Archive for the ‘Fotografie’ Category
Andrzej Dragan
Allegories & Macabresques
Andrzej Dragan
Ritratto riproduzione della realtà o interpretazione creativa? Per Andrzej Dragan, giovane fotografo polacco, nonché fisico quantistico, “qualcuno dice che un buon ritratto rivelerà sempre una verità sul modello. Sono costretto, purtroppo, a dirvi che chi la pensa in questo modo non troverà alcunché di interessante nella mia fotografia. La mia fotografia non ha affatto questo scopo”. L’elaborazione informatica gli consente di reinventare il ritratto che non appare più come semplice riproduzione della realtà, ma diviene interpretazione credibile, spesso metaforica.
Ciò non significa stravolgimento. Dragan non aggiunge cose nuove, ma esaspera alcuni aspetti: il volto di uno stesso soggetto viene composto utilizzando i particolari di diversi scatti – gli occhi, la bocca, la fronte -, una cicatrice reale si moltiplica virtualmente su un corpo che si trasforma in quello martoriato di Cristo, le rugosità si accentuano per esaltare la profondità dello sguardo. Le immagini sono insieme intense e sconcertanti, evocative e raccapriccianti. Allegoriche e macabre, come evoca il titolo del lavoro di Dragan “Allegories & Macabresques”, a cura di Paola Bonini, in mostra nello Spazio Luigi Salvioli di Milano dal 21 settembre al 21 dicembre: venti immagini, realizzate fra il 2004 e il 2007, di personaggi noti come David Lynch, Mads Mikkelsen o Jerzy Urban e sconosciuti incontrati per strada, nei manicomi o da amici e familiari, si alternano in una serie di ritratti, frutto di un lungo processo di elaborazione digitale che ne accentua i dettagli e ne enfatizza i colori.
Il catalogo, edito dall’associazione Oltre la moda, assieme alla riproduzione delle opere in mostra, raccoglie altre 10 immagini, gli interventi di Paola Bonini, Elisabetta Longari, Roberto Battaglia e una conversazione con Andrzej Dragan di Paola Bonini da cui sono estratti i passaggi seguenti.
“Innanzitutto artista visivo devo dire che a me non piace fotografare,” esordisce Dragan alla prima, generica domanda sul suo lavoro. “Anzi, per dirla tutta è una cosa che detesto … Per qualche ragione ignota, che non ho ancora scoperto, a volte però mi capita di incontrare qualcuno che ho davvero voglia di fotografare, perché trovo che abbia un volto interessante – ma accade di rado. All’inizio mi limitavo a chiedere a quella persona – che magari avevo incontrato per strada – di concedermi uno scatto, dopo una breve conversazione: il tutto poteva durare anche pochissimi minuti. Con il tempo ho assunto un atteggiamento più scientifico nella selezione delle persone che mi interessano, e ora faccio circa una fotografia al mese … Io faccio pochissime foto, non sono sempre a caccia di scatti o persone, e le faccio molto in fretta. Il lavoro comincia dopo.
Trascorro una gran quantità di tempo a lavorare sul materiale: mi ci vuole anche un mese per elaborare una foto – è successo di recente con il ritratto di Mads Mikkelsen, l’attore danese, che ho ritratto con un embrione di gatto. La maggior parte di questo tempo la passo a osservare e pensare, e magari dopo 5-6 ore riesco a decidere quale dei ritratti che ho fatto voglio usare e provo a iniziare a lavorarci. A questo punto inizia il processo di post-produzione digitale: per certi versi è un metodo che si avvicina alla pittura, perché è come se usassi un pennello – solo che il mio pennello è digitale. Non aggiungo cose nuove, mai, piuttosto aumento, esaspero certi aspetti dell’immagine: i contrasti, per esempio, o la visibilità di alcuni dettagli, come gli occhi o le rughe. Spesso cambio lo sfondo. Altre volte creo un montaggio di più fotografie dello stesso soggetto – magari di una mi interessa la bocca, di un’altra gli occhi, e le uso per ricomporre il volto. È molto semplice: se vuoi raggiungere un certo effetto, devi spendere molto tempo a lavorarci, e se non lo fai quando scatti, perché non vuoi che il modello si stanchi, devi farlo dopo, da solo…
Un ritratto è un’immagine di qualcuno, nulla di più. Una cosa semplice. La gente si aspetta che un ritratto riveli qualcosa della persona e della sua storia. Non so se questo sia vero, se possa esserlo, in generale, ma se fosse vero sarebbe impossibile fare un ritratto di qualcuno che non si conosce: come potrebbe, infatti, dire qualcosa di una persona estranea? Al massimo potrebbe esprimere l’impressione che ne ha il ritrattista, ma quell’impressione potrebbe non avere nulla, o poco, a che vedere con chi quell’individuo è davvero. Io non ci credo. E non credo nelle definizioni. Io faccio quel che faccio: se la gente lo vuole chiamare ritratto, mi sta bene. Non mi preoccupo dei nomi…
Una sola delle foto che ho fatto, per esempio, è assolutamente vera: è il ritratto di una ragazza anoressica, una modella di diciotto anni, molto bella e alta, ma estremamente magra. Non sono quasi intervenuto, in post produzione. Ho lasciato l’immagine così com’era. E questa è una delle foto cui le persone credono di meno. Non credono all’unica verità che gli propongo; è interessante giocarci, perché è tutto un equivoco. Un altro esempio: il ritratto del mio modello preferito rappresentato come un Cristo. Ho avuto una conversazione illuminante con mia madre riguardo a quest’immagine. Lei ne è stata respinta, per ragioni religiose. Però io le ho chiesto: non ti piace, d’accordo, ma cosa ci vedi? E lei: vedo Cristo. Ma non è Cristo, è qualcun altro. Non ha nemmeno un’aria buona. Ha gli occhi feroci. Non può essere una personificazione di Cristo. Non c’è nulla di vero in questo lavoro. Se le ferite fossero vere, avrebbe l’aria di chi soffre, e non ce l’ha. È in silenzio, è pacifico, ha la sua corona di spine, falsa a sua volta. Tutto è un falso. Ma nel complesso risulta vera. Di vero, in mezzo a tute quelle piaghe, c’è una cosa sola, la cicatrice di un’operazione che l’uomo ha subito molti anni fa, ma bisogna guardare con grande attenzione per distinguerla. Quest’interazione fra quel che è vero e quel che non lo è avvincente…
Richard Avedon – Portraits
Molti altri ritratti nel sito della “Richard Avedon Foundation”: http://www.richardavedon.com
Chico De Luigi, incontri con l’autore
Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi. (Richard Avedon)
Interessante (ed anche molto informale) incontro con Chico De Luigi, quello avvenuto stasera (venerdì 2 aprile) a Savignano.
Questi incontri, anzichè alla sera, dovrebbero farli all’alba, dopo cornetto e cappuccino, così da non spegnere l’entusiasmo finale fra le coperte del letto poche ore dopo.
Partendo da un breve racconto autobiografico, sui propri inizi, col padre fotografo e le prime foto fatte durante le partite di basket, passando dal periodo milanese, agli anni trascorsi sui set come fotografo di scena per Fandango, e così via, condendo il tutto con riferimenti e citazioni di Terry Richardson, Emir Kusturica e Alejandro Jodorowsky (e forse qualcun altro che ho dimenticato), si è percorsa la vita artistica dell’autore, fino a renderlo quel che è oggi e spiegando così l’origine dei suoi progetti più recenti.
Oltre ai ritratti, interessanti i progetti visti durante la serata, fra i quali gambini&©. (ho apprezzato particolarmente “Morte a Venezia”), tongue sur tongue (realizzato al Velvet di Rimini), le foto fatte ai cosplayer durante il Lucca Comics & Games, ecc.
Molto divertente il “backstage” del video ufficiale dei Gattamolesta, quando giravano la scena con l’attrice in bicicletta (in realtà affacciata dal tettuccio di un auto, perchè incapace di andare in bicicletta) :)
Qualche pezzo è visibile qui, qui, qui e qui, ma la versione integrale rende molto di più.
Questo incontro, così come quelli fatti con Silvia Camporesi, Alberto Giuliani, Marco Garofalo, Viola Berlanda e così via, sono estremamente interessanti e stimolanti; mi ritorna alla mente la presentazione di Marco Goldin della mostra “Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon”, in cui raccontava il rapporto di stima e di sano confronto fra i vari impressionisti, a partire dalle uscite domenicali in cui Paul Gauguin si aggregava a Claude Monet, che contribuirono a trasformare il primo dal semplice pittore della domenica al maestro che oggi conosciamo, oltre alle evidenti influenze sullo stile dei pittori, dopo averne conosciuti altri.
I fotografi incontrati sono artisti che hanno poco più della mia età ed è una pugnalata al cuore sentir raccontare loro di quando presero per la prima volta in mano una macchina fotografica, ovviamente in età giovanissima, mentre io ho iniziato ad interessarmene nel gennaio 2008, a 28 anni, con un corso base.
Poi, però, mi viene in mente il rapporto fra gli impressionisti e i pittori del Salon e quindi mi viene da pormi la domanda, fino a che punto può esserci collaborazione senza interferire artisticamente e professionalmente l’uno sull’altro in maniera negativa? Quando la sana competizione e maturazione, rischia di essere sovrastata dall’invidia e dalla presunzione?
Ma questi sono problemi che, ovviamente, posso trascurare finchè sarò nessuno.
L’euforia stimolante già citata in precedenza e il desiderio di fare e strafare sono però bilanciati dalla consapevolezza del percorso ancora lungo e difficile, che magari porterà ad un vicolo cieco.
Clicco “pubblica” e vado a letto, prima che il flusso di cazzate assuma una portata imbarazzante.
Cesena Rugby VS Rugby Falconara Dinamis 26-12 (28 Marzo 2010)
Ed eccomi a fotografare la mia seconda partita di rugby!
(Le foto della prima partita sono qui)
(Le foto di questa seconda partita sono anche su flickr)
Questa volta sono potuto andare anche all’interno del campo e fotografare qualche dettaglio :)
Ringrazio la squadra tutta, allenatore, dirigenti e morose varie per l’accoglienza e la disponibilità… e pure per quel bel piattone di pasta, accompagnato da birra gelida, nel post-partita ;)
La partita è finita 26-12, anche se (per quanto ne capisco di rugby), il risultato è stato messo al sicuro soltanto nel finale.
Un commento più professionale della partita lo trovate qui.
Ancora una volta sono rimasto impressionato dalla passione e dal fair-play dei giocatori, qualità che molto raramente trovo quando gioco a calcio.
A tal proposito mi viene in mente un video… www.spike.com/video/soccer-vs-rugby/2765297
Una foto ufficiale del Cesena Rugby (la versione ad alta risoluzione è scaricabile qui):
Le foto della partita:
Stanley Kubrick Fotografo 1945-1950
Stanley Kubrick – Fotografo 1945-1950
Dal 16 aprile al 4 luglio 2010
Palazzo della Ragione – Milano
Esposte in anteprima 300 fotografie realizzate da Stanley Kubrick
La mostra documenta un aspetto poco conosciuto nella carriera del grande regista statunitense quando, nel 1945, a soli 17 anni venne assunto come fotoreporter dalla rivista americana Look.
Orari:
Lunedì h 14.30 – 19.30
Da martedì a domenica h 9.30 – 19.30
Giovedì h 9.30 – 22.30
La biglietteria chiude un’ora prima
Per la prima volta al mondo, una mostra indaga un aspetto finora poco conosciuto della carriera di Stanley Kubrick.
Dal 16 aprile al 4 luglio 2010, a Palazzo della Ragione di Milano saranno esposte trecento fotografie, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali, realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950 quando, a soli 17 anni, venne assunto dalla rivista americana Look.
L’esposizione, testimonierà la sua capacità di documentare la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la vita quotidiana dei musicisti dixieland.
“Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter.
Le sue istantanee infatti – sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film».
Un passaggio fondamentale, dunque, se si pensa che l’ambiguità dell’immagine e del cinema stesso sono al centro della riflessione che anima il cinema d’autore del secondo dopoguerra, per questo detto moderno e di cui Kubrick è stato uno degli indiscutibili maestri.
Il percorso espositivo è organizzato in due parti. La prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, avrà un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato.
Come Portogallo che racconterà il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o ancora Crimini, che testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura.
Betsy Furstenberg, protagonista della sezione a lei dedicata che la rappresenta come il simbolo della vivace vita newyorkese di quegli anni, farà da contraltare alle vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York.
Chiudono questa prima parte le due sezioni dedicate alla vita che si svolgeva all’interno della Columbia University, un luogo d’élite dove l’America formava la classe dirigente del futuro, e all’interno del Campus Mooseheart nell’Illinois, una residenza universitaria, costruita da benefattori, per educare figli orfani di guerra che sarebbero andati a ingrossare le fila della middle class americana.
La seconda parte del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans.
Accompagna la mostra un catalogo Giunti Arte mostre musei.
Ufficio Stampa della mostra
CLP Relazioni Pubbliche
tel. 02.433403 – 02.36571438
fax 02.4813841 – press@clponline.it
Ufficio Stampa Comune di Milano
Francesca Cassani, tel. 02.88450177
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