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Il mio lavoro “L’Ira Funesta” è su Geo Magazine Germany


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Il mio lavoro “L’Ira Funesta” è su Geo Magazine Germany di questo mese :)
Soggetto del reportage è la Camera della Rabbia, un luogo adibito all’esternazione della rabbia, dove è possibile comprare porzioni di tempo da dedicare alla distruzione del suo contenuto, con mazze da baseball e martelli da demolizione. Il tempo medio all’interno della stanza è di 20 minuti. 8 utenti su 10 sono donne.
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“L’Ira Funesta” è uscito anche sulle seguenti riviste e televisioni:
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Intervista per Mag’zine



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Su Mag’zine Issue #4, in uscita a breve, ci sarà anche una mia intervista, che riporto di seguito, e molto altro!
Mag’zine, a metà fra un magazine e una fanzine, si pone come obiettivo la ricerca di giovani fotografi per farne la loro conoscenza e condivisione delle esperienze per una crescita collettiva.
E’ disponibile a questo indirizzo: Collettivo Magma Foto
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Cosa rappresenta per te la fotografia?
La fotografia è uno splendido linguaggio in cui mi sono imbattuto fortuitamente nel 2007.
Nel 2008 scelsi di fare tutto il possibile, studiando, osservando e praticando, per comprendere meglio il mondo vasto e ignoto che si era aperto davanti a me e che fino a quel momento coglievo soltanto nel suo aspetto più banale e luccicante.
Grazie anche ai maestri con cui mi sono rapportato, ho cercato di perfezionare la mia conoscenza del linguaggio e di imparare a narrare con un mio stile i temi e le storie che mi interessano; la semplice conoscenza del linguaggio non è sufficiente.
Si può conoscere perfettamente l’italiano, ma non essere un bravo poeta o romanziere. Vedo molte assonanze fra lo scrivere e il realizzare un lavoro fotografico, fra il leggere e l’osservare.
Fra i vari linguaggi e le varie arti, è uno dei più semplici da praticare e, anche per questo, uno dei più complessi da maneggiare con sapienza. È anche uno dei più potenti, perché alcune fotografie sanno rimanere impresse nella nostra mente e condizionarci nella percezione del mondo e di ciò che vedremo successivamente.
Rimanendo nel paragone letterario, la stessa potenza si verifica meno frequentemente nella letteratura, a tal proposito mi viene in mente il bel racconto Amnesia in litteris, di Patrick Süskind, dove il protagonista si trova a leggere con entusiasmo un bel libro, fino al punto di sottolinearne delle parti, per poi accorgersi con disperazione che ci sono già delle sottolineature, le stesse che aveva fatto in un passato dimenticato, in cui si era già promesso di fissare nella mente quelle splendide parole.
Il tuo progetto Made in Korea ha ottenuto vari riconoscimenti, parlaci di come è nato questo progetto.
Nel 2014 ho realizzato a Forlì, dove vivo, il progetto L’Ira Funesta. Terminato questo lavoro ho sentito il bisogno di allontanarmi da casa per avvicinarmi a una cultura e società completamente diversa dalla mia. Era un modo per mettermi nuovamente alla prova e cercare di realizzare un lavoro più maturo rispetto ai precedenti e, al tempo stesso, arricchirmi personalmente.
La scelta della Corea del Sud risale circa a 1 anno prima della partenza effettiva. L’Estremo Oriente mi ha sempre affascinato e incuriosito per le sue peculiarità a volte così distanti dal mondo occidentale. Questo paese in particolare, poi, estremizza alcuni fenomeni e problematiche comuni a paesi come Giappone, Cina e altri.
Il lavoro si è concluso a giugno 2015. Da allora mi sta dando parecchie soddisfazioni, sta ricevendo consensi e riconoscimenti, tra cui il primo premio al Portfolio dello Strega di Sassoferrato che fa parte del Portfolio Italia e il premio Crediamo ai tuoi occhi del Centro Italiano Fotografia d’Autore.
C’è una foto del progetto Nero Orgoglio che ci ha colpito e arriva come un pugno allo stomaco, ed è quella della madre con i suoi figli, di cui uno fa il saluto fascista. Hai intuito fin da subito che era la foto simbolo di quell’evento?
Era la prima volta che andavo a un raduno di nostalgici fascisti, per la precisione si teneva a Predappio, per la commemorazione dei 70 anni dalla morte di Benito Mussolini.
Fin da subito mi ero focalizzato sui ritratti ai partecipanti. Dopo un po’ mi sono accorto che c’erano anche diverse famiglie con bambini appresso (i nostalgici di domani), per l’occasione vestiti di nero e con addosso simboli fascisti, a cui veniva chiesto di esibirsi in saluti e gesti tipici. A quel punto la mia attenzione è andata unicamente a quell’aspetto, ho realizzato diverse fotografie, fino a quella in questione.
Ancora prima di scattarla ho intuito che sarebbe potuta essere quella che avrebbe colpito e fatto riflettere di più l’osservatore. Trovo interessante quella fotografia per vari motivi ma il più forte è nei 3 sguardi, che svelano ognuno la realtà dietro la recita.
Un tuo progetto a cui sei più legato e perché?
Sono molto legato a In Oblivion, fatto a New York nel 2012. È il mio primo progetto e rappresenta il momento in cui penso di aver superato un grosso esame personale su ciò che sarei potuto essere in fotografia e non solo.
In quei giorni ho raggiunto un grado di risolutezza che non pensavo di avere e che poi ho replicato negli altri progetti, fotografici e non. Convivevo mentalmente con alcuni seri problemi familiari, con la diffidenza che percepivo in alcune persone, per le quali la fotografia era solo un gioco, mentre per altre era un lavoro troppo grande per me.
È una delle esperienze più utili che mi sia capitata, per conoscermi e per migliorarmi.
Progetti per il futuro
Ne ho diversi in mente, sia in campo fotografico che video, ma quello che oggi mi ossessiona di più riguarda la Corea del Nord, che andrebbe a ultimare il mio lavoro “Made in Korea”.
L’asticella è più alta, le condizioni per lavorare sono difficili se non proibitive, già solo entrare nel paese non è semplice… ma nonostante questo spero di riuscire a realizzarlo.
Come vedi la fotografia oggi e il suo futuro
La fotografia è morta!
Direbbe qualcuno. E non sarebbe la prima volta.
Io invece sono convinto che sia viva e vegeta e in continua evoluzione.
Il digitale non ha ancora terminato la propria rivoluzione, nemmeno possiamo immaginare dove ci porterà. Il digitale assottiglierà sempre di più la differenza fra illustratori, game designer, fotografi, videomaker e così via.
A quel punto, sarà sempre più importante per il fotogiornalismo essere fedele a certi principi per mantenersi legato alla realtà, mentre molta fotografia assomiglierà alla fiction (filtri, automatismi, rendering, ecc. saranno sempre più a portata di mano e invasivi).
Già ora la fotografia di massa, con gli smartphone, si sta allontanando dalla realtà.
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A Cesena, nuovo magazine

“A Cesena”, nuovo magazine
Nel primo numero del nuovo magazine “A Cesena”, c’è una delle fotografie del mio servizio alla Biblioteca Malatestiana nell’articolo relativo all’imminente inaugurazione prevista per il 14 dicembre 2013!
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“A Cesena” è un progetto della e per la Città.
E’ pensato per riunire attorno ad un tavolo i vari rappresentanti del mondo produttivo di Cesena e creare uno strumento di comunicazione che risponda alle esigenze degli imprenditori e di coloro che amano o visitano Cesena.
Una rivista di altissima qualità che unisce Tendenza, Guida Turistica, Servizi e Cultura.
Una parte web che sappia parlare al mondo e quindi rivolgersi ai turisti, ma anche una utility per i cittadini e le aziende del territorio.
Un progetto che si fonda su un comitato di redazione nel quale ci auguriamo possano essere presenti sia grandi imprese del territorio che commercianti.
Spazio in egual misura sarà riservato, qualora sia disponibile, anche al Comune e a tutte le Associazioni di Categoria che vorranno sostenerlo.
Gli Ideatori del progetto sono:
- Media Consulting
- Balestri & Balestri
- Camac
- Prima Pagina
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Il Magazine “A Cesena” è una rivista di tendenza unita ad una Guida Turistica.
In esso compaiono quindi articoli sulle nuove tendenze della moda e della tecnologia, uniti a servizi sul territorio, sulle bellezze artistiche e sulla storia di Cesena.
Ampio spazio è riservato agli eventi e ai servizi presenti sul territorio.
“A Cesena” è di alta qualità, stampato su carta patinata in un formato di grandi dimensioni.
E’ un semestrale con uscite in inverno e estate con tiratura di circa 10.000 copie.
Distribuito gratuitamente da tutti i partner di progetto e, con un programma ad hoc e numerose sinergie, in decine di punti sia a Cesena che nei territori limitrofi.
Può essere personalizzato per singole attività commerciali e spedito a casa dei propri clienti, beneficiando delle tariffe postali ridotte riservate alla editoria.
Sito ufficiale: www.acesena.it
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Intervista per hDL Magazine

Nell’ultimo numero di hDL Magazine c’è un articolo dedicato al rugby con una intervista al sottoscritto ed una al famoso rugbista australiano David Pocock.
hDL è un high-end magazine israeliano dedicato alle ultime tendenze, design, life-style, arte, musica e sport ed ha circa 40.000 lettori.
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Ecco la mia intervista:
Com’è iniziato il tuo amore per il rugby?
E’ iniziato per caso, 2 anni esatti fa.
Stavo parlando con un collega, Gianmaria Zanotti, della burocrazia che c’è per entrare allo stadio di calcio per fotografare il Cesena (la squadra della mia città, che milita nel campionato italiano di serie A), quando mi ha detto “Perché non provi col rugby? C’è meno burocrazia”.
Non avevo mai pensato al rugby, non sapevo nemmeno che ci fosse una squadra di rugby a Cesena, ma informandomi su Google ho scoperto che c’era e che giocava proprio quel giorno, 2 ore più tardi, così ho raccolto la mia attrezzatura e sono andato. Mi sono divertito molto quel giorno e nel giro di poche settimane sono diventato il fotografo ufficiale della squadra e ho iniziato a conoscere questo mondo.
Cosa trovi di così eccitante circa il gioco e cosa rende il fotografare il rugby così speciale?
Ho fotografato tanti sport, ma quelli che ho trovato più interessanti e fotogenici sono quelli in cui gli atleti sono completamente immersi nell’azione e il contatto fisico è pieno: non c’è una rete che li separa, non gareggiano uno alla volta, non si possiede altro che le proprie mani, il proprio corpo e il proprio coraggio di andare incontro al gioco.
Il rugby è lo sport che preferisco in questo senso, subito dopo vengono la boxe e le arti marziali.
Lo consideri uno sport violento o pericoloso?
Non è violento. Può essere più pericoloso di altri sport, visto che si basa sul contatto fisico, ma proprio per questo c’è di fondo una preparazione specifica, mirata ad affrontarlo nel miglior modo possibile; anche mentalmente si è più predisposti allo “scontro” e quindi si è più pronti e reattivi.
Come rivista hDL mostra una grande varietà di passioni per la vita cosa significa il rugby per te da questo punto di vista?
Ci sono vari motivi che hanno fatto nascere in me questa passione per il rugby.
Innanzitutto ho capito che il rugby è veramente passione, coraggio, generosità, lealtà, amicizia e rispetto, non si tratta solo di un mantra ripetuto da chi è del settore. Questi valori si vedono sia in campo, fra compagni di squadra e fra avversari, sia fuori dal campo, basti pensare all’importanza del terzo tempo, quello in cui si mettono da parte le rivalità e si festeggia tutti assieme.
Ovviamente in campo l’adrenalina scorre a fiumi e non è raro sentire lamentele, vedere contatti scorretti o ascoltare accuse agli arbitri, sono sfoghi umani, nel rugby però ho apprezzato la capacità di ridimensionarli rapidamente e senza trascinare rancori.
Mi rendo conto che questo sport è capace di influenzare positivamente le persone che lo frequentano, di stimolare amicizia e lealtà.
Il rugby è uno degli sport meno inquinati.
Quali sono le differenze principali fra rugby e football americano?
Non conosco bene il football americano (ma presto rimedierò, visto che dovrò fotografarlo).
Al di là dei tecnicismi e delle regole, vedo il rugby come uno sport più corale, visto che nelle azioni è fondamentale il supporto dei compagni, mentre percepisco il football americano più individualista.
Puoi delineare le caratteristiche dei giocatori di rugby?
I giocatori di rugby sono ragazzi e uomini come noi, costantemente animati però da valori nobili. Nella vita non si finisce mai di imparare, frequentare la “scuola” del rugby è sicuramente un’esperienza utile per maturare caratterialmente e collettivamente. Non a caso spesso realtà diverse si avvicinano al rugby per carpirne i valori e lo spirito di gruppo.
Raccontaci della popolarità del rugby nel mondo
Il rugby è molto diffuso nel Regno Unito e negli Stati dell’ex Impero Britannico (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, ecc), in Francia, Argentina, Russia e altri paesi.
La leggenda attribuisce allo studente William Webb Ellis l’invenzione del rugby: nel 1823, in occasione di una partita di football giocato con regole ancora non standardizzate, raccolse la palla con le mani e iniziò a correre verso la linea di fondo campo avversaria per poi schiacciarla oltre la linea di fondo campo urlando: “Meta!”.
Soltanto negli anni ’90, con l’avvento del professionismo, il rugby ha assunto la forma di uno sport moderno, con la formazione di giocatori professionisti, l’unione di club in franchigie, la conseguente attenzione mediatica e l’arrivo degli sponsor; anche il regolamento è stato cambiato, per esaltarne la spettacolarità e ridurre le fasi statiche, ma anche per ridurre i comportamenti antisportivi.
In Italia il rugby si sta diffondendo molto negli ultimi anni. Inizialmente pensavo che fosse solo una mia impressione, dal momento che ero io stesso ad essere entrato in quel mondo e iniziavo a capire quanto fosse vasto, scoprendo così che anche molti miei amici e conoscenti già lo seguivano o praticavano.
In seguito mi sono accorto che invece questa diffusione stava e sta effettivamente avvenendo in tutto il paese.
Hai dei ricordi indimenticabili della tua carriera di fotografo?
Per quanto riguarda il rugby, professionalmente, non dimenticherò mai quando, dopo appena 2 mesi che lo fotografavo, sono stato coinvolto nella campagna pubblicitaria che avrebbe annunciato la partnership fra Lexus e i Wallabies (la nazionale di rugby australiana), nella quale è stata usata una mia fotografia.
Personalmente, invece, un momento indimenticabile è stato, sempre all’inizio del mio incarico come fotografo del Cesena Rugby, quando un giocatore della squadra avversaria, prima dell’inizio della partita, è venuto a cercarmi in campo e a chiedermi se ero io Filippo Venturi e facendomi i complimenti per le fotografie di rugby che aveva visto sui giornali e sul mio sito.
Questo gesto, che spesso mi ricapita, mi rende felice perché evidenzia come stima e rispetto siano immancabili in questo sport.
In un’altra occasione ho ricevuto una email di complimenti da una ragazza americana che mi annunciava di aver scritto una tesi su di me e le mie fotografie di rugby (purtroppo non ho avuto ancora occasione di leggerla).
Al di fuori del rugby, invece, i reportage sono per me esperienze sempre emotivamente coinvolgenti. Ricordo in particolare quello che feci nel 2011 a L’Aquila, città italiana devastata nel 2009 da un terremoto molto violento. Perlustrando una casa crollata del paese di Paganica, vicino a L’Aquila, ho trovato una fotografia e una lettera datata 1994, incorniciate assieme, dove la famiglia araba ritratta nella fotografia ringraziava gli abitanti della casa (morti nel terremoto) per l’ospitalità e l’aiuto ricevuto. Era per terra, col vetro rotto… mi sono commosso e, anche se non avrei potuto, la presi con me e ancora oggi la conservo così come l’ho trovata.
Un estratto della lettera recita così: “Ringrazio per l’attenzione e l’aiuto che abbiamo ricevuto; perché essi dimostrano che la solidarietà non ha frontiere, non la impediscono né la lontananza né la differenza di religione.”
Quali sono i tuoi progetti nel campo del rugby?
Come interesse personale ed umano vorrei fotografare il rugby in paesi dove, a causa di problematiche varie, uno sport (come il rugby, ma non solo), assume un ruolo fondamentale di aggregazione di giovani, per insegnare loro certi valori e per farli evadere un attimo da realtà difficili.
Professionalmente vorrei fotografare i mondiali di rugby, magari seguendo da vicino una squadra, sia nei momenti in campo che al di fuori.
Puoi raccontarci altri temi che ti piace fotografare.
Mi ritengo un reporter e mi piace documentare situazioni ed eventi, specialmente se a carattere storico-sociale.
Per lavoro, però, mi sono ritrovato a realizzare servizi fotografici in stile reportage di sport, di teatro (che adoro), concerti e, ovviamente, gli immancabili matrimoni.
Sei mai stato in Israele?
Non ci sono mai stato ma mi piacerebbe molto visitarlo perché sono convinto che abbia tanto da offrire a livello storico, culturale e artistico.
Mi affascinano molto le città israeliane (Gerusalemme in primis) e i luoghi noti per motivi religiosi e storici.
Sarei curioso anche di visitare Gaza, per capire meglio una realtà finora, per me, confinata ai notiziari televisivi.
Chissà, magari potrei venire anche per fotografare il rugby!
Rugby o Calcio?
In Italia lo sport più diffuso è il calcio e anche io, come tanti, sono cresciuto praticandolo e seguendolo. Ancora oggi continuo a praticarlo a livello amatoriale nel tempo libero e mi diverte molto.
Ma dopo aver scoperto il rugby, se tornassi indietro…
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Devo ringraziare per il supporto nella realizzazione dell’intervista e la traduzione (in inglese ed ebraico): Gil Pinkas di hDL Magazine, il Centro linguistico di Cesena di Silvia Fabbri, Francesco Urbani, Elisa Cimatti, Wim Fournier e Anmar Al-jazairy.
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