Filippo Venturi Photography | Blog

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Archive for the ‘Cinema’ Category

Pina 3D di Wim Wenders

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Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 1

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 1

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 2

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 2

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 3

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 3

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 4

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 4

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 5

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 5

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 6

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 6

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 7

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 7

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 8

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 8

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 9

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 9

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 10

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 10

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 11

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 11

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 12

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 12

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 13

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 13

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 14

Pina 3D di Wim Wenders (film su Pina Bausch) foto 14

Il trailer:

Wenders racconta Pina:

Nel 1985 Wim Wenders vede per la prima volta “Café Müller”, nel quale la coreografa tedesca capofila del teatrodanza, Pina Bausch, danza per 40 minuti insieme ai suoi ballerini sulla musica di Henry Purcell. Ne nasce un’amicizia lunga vent’anni e il progetto di un film insieme, che comincia a concretizzarsi nel 2008, con la scelta del repertorio da filmare (‘Café Müller’, ‘Le Sacre du Printemps’, ‘Vollmond’ and ‘Kontakthof’) ma s’interrompe un anno dopo, con la morte di cancro della stessa Bausch. La familiarizzazione con la tecnica del 3D fornisce a Wenders la spinta per girare il film, il tassello mancante per completare l’opera.

Tanti erano già gli indizi, infatti, di un incontro naturale e proficuo tra il cinema di lui e il lavoro di lei: dalla genesi del Tanztheater negli anni Settanta, dentro un momento di forte messa in discussione della cultura precedente, di reinvenzione necessaria e di assoluta libertà creativa; e l’ispirazione neorealista ma profondamente psicologica, per cui i gesti nascevano dal contributo personale dei ballerini, interrogati sul loro vissuto e chiamati a scrivere una lingua nuova con il corpo, la parola, l’abito “civile” anziché il costume di scena, la nudità. E poi, ancora, il viaggio goethiano alla scoperta dei luoghi del mondo e la fortissima connotazione pittorica degli allestimenti creati da Pina Bausch: di tutti, l’incontro probabilmente più ravvicinato con la ricerca di Wenders.

In Pina e per Pina, il regista tedesco ritrova dunque la materia che sa impastare, l’emozione e l’energia che mancavano da tempo al suo cinema (fatta salva l’ispirata eccezione di Non bussare alla mia porta). Portando i componenti dell’ensemble di Wuppertal in locations industriali o naturali (che evocano i migliori scatti del Wenders fotografo) dà nuova vita ai passi di danza, per contrasto o più spesso in ragione di una tensione condivisa, che invoca e provoca il limite, delle forze umane e naturali, e spazza via dal progetto ogni aura mortifera o agiografica.

Completano il film le interviste alle persone che hanno ballato con Pina, uomini e donne, nuove leve e suoi coetanei, provenienti da tutto il mondo. Wenders li riprende in silenzio e associa la voce in over, come a voler estrapolare i loro pensieri, in un movimento circolare che rincorre la loro sete di carpire ciò che la maestra, tanto amata e temuta, pensava di loro o sentiva danzando, dietro un silenzio che difficilmente interrompeva, se non per ammonire: “continuate a cercare”. Lei, che un suo stretto collaboratore ricorda con l’immagine della sua casa, come un grande attico pieno di cose, si nutriva dei gesti e delle anime dei suoi danzatori, restituendo loro un’immagine di rara forza, che cozzava col suo corpo scheletrico e il volto esangue. Wenders stesso sembra essersi cibato di quella forza, averne ingurgitato un boccone che gli è entrato in circolo e ce lo ha restituito più “in vena” che mai.

fonte: mymovies.it

Written by filippo

28 novembre 2011 at 9:31 am

Pubblicato su Arte, Cinema, Fotografie

Apocalypse Now

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IL monologo (Colonnello Kurtz).
L’attore (Marlon Brando).
IL doppiaggio (Sergio Fantoni).
LA fotografia (Vittorio Storaro).
LA regia (Francisc Ford Coppola).
LA musica (The Doors).
LO sceneggiatore (John Milius).

Written by filippo

4 agosto 2011 at 6:39 PM

Pubblicato su Cinema, Hobby vari

Infinita letizia della mente candida

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Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Eternal Sunshine of the Spotless Mind

“Mierzwiak, per favore, mi lasci questo ricordo. Soltanto questo.
Non lo voglio più fare.
Chiedo scusa ho sbagliato.
Non lo voglio più fare.
Riesci a sentirmi? Ho cambiato idea, non lo voglio più fare!”

L’ho rivisto per la quarta volta.

___

Se mi lasci ti cancello è un film del 2004 diretto da Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet.
La sceneggiatura, vincitrice dell’Oscar 2005, è opera di Charlie Kaufman, che si conferma portato per i film “psicologici” e visionari, come dimostrano altre sue creature come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Confessioni di una mente pericolosa.
Il titolo italiano non richiama quello originale, e altera la raffinatezza e l’impegno del film, facendolo apparire quello che non è, ovvero una tipica e spensierata commedia americana. Il titolo inglese, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, infatti è preso da un verso dell’opera Eloisa to Abelard (1717) del poeta inglese Alexander Pope (già citata in un altro film di Kaufman, Essere John Malkovich):

How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish resign’d.

Questi versi, tra l’altro, vengono citati all’interno del film, e in italiano recitano:

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente candida!
Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.

(wikipedia)

___

La distruzione della persistenza della memoria.
“Beati gli smemorati, perché avranno la meglio sui loro errori” – F.Nietzche
E’ sufficiente una sceneggiatura di ferro di Charlie Kaufman (quello di essere John Malkovich per intenderci) per trasformare il brutto anatroccolo Michel Gondry (ricordate l’insipido Human Nature?) nel cigno regista di questo film davvero riuscito. Supportato da due attori in evidente stato di grazia (l’ormai perfetto e maturo Jim Carrey ma soprattutto la problematica nevrotica conflittuale Kate Winslet) il film ha una idea centrale molto forte: la possibilità di cancellare completamente i ricordi spiacevoli viene attuata praticamente dai medici della LACUNA CORPORATION che si offrono di fare piazza pulita di esperienze negative e di oggetti e persone legati a un periodo della vita da rimuovere. Kate Winslet Clementine è la prima ad eseguire il trattamento di cancellazione proprio nei riguardi del povero Jim Carrey Joel, che giudica, dopo il primo entusiasmante momento di innamoramento, noioso e insensibile, egocentrico e di poche parole, piatto e inconcludente. A lungo andare il loro rapporto si è deteriorato e Clementine, di impulso, ha deciso di fare piazza pulita di una storia comunque importante. Quindi tabula rasa su tutto, anche sui momenti felici (perché ci sono sempre i momenti felici anche nella peggiore delle storie) sulle nottate sul ghiaccio ad indicare stelle inesistenti, sul viaggio a Chicago, sui silenzi al ristorante cinese,sui pupazzi patata, sui regali e sui biglietti d’amore, su un treno della metropolitana, su una mattina d’inverno sulla spiaggia a cercare di fare decollare modellini d’aeroplano.
Jim Carrey saputo di essere stato eliminato decide di fare lo stesso e si sottopone al medesimo trattamento di pulizia mirata. Ma probabilmente il suo inconscio crea un fenomeno di strenua resistenza al trattamento e forse due persone per quanto diverse, per quanto opposte, si incontrano e si innamorano per meccanismi che il computer non potrà mai identificare e cancellare.
Messaggio finale retto da un testa a testa tra Jim e Kate, che è un duello a chi è il più bravo. Joel e Clementine hanno bisogno di incontrarsi e di soffrire: è solo passando attraverso questa sfortunata esperienza che possono sperare di crescere ed andare avanti fecendo tesoro degli errori commessi.
Momenti spassosissimi retti soprattutto dai ricordi d’infanzia di Carrey, densi di conflitti di colpa e umiliazioni da super-io materno schiacciante. Bellissimo il progressivo scomparire degli oggetti in scena e delle facce dei personaggi mentre il nostro eroe è in fuga. Uno dei rari casi in cui livello narrativo e figurativo coincidono magnificamente sostenendosi a vicenda. In ombra gli altri attori, a parte la rossa Kirsten Dust, cui va il merito di dire le due citazioni più gustose, una delle quali è la frase dello scrittore Alexander Pope che dà il titolo al film (eterno splendore della mente immacolata, dimentica del mondo e dal mondo dimenticata). Ma l’errore spesso è necessario per affermare più saldamente la verità.

(Autore Snaporaz68)

Charlie Kaufman

Charlie Kaufman

Charlie Kaufman, nome completo Charles Stuart Kaufman (New York, 1º novembre 1958), è uno sceneggiatore statunitense.
“L’abitudine per uno scrittore è di consegnare una sceneggiatura e poi scomparire. Questo non fa per me. Io voglio essere coinvolto dall’inizio alla fine. E questi registi [Gondry, Jonze] lo sanno, e lo rispettano.

Tutte le sue opere portano come marchio di fabbrica l’introspezione, la “psicanalisi” dei personaggi, che rende il film a tratti cervellotico. In alcuni casi, addirittura, il film si svolge quasi interamente nella mente del protagonista, come in Se mi lasci ti cancello e Essere John Malkovich, dimostrando una buona dose di visionarietà e creatività.

(wikipedia)

Written by filippo

1 Maggio 2011 at 11:11 am

Pubblicato su Cinema

Sogno e incubo. Incubo

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Johann Heinrich Füssli, L'incubo (Nightmare) 1781

Johann Heinrich Füssli, L'incubo (Nightmare) 1781

“Vedi com’è basso qui il soffitto?”

Sono le 3.30 e, al momento, non me ne vengono in mente altri.
Ma il sogno di Fellini è gigantesco e basta da sè.

Written by filippo

28 marzo 2011 at 1:20 am

Pubblicato su Arte, Cinema, Vita personale

Un gelido inverno

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Un gelido inverno (Jennifer Lawrence)

Un gelido inverno (Jennifer Lawrence)

In una comunità rurale racchiusa tra le montagne del Missouri, la giovane Ree accudisce la madre inferma e i fratellini. Suo padre è uscito di galera da poco, e prima di sparire ha ipotecato la casa in cambio della cauzione. Non si dovesse presentare all’udienza, Ree e la sua famiglia perderebbero tutto. Per questo la ragazzina segue le tracce del babbo, pedinata dall’ostilità criminale di uomini e donne che dopo avere passato un secolo a distillare whisky di frodo, ora fanno lo stesso con la cocaina. Premio della Giuria al Sundance 2010, massimo riconoscimento al Torino Film Festival dello stesso anno, quattro nomination all’Oscar 2011… Ci sarebbe da pensare a Un gelido inverno (l’originale Winter’s Bone significa “freddo nelle ossa”) come al tipico prodotto da festival, un po’ ruffiano… E invece no: è un’opera sorprendente, qualcosa di insolito nel cinema americano contemporaneo. Un film ancorato alla propria radice letteraria (il libro omonimo di Daniel Woodrell, edito da Fanucci, è consigliatissimo), capace però di trascendere la pura narrazione per estendersi a un’idea di estetica. Il freddo che diventa immagine. Il colore delle ossa che impregna l’aria (la regista Debra Granik, bravissima, viene dalla fotografia). Il microcosmo di Ree è senza tempo, sospeso in un eterno fluire; solo le macchine parlano chiaramente di modernità, per il resto potremmo essere nel 1862 o nel 1978, senza differenze. E ancora più lucido è il rovescio della medaglia: la certezza che una miseria sociale ottocentesca possa essere la stessa dell’America di Obama, con i reclutatori dell’esercito nelle scuole, oggi per mandare i ragazzi in Afghanistan, l’altro ieri per combattere contro gli odiati yankee. In questo scenario, l’odissea di una donna poco più che bambina assume connotati mitici. Raggiunge una sorta di Ade (l’acquitrino gelido dove riposano gli amabili resti…) mentre intorno a lei si agitano i fantasmi né domi né pacificati di un mondo selvaggio e western, a un passo dalle rappresentazioni horror di Rob Zombie. Come la coetanea Mattie di Il Grinta, ma con un senso del tragico che alla ragazzina dei fratelli Coen manca del tutto.

Mauro Gervasini

Written by filippo

11 marzo 2011 at 6:58 PM

Pubblicato su Cinema