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Intervista per P3 Magazine

Sul magazine portoghese P3 è uscita una mia intervista dove racconto il mio viaggio in Corea del Nord per svolgere il reportage “Korean Dream” :)
Questo il link al sito ufficiale: publico.pt
Intervista per Project Nerd

(l’articolo originale è raggiungibile QUI)
Made in Korea: intervista a Filippo Venturi autore dell’esposizione sulla Corea
A Forlì è arrivata la mostra dal titolo “ Made in Korea “, tutta dedicata alla Corea del Sud.
Si tratta di una mostra fotografica composta di 41 fotografie scattate in diverse località della Corea da Filippo Venturi. Noi si PJN l’abbiamo visitata alcune settimane fa, ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo, infatti, deciso di conoscere meglio chi è Filippo Venturi.
Ciao, innanzitutto grazie per aver accettato di rispondere a questa piccola intervista.
Tanto per cominciare, ci piacerebbe un po’ conoscerti meglio. Chi è Filippo Venturi e com’è nata la tua passione per la fotografia?
Grazie a voi per l’interesse nei miei confronti!
Sono un fotografo documentarista cesenate di 36 anni. Lavoro nella Fotografia dal 2010 e in questi anni mi sono occupato di documentazione di eventi teatrali, sportivi e non solo. Collaboro con diverse riviste e svolgo anche lavori commerciali.
Mi occupo inoltre di progetti personali su lavori e tematiche che ritengo interessanti da approfondire: fra questi rientra “Made in Korea”, il mio ultimo lavoro in ordine cronologico.
La mia passione è nata casualmente; non ho una storia romantica dietro, purtroppo, come un parente che mi ha regalato una macchina fotografica. Semplicemente, un giorno, osservando alcune fotografie sul web, mi è venuta voglia di imparare a fotografare e in seguito ho iniziato a studiare.
Il tuo ultimo progetto si è ispirato alla parte caotica e, da alcuni punti di vista, sregolata della Corea del Sud. Come mai questa ispirazione?
A volte, certe idee, nascono lungo un lasso di tempo durante il quale capita, anche casualmente, di raccogliere tanti indizi e dettagli su un argomento e, ad un certo punto, ci si rende conto che si vuole approfondire quell’argomento. E’ successo così, per me, con la Corea del Sud.
Durante alcune settimane mi è capitato di leggere notizie e articoli su questo paese, di rendermi conto che lo conoscevo pochissimo. Approfondendo la cosa, ho notato che si trattava di un paese e di fenomeni poco raccontati e poco visti in Fotografia. Nei miei lavori cerco spesso di approfondire tematiche originali.
La Corea del Sud è fra i paesi più popolati al mondo. Fra le tue foto mi ha colpito molto quella che ritrae un capriolo fra i grattacieli. Qual è il rapporto fra la popolazione, il territorio e il suo relativo sfruttamento in Corea?
Nella mia esperienza documentativa e personale, mi è capitato di notare 2 rapporti molto diversi. Il primo è quello del visitatore o di colui che si trasferisce nel paese per un periodo predefinito, in cui il paese si dimostra moderno, sicuro, piacevole, di cui è facile innamorarsi.
Il secondo è quello di chi ci vive da sempre o di chi si trasferisce per costruirsi una vita, a quel punto tutti i fenomeni descritti nel mio progetto, a partire dalla competizione, dallo stress, dalla ridotta qualità della vita, emergono in tutta la loro forza, di conseguenza il rapporto col territorio si deteriora e la pressione sulla popolazione aumenta.
Nella mia permanenza in Corea del Sud, ho anche realizzato un reportage su un luogo molto particolare, che si chiama “Prison Inside Me”; si tratta di un luogo di soggiorno isolato, creato sul modello di una prigione, per aiutare i coreani a superare lo stress, rinchiudendoli in celle di circa 6 mq. Agli utenti viene fatta indossare una uniforme blu con un numero identificativo e viene chiesto di consegnare i cellulari e qualsiasi altro dispositivo tecnologico. Non ci sono orologi a disposizione. Nei giorni di permanenza in questo luogo, sono previste ore di meditazione, ma anche di passeggiate in mezzo ai paesaggi collinari nei dintorni; in questo modo recuperano un ritmo di vita meno frenetico e anche un rapporto con i propri spazi e il territorio.
Molti dei tuoi scatti sono dedicati alla “necessità” della chirurgia estetica, l’ossessione per l’aspetto esteriore in ogni sua forma, fino alla quasi standardizzazione della persona. Cosa secondo te spinge i coreani a questi livelli e come un occidentale fronteggia questa pubblicità di massa continua sull’aspetto fisico?
Come per i risultati scolastici e professionali, anche a livello estetico c’è una estrema competizione che porta alla ricerca della perfezione, o almeno, quella che per loro rappresenta la perfezione. In Corea l’aspetto fisico è diventato uno dei requisiti fondamentali se si vuole trovare lavoro in una buona azienda e coltivare relazioni con gli altri. La chirurgia estetica insomma è un investimento!
Ci sono interventi che correggono alcune caratteristiche tipicamente asiatiche e rendono i loro tratti somatici più occidentali, come la modifica del classico occhio a mandorla, piccolo e allungato, in un occhio più grande e tondo. Oppure c’è l’intervento sulle labbra con la deformazione degli angoli della bocca verso l’alto per ottenere un inquietante “sorriso permanente”.
Tutto questo colpisce un occidentale, anche perché nelle metro e non solo è pieno di enormi manifesti, con modelli e modelle a grandezza quasi naturale, che ti invitano a raggiungere la bellezza con la chirurgia plastica.
Rimanendo in contatto con la domanda precedente, sappiamo che Corea e Giappone hanno il tasso di suicidio più elevato in tutto il mondo. Molti coreani si ritrovano già ubriachi la sera presto appena usciti dal lavoro. La situazione lavorativa e sociale è davvero così pressante in Corea?
E’ tutto vero, purtroppo.
Preciso però che, oltre allo stress, capita che i coreani bevano per questione di educazione.
Lo so, sembra assurdo ma, quando non lavorano, i coreani spesso festeggiano gli ultimi affari fatti (o scaricano lo stress) col soju, la bevanda nazionale. Normalmente sono gli stessi capi che trascinano i dipendenti a bere e rifiutare i vari giri di soju è considerato scortese.
Quale tra gli scatti di Made in Korea è il tuo preferito, se è possibili sceglierne uno soltanto, e perché?
Il mio preferito è quello della studentessa universitaria, su sfondo giallo, che è diventato un po’ lo scatto simbolo di questo mio lavoro.
Al di là della gradevole combinazione cromatica, mi piace la postura della ragazza: assolutamente spontanea, eppure così rigida e innaturale; mi piace anche che sullo sfondo si vedano gli altri studenti studiare; il tutto dà l’impressione di aver “interrotto” per un istante la routine pressante di questa ragazza, che probabilmente si sarebbe seduta nel tavolo libero a studiare, se non le avessi chiesto di posare per un ritratto.
Quale invece non ti convince completamente e vorresti riscattare?
Su questo lavoro ho passato tantissime ore a lavorare sull’editing (la selezione e l’ordine delle fotografie più efficaci), ragionandoci in privato, ma anche confrontandomi con esperti, photoeditor e altri fotografi. Sicuramente ci sono fotografie che ho scartato e da cui mi è dispiaciuto “separarmi” perché non venute come avrei voluto oppure perché poco efficaci, ma col tempo ho iniziato a considerare solo quelle 41 che fanno parte del progetto e quelle mi convincono tutte!
In generale com’è stata la tua esperienza in Corea del Sud?
E’ stata un’esperienza molto positiva a livello umano e professionale!
Ho conosciuto molti coreani e, al di là dei problemi che affrontano ogni giorni, sono persone molto educate, gentili e anche generose.
Come dicevo in precedenza, per un visitatore, certe problematiche non ti toccano direttamente.
Uno degli scatti che davvero mi ha colpito di più è quello del ragazzo nel computer cafè con la maglia Obey. Mi piacerebbe sapere cosa ti ha spinto a scattarla e magari la storia che c’è dietro questa fotografia.
Durante la preparazione del mio progetto, prima ancora di partire, avevo definito una serie di luoghi e situazioni che avrei voluto vedere e fotografare, fra questi c’erano le PC Room: gigantesche stanze con centinaia di postazioni con computer, aperte 24 ore su 24, usate per studiare ma anche per videogiocare. Mentre mi aggiravo in questo luogo, il ragazzo con la maglietta Obey si è alzato e ho pensato che fosse un soggetto perfetto. L’ho ritratto nel punto esatto in cui l’ho visto. Ho realizzato anche altri ritratti, ma quello era il migliore, grazie anche a quel dettaglio. Ci vuole anche fortuna nel lavoro!
Le prossime tappe della tua mostra Made in Korea?
Il 23 aprile è terminata la mostra a Forlì, la città dove mi sono trasferito da alcuni anni e che ha avuto un ottimo successo e mi ha dato il grande piacere di mostrare questo mio progetto ai miei amici e concittadini, che magari mi seguono, ma non avevano ancora avuto l’occasione di vederlo stampato ed esposto con tutti i crismi.
In passato era già stato esposto in giro per l’Italia e all’estero, in particolare (a seguito del premio ricevuto ai Sony World Photography Awards) alla Somerset House di Londra, al Sony Square di New York, allo Spazio Tadini di Milano, allo U Space di Pechino. Inoltre era stato ospitato al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma (a seguito della selezione nell’ambito di Emerging Talents), al Foro Boario di Modena (a seguito della selezione come Nuovo Talento di Fondazione Fotografia Modena), a Kaunas (nell’ambito del Kaunas Photo Festival) e al CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena.
Insomma mi ha dato parecchie soddisfazioni!
Al momento non ho in programma ulteriori mostre, anche perché mi sto dedicando ad altri progetti e nei prossimi mesi li presenterò e spero che ricevano un buon riscontro e attenzione, come quella ricevuta da “Made in Korea”!
Grazie ancora a Filippo per averci dedicato il suo tempo!
Potete visitare il suo portale ufficiale CLICCANDO QUI, per rimanere in contatto con tutti i suoi lavori.
Intervista per il magazine “A Cesena”
E’ uscita una mia intervista nell’ultimo numero del magazine A Cesena (winter 2016).
Nell’articolo, a cura di Anna Frabotta, si parla della mia esperienza come fotografo di rugby!
Qualche pagina prima, c’è un interessante articolo sulla realtà del rugby a Cesena, a cura di Cristina Zani, corredato da alcune mie fotografie.
Interview for Marie Claire Indonesia

L’Ira Funesta su Marie Claire Indonesia

L’Ira Funesta su Marie Claire Indonesia

L’Ira Funesta su Marie Claire Indonesia

L’Ira Funesta su Marie Claire Indonesia

L’Ira Funesta su Marie Claire Indonesia
(English version of the interview below)
Nel numero di maggio 2015 di Marie Claire Indonesia, è stato pubblicato il mio progetto fotografico “L’Ira Funesta” sulla Camera della Rabbia, come opening story.
Oltre alle fotografie, sono presenti una intervista che ho fatto a Cristian Castagnoli, imprenditore e proprietario della Camera della Rabbia e un testo dello psicologo e psicoterapeuta Gianluca Farfaneti sulla Camera della Rabbia, scritto in occasione della mia mostra fotografica a Palazzo Dolcini.
Le redazione di Marie Claire ha voluto anche realizzare una breve intervista col sottoscritto, che riporto di seguito in italiano e in inglese :)
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1. Qual è la parte migliore del tuo lavoro?
Dopo aver terminato la pianificazione di un progetto, il passaggio all’azione.
2. Qual è la canzone che ascolti più spesso?
Al momento Yelawolf, Till It’s Gone.
In generale Ennio Morricone, The Ecstasy of gold.
3. Descrivi te stesso con 3 parole.
Risoluto, curioso, fantasioso.
4. Qual è il tuo libro preferito?
John Fante, La confraternita dell’uva.
5. Raccontaci cosa rende speciale il tuo essere fotografo.
Essere fotografo mi ha regalato tante cose speciali e non mi riferisco soltanto alle soddisfazioni professionali o ai premi. Mi ha reso più disinvolto caratterialmente, più curioso, più sensibile… mi permette di viaggiare e conoscere storie e persone.
6. Descrivici la tua idea di momento perfetto in fotografia.
Il momento perfetto è in realtà una combinazione perfetta fra il momento decisivo, la preparazione, la concentrazione e la consapevolezza. Il momento decisivo da solo spesso non è sufficiente.
7. Raccontaci uno dei tuoi momenti migliori come fotografo
Il momento in cui, nella fase in cui studiavo e sperimentato la fotografia, ho frequentato un workshop dove un’altra partecipante mi ha riconosciuto e fatto i complimenti. La mia prima fan, che oggi è la mia compagna.
8. Cinque parole per definirti come fotografo?
Determinato, preciso, istintivo, entusiasta, a volte impulsivo.
9. Se potessi scegliere un’altra carriera, quale sarebbe?
Mi sarebbe piaciuto essere uno scrittore. Un lavoro che avrebbe avuto molte cose in comune col fare il fotografo. Da giovanissimo ho anche scritto qualcosa di cui andavo fiero, ma non sarei diventato il nuovo Raymond Carver!
10. Ci racconti la storia di come sei diventato un fotografo professionista?
La mia storia su come sono diventato un fotografo è meno romantica o suggestiva di quelle che solitamente si sentono. Non avevo parenti appassionati di fotografia e nemmeno ho lavorato come assistente di un fotografo famoso. La prima fotocamera l’ho maneggiata a 28 anni. La prima fotocamera professionale a 30 anni, nel 2010.
Semplicemente nel 2007 scoprii Flickr, un social network dedicato alla fotografia, e dopo aver visto alcune belle fotografie mi sono chiesto “Potrei riuscirci anche io?”.
Senza esserne completamente consapevole, avevo bisogno di un linguaggio, di un mezzo per esprimermi e quel giorno decisi che poteva essere la fotografia. E così è iniziato il mio percorso. Ho studiato e sperimentato molto e soprattutto ho osservato gli altri, quelli bravi!
Nel 2010, quando ero consapevole della mia preparazione e delle mie capacità, ho iniziato a lavorare come fotografo.
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Interview with Italian photographer Filippo Venturi
1. Best part of your job?
When is time to act after planning.
2. Most frequetly played song?
At the moment, Yelawolf, Till It’s Gone.
Most played song ever: Ennio Morricone, The Ecstasy of Gold.
3. Describe yourself in three words?
Resolute, Inquiring, Imaginative
4. What is your favorite book?
John Fante, The Brotherhood of the Grape.
5. Tell us about the “magic” things about being a photographer?
As a photographer I’ve gained many things, not just professiobal achievements or awards. I’m more self-confident, more curious, more sensitive…. Being a photographer allows me to travel and to meet people.
6. Describe us about how you define a perfect moment that being captured in a camera?
The perfect moment is in fact a combination of the right time, preparation, concentration and self-awareness. Being there at the right time is usually not enough.
7. Mention us one of your best moments as a photographer?
The moment when, while I was studying and experimenting with photography, I attended a workshop where a participant recognized me and congratulated me on my work. My first “fan”, today my life-mate.
8. Five words that define you as a photographer?
Determined, precise, instinctive, enthusiast and sometimes impulsive.
9. If you had a chance to change your career, what would it be?
I would have loved being a writer. A job that has many things in common with photography.
When I was a teenager I even wrote something I was quite proud about, but I was never gonna be the new Raymond Carver!
10. Would you mind to tell us a short story about your journey before being a professional photographer?
The story about me becoming a professional photographer is less romantic or suggestive than many of the usual “tales”. I had no relatives mad about photography, and I’ve never worked as apprentice for a professional photographer. I took my first picture with a camera when I was 28 years old. And I started using a professional camera when I was 30, in 2010.
It’s quite simple; in 2007 I discovered Flickr, a social network about photography; I saw some beautiful pictures and I told to myself “Could I do that?”. And everything began just like that. I’ve studied, experimented a lot and, most of all, I looked at what other photographers did, the great ones!
In 2010, when I was confident about my preparation and my abilities, I started working as a photographer.
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Il progetto “L’Ira Funesta” è uscito anche sulle seguenti riviste e televisioni:
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