Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

Archive for the ‘Cinema’ Category

Moon, di Duncan Jones

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Moon, di Duncan Jones

Moon, di Duncan Jones

Moon, di Duncan Jones

Ho visto anche questo.

Un film interamente sorretto da Sam Rockwell, che si dimostra all’altezza della situazione e si propone come uno dei futuri attori con la A maiuscola.
Il film è costato 5 noccioline, ma il risultato è impressionante per qualità ed intensità.
Sono evidenti le influenze del 2001 di Kubrick e ad altri film di fantascienza psicologica, che fa a meno di guerre stellari ed effetti speciali per bambini nutellosi.

Insomma il popolo del pop-corn può farne a meno, chi cerca qualcosa su cui riflettere un po’, si accomodi.

Uno dei migliori film del 2009, per me, sebbene sia passato in sordina.

Written by filippo

3 aprile 2010 at 8:10 PM

Pubblicato su Cinema, Vita personale

Il Concerto, di Radu Mihaileanu

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Il Concerto, di Radu Mihaileanu

Il Concerto, di Radu Mihaileanu

Il Concerto, di Radu Mihaileanu

L’ho visto.

Molto bella l’atmosfera fiabesca e simpatici i personaggi strambi, mi ha ricordato qualche altro film, simile nel genere, come Il favoloso mondo di Amélie (ma questa associazione credo sia soprattutto mia).
Ho ritrovato Mélanie Laurent, ma questo è un altro discorso.
Finale stupendo.

Guardatelo e basta.

Written by filippo

3 aprile 2010 at 7:54 PM

Pubblicato su Cinema, Vita personale

Stanley Kubrick Fotografo 1945-1950

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Stanley Kubrick - Fotografo 1945-1950 (a Milano dal 16 aprile al 4 luglio 2010)

Stanley Kubrick - Fotografo 1945-1950 (a Milano dal 16 aprile al 4 luglio 2010)

Stanley Kubrick – Fotografo 1945-1950
Dal 16 aprile al 4 luglio 2010

Palazzo della Ragione – Milano
Esposte in anteprima 300 fotografie realizzate da Stanley Kubrick

La mostra documenta un aspetto poco conosciuto nella carriera del grande regista statunitense quando, nel 1945, a soli 17 anni venne assunto come fotoreporter dalla rivista americana Look.

Orari:
Lunedì h 14.30 – 19.30
Da martedì a domenica h 9.30 – 19.30
Giovedì h 9.30 – 22.30
La biglietteria chiude un’ora prima

www.mostrakubrick.it
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Per la prima volta al mondo, una mostra indaga un aspetto finora poco conosciuto della carriera di Stanley Kubrick.

Dal 16 aprile al 4 luglio 2010, a Palazzo della Ragione di Milano saranno esposte trecento fotografie, molte delle quali inedite e stampate dai negativi originali, realizzate da Stanley Kubrick dal 1945 al 1950 quando, a soli 17 anni, venne assunto dalla rivista americana Look.

L’esposizione, testimonierà la sua capacità di documentare la vita quotidiana dell’America dell’immediato dopoguerra, attraverso le storie di celebri personaggi come Rocky Graziano o Montgomery Clift, le inquadrature fulminanti e ironiche nella New York che si apprestava a diventare la nuova capitale mondiale, o ancora la vita quotidiana dei musicisti dixieland.

“Nascono così le prime fotografie di Stanley Kubrick, realizzate nell’America dell’immediato dopoguerra, che sorprendono poiché non si limitano alla rappresentazione di un’epoca, come ci si potrebbe aspettare da un fotoreporter.
Le sue istantanee infatti – sottolinea il curatore -, che stupiscono per la loro sorprendente maturità, non possono essere considerate come archivi visivi della gioia di vivere, catturata dallo spirito attento e pieno di humor di un giovane uomo, ma costituiscono un consapevole invito a confrontarsi con le risorse del mezzo fotografico, con le sue possibilità di rappresentazione e con la propria percezione della realtà: una costante dell’opera artistica di Kubrick che comincia con le fotografie e continua nei film».

Un passaggio fondamentale, dunque, se si pensa che l’ambiguità dell’immagine e del cinema stesso sono al centro della riflessione che anima il cinema d’autore del secondo dopoguerra, per questo detto moderno e di cui Kubrick è stato uno degli indiscutibili maestri.

Il percorso espositivo è organizzato in due parti. La prima, divisa a sua volta in 7 sezioni, avrà un’introduzione, Icone, nella quale vengono presentate le immagini simbolo delle storie che l’occhio dell’obiettivo di Kubrick ha immortalato.
Come Portogallo che racconterà il viaggio in terra lusitana di due americani nell’immediato dopoguerra, o ancora Crimini, che testimonierà l’arresto di due malviventi seguendo i movimenti dei poliziotti, le loro strategie, le loro furbizie, fino all’avvenuta cattura.
Betsy Furstenberg, protagonista della sezione a lei dedicata che la rappresenta come il simbolo della vivace vita newyorkese di quegli anni, farà da contraltare alle vicende dei piccoli shoe shine, i lustrascarpe che si trovavano agli angoli delle strade di New York.
Chiudono questa prima parte le due sezioni dedicate alla vita che si svolgeva all’interno della Columbia University, un luogo d’élite dove l’America formava la classe dirigente del futuro, e all’interno del Campus Mooseheart nell’Illinois, una residenza universitaria, costruita da benefattori, per educare figli orfani di guerra che sarebbero andati a ingrossare le fila della middle class americana.

La seconda parte del percorso toccherà altri argomenti rappresentativi della breve carriera di Kubrick fotografo, come le immagini dedicate al giovane Montgomery Clift colto all’interno del suo appartamento, o quelle del pugile Rocky Graziano, che raccontano i momenti pubblici e privati di un eroe moderno, o ancora l’epopea dei musicisti dixieland di New Orleans.

Accompagna la mostra un catalogo Giunti Arte mostre musei.

Ufficio Stampa della mostra
CLP Relazioni Pubbliche
tel. 02.433403 – 02.36571438
fax 02.4813841 – press@clponline.it

Ufficio Stampa Comune di Milano
Francesca Cassani, tel. 02.88450177
francesca.cassani@comune.milano.it

comunicato e immagini su www.clponline.it

Written by filippo

22 marzo 2010 at 8:52 PM

Pubblicato su Cinema, Fotografie, Mostre e musei

Dieci inverni, di Valerio Mieli

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La locandina di "Dieci inverni"

La locandina di "Dieci inverni"

La narrazione, semplice ma coinvolgente, di una storia d’amore.
Vedere un film così dopo le varie muccinate e americanate, ti riconcilia con l’aspetto più umano del cinema.
Niente di rivoluzionario, per carità.

Sarà che l’ho visto in una cinema della mia città (il San Biagio) con un clima molto intimo, sarà che dopo il film il regista, Valerio Mieli, s’è dimostrato modesto e simpatico, narrando cosa lo ha spinto a girare il film e confidando alcuni aneddoti simpatici avvenuti durante le riprese, come è avvenuto il casting , le “ingerenze” della co-produzione russa e così via, ma sono rimasto piacevolmente colpito da tutto (fra l’altro mi viene da fare una riflessione fra la qualità di una visione di film sul monitor del PC in camera e quella condivisa con un pubblico attento, silenzioso e rispettoso, senza contare il dibattito successivo al film che aggiunge ulteriore interesse). Bravi anche gli attori Isabella Ragonese e Michele Riondino.

Prima di “Dieci inverni” avevo visto all’Astra “L’uomo che verrà” e devo dire che ora sono stimolato a riavvicinarmi al cinema italiano, dopo averlo snobbato per parecchi anni (sempre al San Biagio sarà proiettato nei prossimi giorni “L’uomo che verrà”, a cui seguirà l’intervento del regista, e credo proprio che lo andrò a rivedere).

Valerio Mieli ha inoltre scritto un romanzo tratto dal film (e non si tratta della sceneggiatura, ma di un vero proprio romanzo, anche ampliato rispetto al film).
Qui è disponibile un estratto: Romanzo “Dieci inverni” – Estratto

Nel film c’è anche un cameo di Vinicio Capossela:

Michele Riondino, Valerio Mieli e Isabella Ragonesi a Venezia

Riondino, Mieli e Ragonesi a Venezia

Una scena del film "Dieci inverni"

Una scena del film "Dieci inverni"

Una scena del film "Dieci inverni"

Una scena del film "Dieci inverni"

Una scena del film "Dieci inverni"

Una scena del film "Dieci inverni"

Written by filippo

5 febbraio 2010 at 7:13 PM

Pubblicato su Cinema

L’uomo che verrà

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L'uomo che verrà, di Giorgio Diritti

L'uomo che verrà, di Giorgio Diritti

Alle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell’attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona.

L’eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull’identità culturale.

Rispetto al lungometraggio d’esordio, L’uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell’esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi-soggettive a lunga e media distanza dall’evento.

La “visione con” di queste inquadrature diviene “con-divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c’è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l’idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall’inizio pone l’antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c’è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti.

Fonte

Written by filippo

29 gennaio 2010 at 2:17 PM

Pubblicato su Cinema