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Documentary Photographer

Andrzej Dragan

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Andrzej Dragan - Foto 01

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Andrzej Dragan - Foto 02

Andrzej Dragan - Foto 02

Andrzej Dragan - Foto 03

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Andrzej Dragan - Foto 04

Andrzej Dragan - Foto 04

Andrzej Dragan - Foto 05

Andrzej Dragan - Foto 05

Andrzej Dragan - Foto 06

Andrzej Dragan - Foto 06

Andrzej Dragan - Foto 07

Andrzej Dragan - Foto 07

Andrzej Dragan - Foto 08

Andrzej Dragan - Foto 08

Andrzej Dragan - Foto 09

Andrzej Dragan - Foto 09

Andrzej Dragan - Foto 10

Andrzej Dragan - Foto 10

Andrzej Dragan - Foto 11

Andrzej Dragan - Foto 11

Andrzej Dragan - Foto 12

Andrzej Dragan - Foto 12

Andrzej Dragan - Foto 13

Andrzej Dragan - Foto 13

Allegories & Macabresques
Andrzej Dragan

Ritratto riproduzione della realtà o interpretazione creativa? Per Andrzej Dragan, giovane fotografo polacco, nonché fisico quantistico, “qualcuno dice che un buon ritratto rivelerà sempre una verità sul modello. Sono costretto, purtroppo, a dirvi che chi la pensa in questo modo non troverà alcunché di interessante nella mia fotografia. La mia fotografia non ha affatto questo scopo”. L’elaborazione informatica gli consente di reinventare il ritratto che non appare più come semplice riproduzione della realtà, ma diviene interpretazione credibile, spesso metaforica.

Ciò non significa stravolgimento. Dragan non aggiunge  cose nuove, ma esaspera alcuni aspetti: il volto di uno stesso soggetto viene composto utilizzando i particolari di diversi scatti – gli occhi, la bocca, la fronte -, una cicatrice reale si moltiplica virtualmente su un corpo che si trasforma in quello martoriato di Cristo, le rugosità si accentuano per esaltare la profondità dello sguardo. Le immagini sono insieme intense e sconcertanti, evocative e raccapriccianti. Allegoriche e macabre, come evoca il titolo del lavoro di Dragan “Allegories & Macabresques”, a cura di Paola Bonini, in mostra nello Spazio Luigi Salvioli di Milano dal 21 settembre al 21 dicembre: venti immagini, realizzate fra il 2004 e il 2007, di personaggi noti come David Lynch, Mads Mikkelsen o Jerzy Urban e sconosciuti incontrati per strada, nei manicomi o da amici e familiari, si alternano in una serie di ritratti, frutto di un lungo processo di elaborazione digitale che ne accentua i dettagli e ne enfatizza i colori.

Il catalogo, edito dall’associazione Oltre la moda, assieme alla riproduzione delle opere in mostra, raccoglie altre 10 immagini, gli interventi di Paola Bonini, Elisabetta Longari, Roberto Battaglia e una conversazione  con Andrzej Dragan di Paola Bonini da cui sono estratti i passaggi seguenti.

“Innanzitutto artista visivo devo dire che a me non piace fotografare,” esordisce Dragan alla prima, generica domanda sul suo lavoro. “Anzi, per dirla tutta è una cosa che detesto … Per qualche ragione ignota, che non ho ancora scoperto, a volte però mi capita di incontrare qualcuno che ho davvero voglia di fotografare, perché trovo che abbia un volto interessante – ma accade di rado. All’inizio mi limitavo a chiedere a quella persona – che magari avevo incontrato per strada – di concedermi uno scatto, dopo una breve conversazione: il tutto poteva durare anche pochissimi minuti. Con il tempo ho assunto un atteggiamento più scientifico nella selezione delle persone che mi interessano, e ora faccio circa una fotografia al mese … Io faccio pochissime foto, non sono sempre a caccia di scatti o persone, e le faccio molto in fretta. Il lavoro comincia dopo.

Trascorro una gran quantità di tempo a lavorare sul materiale: mi ci vuole anche un mese per elaborare una foto – è successo di recente con il ritratto di Mads Mikkelsen, l’attore danese, che ho ritratto con un embrione di gatto. La maggior parte di questo tempo la passo a osservare e pensare, e magari dopo 5-6 ore riesco a decidere quale dei ritratti che ho fatto voglio usare e provo a iniziare a lavorarci. A questo punto inizia il processo di post-produzione digitale: per certi versi è un metodo che si avvicina alla pittura, perché è come se usassi un pennello – solo che il mio pennello è digitale. Non aggiungo cose nuove, mai, piuttosto aumento, esaspero certi aspetti dell’immagine: i contrasti, per esempio, o la visibilità di alcuni dettagli, come gli occhi o le rughe. Spesso cambio lo sfondo. Altre volte creo un montaggio di più fotografie dello stesso soggetto – magari di una mi interessa la bocca, di un’altra gli occhi, e le uso per ricomporre il volto. È molto semplice: se vuoi raggiungere un certo effetto, devi spendere molto tempo a lavorarci, e se non lo fai quando scatti, perché non vuoi che il modello si stanchi, devi farlo dopo, da solo…

Un ritratto è un’immagine di qualcuno, nulla di più. Una cosa semplice. La gente si aspetta che un ritratto riveli qualcosa della persona e della sua storia. Non so se questo sia vero, se possa esserlo, in generale, ma se fosse vero sarebbe impossibile fare un ritratto di qualcuno che non si conosce: come potrebbe, infatti, dire qualcosa di una persona estranea? Al massimo potrebbe esprimere l’impressione che ne ha il ritrattista, ma quell’impressione potrebbe non avere nulla, o poco, a che vedere con chi quell’individuo è davvero. Io non ci credo. E non credo nelle definizioni. Io faccio quel che faccio: se la gente lo vuole chiamare ritratto, mi sta bene. Non mi preoccupo dei nomi…

Una sola delle foto che ho fatto, per esempio, è assolutamente vera: è il ritratto di una ragazza anoressica, una modella di diciotto anni, molto bella e alta, ma estremamente magra. Non sono quasi intervenuto, in post produzione. Ho lasciato l’immagine così com’era. E questa è una delle foto cui le persone credono di meno. Non credono all’unica verità che gli propongo; è interessante giocarci, perché è tutto un equivoco. Un altro esempio: il ritratto del mio modello preferito rappresentato come un Cristo. Ho avuto una conversazione illuminante con mia madre riguardo a quest’immagine. Lei ne è stata respinta, per ragioni religiose. Però io le ho chiesto: non ti piace, d’accordo, ma cosa ci vedi? E lei: vedo Cristo. Ma non è Cristo, è qualcun altro. Non ha nemmeno un’aria buona. Ha gli occhi feroci. Non può essere una personificazione di Cristo. Non c’è nulla di vero in questo lavoro. Se le ferite fossero vere, avrebbe l’aria di chi soffre, e non ce l’ha. È in silenzio, è pacifico, ha la sua corona di spine, falsa a sua volta. Tutto è un falso. Ma nel complesso risulta vera. Di vero, in mezzo a tute quelle piaghe, c’è una cosa sola, la cicatrice di un’operazione che l’uomo ha subito molti anni fa, ma bisogna guardare con grande attenzione per distinguerla. Quest’interazione fra quel che è vero e quel che non lo è avvincente…

Fonte

Written by filippo

4 aprile 2010 a 5:54 PM

Pubblicato su Fotografie

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