nuovo lavoro de Gli Ex “Primavera, Autunno, Inverno” (NdA Press/Interno4 Records), che esce a distanza di due anni dall’esordio “Le Canzoni della Penombra” (pubblicato nel 2009 dall’etichetta riminese NdA Press), sarà un cofanetto composto da un CD e da un ricco booklet (comprendente un reportage fotografico e un racconto).
Gli Ex in realtà non si sono mai fermati da quel 2009 in cui presentarono in anteprima il disco d’esordio sul palco dell’Ariston di Sanremo invitati espressamente dal Club Tenco. Tanta strada per loro, tanta esperienza in più con un’immutata voglia di fare musica, la PROPRIA musica. Un percorso coronato dalla trasferta parigina dell’estate scorsa nel corso della quale Gli Ex si sono esibiti al Parc De Choisy insieme a Quintorigo e Nidi D’Arac.
“Primavera, Autunno, Inverno” è il titolo del nuovo album de Gli Ex. Manca l’Estate… perché, come cantano nella title track, Gli Ex l’estate “se la sono fumata”… in realtà l’estate è molto presente in questo nuovo lavoro del gruppo romagnolo sia nell’iconografia del booklet, sia nel racconto di Valerio Corzani che completa il cofanetto, sia nel testo della title track.
Il titolo dell’album omette dunque proprio la stagione di cui si parla di più… uno dei tanti divertimenti e paradossi messi in moto dal quartetto formato da Alessandro Casetti (voce e chitarra acustica), Massimiliano Amadori (chitarra elettrica), Valerio Corzani (basso semiacustico), Alessandro Ciuffo Ciuffetti (batteria e cianfrusaglie).
In realtà se si dovesse cercare un filo rosso nei testi dell’album lo si potrebbe identificare proprio nel tema dell’assenza, della sparizione, del vuoto, della fuga, dello spaesamento: la sfera è quella sentimentale (nel caso di “Primavera autunno inverno”, “Io vado a sud”, “Una specie di danza”, “Una zazzera leggera”, “Tempo al tempo”), erotica (“Il primo morso”, “Rotaia Hardcore”), sociale (“DopodoMai”, “Lo spiffero”), metereologica (“Nuvole Basse”), psichica (“E’ così che mi va”), onirica-mitica- psichedelica (“L’Olandese volante”).
La musica conserva il piglio tipico dello stile de Gli Ex: melodie trascinanti, chitarre ruvide, un suono essenziale ma mai troppo scarno, ritmi che trascinano senza debordare, curiosità per le musiche di tutte le latitudini. Allo stesso tempo il suono e le soluzioni musicali del nuovo album presentano delle novità rilevanti: innanzitutto la voce di un nuovo cantante, Alessandro Casetti, che ha regalato la sua timbrica affilata e il suo irrefrenabile entusiasmo al quartetto; poi un più elaborato ed insieme naturale approccio alla forma canzone con brani che restano in testa e non perdono però mai la capacità di sorprendere (grazie ad un accorgimento ritmico inconsueto, ad un uso accorto dei “rumori”, ad un posizionamento sorprendente degli strumenti nello spazio d’ascolto).
Le corde infine caratterizzano decisamente il tessuto timbrico: le chitarre di Massi Amadori fanno da collante al suono del gruppo, il basso di Valerio Corzani pompa i suoi groove rotondi, il violino e la viella di Erica Scherl (un ospite che è come un membro aggiunto) arricchiscono i legami tra arrangiamenti vocali e interventi strumentali. A cementare il tutto la batteria di Alessandro Ciuffetti che agita lo strumento con il piglio di un drummer anticonvenzionale e pieno di tic creativi.
Registrato tutto con uno studio mobile tra la Romagna (nel teatro della cittadina che li ha ospitati) e l’Alta Romagna (una casa in campagna nei pressi di San Piero in Bagno) e perfezionato per quanto riguarda le voci nell’ “House Of Glam Studio” di S. Agata Feltria il disco presenta atmosfere sonore varie e stratificate, ma allo stesso tempo sfodera un suono più coeso, grazie alle registrazioni fatte anche in presa diretta – suonando tutti assieme – e alla maggiore consapevolezza raggiunta come gruppo.
“Summertime” è il titolo del racconto che completa il pacchetto del cofanetto e parla di una doppia vacanza. Due adolescenti, sorelle gemelle, si dividono per intraprendere il primo viaggio estivo l’una senza l’altra. Natascia va in Islanda ed Erica invece parte per la Croazia. Entrambe torneranno da questi viaggi cambiate. Entrambe rischieranno molto in queste vacanze d’estate. Eppure troveranno in questa esperienza una formidabile occasione di crescita e di maturazione. La consapevolezza soprattutto che il viaggio mette in moto sempre un cambiamento, propone una sfida e sfuma i contorni del sogno.
L’autore del racconto è Valerio Corzani e sue sono anche le foto che accompagnano l’iconografia del booklet. Un reportage fotografico ambientato in Islanda, Ungheria e Croazia la cui ambientazione è tutta estiva, marina, solare… Racconto e reportage servono dunque anche a chiudere un cerchio e a riportare ancora una volta in primo piano l’estate, omessa nel titolo dell’album.
La resistibile ascesa di Arturo Ui, di Bertolt Brecht (spettacolo)
Le foto della prima parte (backstage) sono qui.
Le foto della prima parte (backstage) sono qui.
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Opera teatrale: La resistibile ascesa di Arturo Ui
Autore: Bertolt Brecht
Titolo originale: Der aufhaltsame Aufstieg des Arturo Ui
Lingua originale: Tedesco
Composto nel: 1941
Prima assoluta: 1958
Musiche originali: Hans-Dieter Hosalla
Traduzione: Mario Carpitella
Con: Umberto Orsini e (in ordine alfabetico) Nicola Bortolotti, Simone Francia, Olimpia Greco, Lino Guanciale, Diana Manea, Luca Micheletti, Michele Nani, Ivan Olivieri, Giorgio Sangati, Antonio Tintis
Regia: Claudio Longhi
Dramaturg: Luca Micheletti
Scene: Antal Csaba
Costumi: Gianluca Sbicca
Luci: Paolo Pollo Rodighiero
Assistente alla regia: Giacomo Pedini
Video:
- La resistibile ascesa di Arturo Ui, estratto dallo spettacolo
- La resistibile ascesa di Arturo Ui, le prove
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“Buffa” e mordace parabola satirica sulla corruzione del potere, La resistibile ascesa di Arturo Ui racconta la cronaca nera della Berlino degli anni Trenta invasa dalle squadracce naziste, trasferita per invenzione dell’autore in una coeva Chicago in cui l’industria magnatizia del commercio dei cavolfiori prospera all’ombra sinistra del gangster Arturo Ui, satirico “alias” di Adolf Hitler. Scritta tra il 1940 e il ’41 dall’esilio finlandese, Brecht definirà in seguito l’opera una «farsa storica», dato il piglio ironico, salace ed «epico» al contempo con cui essa ricostruisce la tragicomica epopea di un trust scalcagnato in una città corrotta, ammiccante alla situazione economico-politica in dissesto nella Germania dello stesso periodo.
Con Umberto Orsini assoluto protagonista nel ruolo del titolo, affiancato da una troupe giovane e affiatata, lo spettacolo intende assecondare pienamente l’ispirazione grottesca del copione, conferendo all’apologo una dimensione “circense”, dove l’incisiva brevità dei singoli “numeri”, l’equilibristica retorica della sopraffazione mafiosa, la serie rocambolesca dei fatti di cronaca narrati e messi alla berlina attraverso la lucida comicità di cui Brecht si serve come arma storico-critica, traducono la parabola in una “rivista” briosa e nitida, caustica ed elegante sul tragico nonsenso del nostro passato.
Inoltre, l’evocazione, legittimata dallo stesso autore, d’un modello d’indiscutibile peso come il chronicle play shakespeariano alla Riccardo III, riferimento classico presente nella riscrittura “comico-realistica” di Brecht come ideale pendant per un confronto parodico, è utile per la definizione del repertorio in cui l’autore prevede che la propria pièce vada inserita: quello del «grotesque» – o del «burlesque» – in fervido, smaliziato, necessario e consapevole dialogo appunto con i classici; un genere, questo, che Brecht conosce bene e interpreta magistralmente fin dai tempi dell’Opera da tre soldi, geniale parodia d’un burlesque vero e proprio, The Beggar’s Opera di John Gay, a sua volta parodia del
melodramma italiano.
In questo fantasioso gioco di specchi non deve mancare l’esaltazione di un aspetto particolare dell’opera e dell’autore, spesso misconosciuto, ossia la vocazione, ardita e buffa insieme, al “surreale” cui il copione, seppure steso con piglio materialista e apodittico, comunque non sfugge. Arturo Ui è infatti anche una versione fantasmagorica, moralistica senza miopie e brillante senza compiacimenti, dell’antico adagio della legge del più forte e del più astuto, quello continuamente riscritto in modi diversi ma analoghi dai commediografi di ogni epoca, da Plauto in poi; così, un po’ come nel nostro Candelaio, rutilante fantasia sul mondo delle ribalderie protobarocche, in Arturo Ui non mancano né i momenti puramente carnascialeschi né i cantucci chiaramente destinati alla riflessione «straniata», utili “controcampi” da cui guardare ai fatti grotteschi rappresentati sulla scena e chiarirsi le idee, prima di continuare, più consapevoli, a ridere.
Pina 3D di Wim Wenders
Il trailer:
Wenders racconta Pina:
Nel 1985 Wim Wenders vede per la prima volta “Café Müller”, nel quale la coreografa tedesca capofila del teatrodanza, Pina Bausch, danza per 40 minuti insieme ai suoi ballerini sulla musica di Henry Purcell. Ne nasce un’amicizia lunga vent’anni e il progetto di un film insieme, che comincia a concretizzarsi nel 2008, con la scelta del repertorio da filmare (‘Café Müller’, ‘Le Sacre du Printemps’, ‘Vollmond’ and ‘Kontakthof’) ma s’interrompe un anno dopo, con la morte di cancro della stessa Bausch. La familiarizzazione con la tecnica del 3D fornisce a Wenders la spinta per girare il film, il tassello mancante per completare l’opera.
Tanti erano già gli indizi, infatti, di un incontro naturale e proficuo tra il cinema di lui e il lavoro di lei: dalla genesi del Tanztheater negli anni Settanta, dentro un momento di forte messa in discussione della cultura precedente, di reinvenzione necessaria e di assoluta libertà creativa; e l’ispirazione neorealista ma profondamente psicologica, per cui i gesti nascevano dal contributo personale dei ballerini, interrogati sul loro vissuto e chiamati a scrivere una lingua nuova con il corpo, la parola, l’abito “civile” anziché il costume di scena, la nudità. E poi, ancora, il viaggio goethiano alla scoperta dei luoghi del mondo e la fortissima connotazione pittorica degli allestimenti creati da Pina Bausch: di tutti, l’incontro probabilmente più ravvicinato con la ricerca di Wenders.
In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia che mancavano da tempo al suo cinema (fatta salva l’ispirata eccezione di Non bussare alla mia porta). Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.
Completano il film le interviste alle persone che hanno ballato con Pina, uomini e donne, nuove leve e suoi coetanei, provenienti da tutto il mondo. Wenders li riprende in silenzio e associa la voce in over, come a voler estrapolare i loro pensieri, in un movimento circolare che rincorre la loro sete di carpire ciò che la maestra, tanto amata e temuta, pensava di loro o sentiva danzando, dietro un silenzio che difficilmente interrompeva, se non per ammonire: “continuate a cercare”. Lei, che un suo stretto collaboratore ricorda con l’immagine della sua casa, come un grande attico pieno di cose, si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori, restituendo loro un’immagine di rara forza, che cozzava col suo corpo scheletrico e il volto esangue. Wenders stesso sembra essersi cibato di quella forza, averne ingurgitato un boccone che gli è entrato in circolo e ce lo ha restituito più “in vena” che mai.
fonte: mymovies.it
















































































