Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

Archive for the ‘Arte’ Category

Burning Man

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Il Burning Man è un festival di otto giorni che si svolge ogni anno a Black Rock City, una città che vive solo alcuni giorni, sulla distesa salata (sabkha) del Black Rock Desert nello Stato del Nevada, a 90 miglia (150 km) a nord-nord-est di Reno. Il festival conclude la festa americana del Labor Day, a settembre.

Il festival viene descritto dagli organizzatori come esperimento in comunità, radicale espressione di sé e radicale fiducia in sé. Il nome deriva dal rituale che consiste nell’incendiare un grande fantoccio di legno il sabato sera.

Il festival è organizzato da Black Rock City, LLC, sotto la guida di uno dei fondatori, Larry Harvey, e altri cinque membri del comitato, di cui fanno parte Marian Goodell, Harley Dubois, Michael Michael, Will Roger Peterson e Crimson Rose.

Nel 2007 47.366 persone hanno partecipato al Burning Man Project.

Nel 2012 si terrà dal 27 agosto al 3 settembre.

Il sito ufficiale dell’evento è www.burningman.com

Fotografie:

  1. Servizio fotografico di Diana Bagnoli / LUZphoto
  2. 22 fotografie dal sito photographyblogger.net
© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

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© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

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© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

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© Diana Bagnoli / LUZphoto

© Diana Bagnoli / LUZphoto

 

Written by filippo

1 marzo 2012 at 9:32 am

Pubblicato su Arte

Fotografia e iconografia cristiana

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Samuel Aranda, fotoreporter catalano, ha vinto il World Press Photo 2012 con una fotografia molto bella, che ricorda la Pietà di Michelangelo.

E’ già stata ribattezzata “Pietà”, “La pietà in burka”, “La pietà velata”, “La pietà yemenita”, ecc.

In origine la foto non aveva titolo, ma era la numero 10 di una serie di 63 fotografie, intitolata “Yemen, Fighting for Change”.

Tutte le altre fotografie vincitrici del World Press Photo 2012 sono visibili nel solito The Big Picture, mentre tutte le foto vincitrici del premio dal 1955 al 2012 sono visibili qui.

Samuel Aranda, La Pietà Yemenita, Foto vincitrice del World Press Photo 2012

Samuel Aranda, La Pietà Yemenita, Foto vincitrice del World Press Photo 2012

2012 World Press Photo of the Year: A woman holds a wounded relative during protests against President Saleh in Sanaa, Yemen, Oct. 15, 2011. (Samuel Aranda/The New York Times)

Già in precedenza questa associazione fra fotogiornalismo e rimandi in particolare all’iconografia cristina (con tutti i pro ed i contro) era emersa ed era stata notata.

Qualche esempio:

Hocine Zaourar, Madonna Algerina (1997)

Hocine Zaourar, Madonna Algerina (1997)

Il 23 Settembre 1997, il fotografo per France Presse, Hocine Zaourar, si trovava nell’ospedale di Zmirli, ad Algeri. Stava fotografando corpi ammassati nell’ospedale a causa del massacro della notte precedente e, tra i parenti e i feriti, nota una scena cha ha qualcosa di artisticamente meraviglioso e terribile insieme. Una donna piange disperata appoggiata ad una parete nell’ospedale. La donna ha appena perso marito e figlio nel massacro di Bentalha e la madre cerca in qualche modo di sostenerla (nella strage morirono 252 tra uomini, donne e bambini; si disse fù opera della CIA (o dei nuovi latifondisti in cerca di territori da comprare a basso prezzo?). Siamo in piena guerra civile.

Georges Merillon, Pietà del Kosovo (1990)

Georges Merillon, Pietà del Kosovo (1990)

Family and neighbours mourn during the funeral vigil for Nasimi Elshani, a Kosovar separatist killed by the Serbian forces of Slobodan Milosevic’s government on January 29, 1990 in Nogovac, Kosovo. Image by Georges Merillon © Gamma-Keystone via Getty Images.

Nel 1990, in Kosovo, Georges Merillon fotografò la veglia funebre per Nasimi Elshaniin, ucciso dalle forze serbe. La foto in questo caso, per colori e contrasti, ricorda i quadri di Caravaggio.

W. Eugene Smith, Wake (1951)

W. Eugene Smith, Wake (1951)

Wake, Deleitosa, Spain, 1951. © Estate of W. Eugene Smith

Paolo Pellegrin, Jenin, Palestina, (2002)

Paolo Pellegrin, Jenin, Palestina, (2002)

The mother of child killed during an IDF’s incursion is seen mourning in Jenin, Palestine 2002 © Paolo Pellegrin/Magnum Photos.

Una madre piange il suo bambino ucciso durante un’incursione delle IDF a Jenin, Palestina, 2002.
Paolo Pellegrin è uno dei miei fotoreporter preferiti e ci sono diverse altre sue fotografie che richiamano episodi religiosi.

Written by filippo

12 febbraio 2012 at 3:34 PM

Pubblicato su Arte, Fotografie

E’ morto Ilario Fioravanti

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Ilario Fioravanti (fotografia di Daniele Ferroni)

Ilario Fioravanti (fotografia di Daniele Ferroni)

Sarei dovuto andare a fotografare il Maestro Fioravanti già lo scorso dicembre, ma avevo preso qualche settimana di tempo per via di altri impegni… e così non avrò più l’occasione per conoscerlo.

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Un grande artista esploso nella fase di maturità della sua vita. Non ha mai chiesto nulla agli altri perchè era schivo e generoso. Per fortuna Cesena si è sempre ricordata di lui. La città gli ha dedicato due mostre in due anni, una antologica nel 2008 “Il destino di un Uomo nell’arte” e l’altra l’anno seguente sulla via Crucis. Contento di avere conosciuto un grande uomo e un grande scultore della “nostra scuola cesenate”.
Daniele Gualdi

Lo apprendo ora. Vidi per la prima volta una sua mostra a Longiano; ero ancora un ragazzino: mi impressionò moltissimo. I protagonisti erano gli artisti girovaghi del circo. Scoprii solo in un secondo momento, con sorpresa, che si trattava di un artista “locale”. Più tardi ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente. Nonostante l’età avanzata (si lamentava della vista che veniva meno) era di una emotività vivissima: parlando d’arte e di religione, ebbe più volte gli occhi lucidi. Di un persona che si era comportata, secondo lui, in modo scortese, mi disse: “Ma io mi sono vendicato: gli ho detto che, con quella barba, assomigliava a Rodin”. Poi aggiunse, con un sorriso sardonico, “lui non lo sa che io Rodin lo odio!”. Era uno spirito sottilissimo, capace di finezze inarrivabili. Ci mancherà.
Roberto Mercadini

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Verso i sette anni misi assieme dei soldi e comprai due cose: una bicicletta e il dizionario Melzi, in due volumi, un repertorio ricco di immagini da dove mi divertivo ricopiare, a mano libera, le tavole illustrative dei personaggi e guardavo con attenzione le riproduzioni delle opere di Masaccio, Michelangelo, Leonardo e altri grandi maestri del passato; passavo gran parte del tempo a riempire dei foglietti – tantissimi – di disegni, tutto quello che trovavo lo disegnavo. Disegnare era una necessità che ancora oggi, a distanza di tanti anni, sento fortissima.

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CESENA – Ilario Fioravanti, l’eclettico artista, pittore, scultore, architetto cesenate, si è spento domenica verso le 17.15, per un blocco renale. La notizia ha lasciato commossi parenti ed amici, nonostante già da tempo le sue condizioni di salute fossero peggiorate.

Nato a Cesena il 25 settembre 1922, Ilario Fioravanti ha vissuto per l’arte, dedicandosi, anche contro il volere della famiglia, alla pittura e alla scultura. Di professione architetto, non ha mai abbandonato la Romagna, nonostante molte fossero le richieste in giro per l’Italia: il portale del Duomo di Cesena, il monastero delle monache benedettine, gli edifici pubblici, come la Scuola materna di Gualdo, le statue, le molte opere di grafica, rimangono a testimoniare un’operosità incessante.

Dalla giovinezza egli non ha quasi passato giorno senza disegnare, senza mettere su carta i suoi sogni, i suoi pensieri, oppure plasmando l’argilla, pratica che, affermava, aveva ereditato dalla madre. La sua fede, incentrata sul dialogo fra l’uomo e Dio, dava alle sue opere uno spessore spirituale tale da affascinare i critici: negli anni Novanta il poeta Giovanni Testori dedicò un volume alle opere di Fioravanti, seguito, all’inizio del XXI secolo, da Vittorio Sgarbi, che divulgò in Italia e all’estero il nome dell’artista cesenate.

Negli ultimi anni la sua casa-studio a Sorrivoli, ribattezzata “Casa dell’Upupa”, è diventata, grazie alla collaborazione di Flaminio e Massimo Balestra, un importante luogo di ritrovi culturali: anche se era sempre più raro che Fioravanti presenziasse a questi incontri, ogni volta che c’era i partecipanti rimanevano colpiti dalla vitalità intellettuale e culturale di un artista che, benché giunto a un’età venerabile, era sempre pronto a mettersi in discussione, senza mai salire sul piedistallo. Affiancato dall’amata moglie Adele, Ilario Fioravanti ha saputo essere un grande artista e un grande uomo. I funerali dovrebbero tenersi mercoledì pomeriggio nel Duomo di Cesena.

Fonte: romagnanoi.it

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Written by filippo

31 gennaio 2012 at 7:51 PM

Pubblicato su Arte, Attualità

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

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WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt

Fin da ragazzo studiai con selvaggia intensità i nostri maestri antichi. È questo studio, lungo e faticoso, l’unica fonte della mia arte e a questo aggiungo il mio potente bisogno di sincerità. (A. Wildt, 1915)

WILDT, L’anima e le forme da Michelangelo a Klimt (28 gennaio – 17 giugno 2012)
Forlì, Musei San Domenico piazza Guido da Montefeltro
Mostra a cura di Fernando Mazzocca e Paola Mola

La Mostra
Adolfo Wildt (Milano, 1868-1931) è il genio dimenticato del Novecento italiano. Per lungo tempo, nonostante i riconoscimenti e la fama raggiunti in vita – gli fu assegnata per chiari meriti la cattedra di scultura nella prestigiosa Accademia di Brera a Milano e fu nominato Accademico d’Italia – il suo apprezzamento da parte della critica è rimasto controverso. Solo ora si torna finalmente a considerarlo tra i massimi scultori del Novecento. Estraneo al mondo delle avanguardie e anticonformista, capace di fondere nella sua arte classico e anticlassico, Wildt è un caso unico in questo suo essere in ogni istante tutto e senza luogo. Il passato non è più un flusso lineare di cose trascorse ma, come insegna Baudelaire, un tempo nuovo, decadenza e modernità assieme, una vasta landa di significati cristallizzati – Egitto e Grecia, Gotico e Rinascimento – che sopravvivono l’uno accanto all’altro, disponibili all’uso e al rischio dell’interpretazione.

La sua incredibile eccellenza tecnica e lo straordinario eclettismo furono attaccati sia dai conservatori – che non lo vedevano allineato per i contenuti ancora pervasi dal Simbolismo e per le scelte formali caratterizzate da richiami gotici ed espressionisti estranei alla tradizione mediterranea e all’arte di regime – sia dai sostenitori del moderno che mettevano in discussione la sua fedeltà alla figura, la vocazione monumentale, il continuo dialogo con i grandi scultori e pittori del passato, e la predilizione della scultura come esaltazione della tecnica e del materiale tradizionalmente privilegiato, il marmo, che lui sapeva rendere con effetti sorprendenti sino alla più elevata purificazione dell’immagine. Questi aspetti, che ne hanno condizionato per lungo tempo la fortuna, esercitano oggi su di noi un fascino nuovo che solo una grande mostra può finalmente restituire.

Partendo dall’eccezionale nucleo di opere conservate a Forlì, dovute al mecenatismo della famiglia Paulucci di Calboli, protagonista della storia della città e della storia nazionale, e grazie alla disponibilità dell’Archivio Scheiwiller (il grande editore milanese che per via familiare ha ereditato molte opere e materiali di Wildt), è oggi possibile radunare una serie di straordinari capolavori di Wildt e ricostruire il percorso più completo della sua produzione sia scultorea sia grafica. L’idea che governa questa esposizione non è semplicemente quella di una rassegna di carattere monografico, ma quella di un percorso che (come nel caso della recente mostra di Forlì su Canova) metta in relazione profonda le sue opere con quelle degli artisti – pittori e scultori – del passato (come Fidia, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Dürer, Pisanello, Bramante, Michelangelo, Bramantino, Bronzino, Bambaia, Cellini, Bernini, Canova) e dei moderni (Previati, Dudreville, Mazzucotelli, Rodin, Klimt, De Chirico, Morandi, Casorati, Martini, Messina, Fontana, Melotti) con cui si è intensamente e originalmente confrontato, attraversando ambiti e momenti diversi della vicenda artistica. I temi da lui privilegiati, come quelli del mito e della maschera, gli consentirono di dialogare anche con la musica (Wagner) e la letteratura contemporanea, da D’Annunzio (che fu suo collezionista) a Pirandello e Bontempelli; così, da ritrattista eccezionale quale era, con i magnifici busti colossali di Mussolini, Vittorio Emanuele III, Pio XI, Margherita Sarfatti, Toscanini e di tanti eroi di quegli anni, egli ha saputo creare un Olimpo di inquietanti idoli moderni. Wildt vuole condurre i gesti, i volti, le figure umane a una nudità essenziale, coglierne l’anima consentendo al pensiero di giungere a un’armonia maturata e composta tra la linea e la forma.

Sito ufficiale
http://www.mostrawildt.it

Informazioni e prenotazioni mostra
tel. 199.75.75.15
Visite guidate e laboratori
tel. 02.43.35.35.20
servizi@civita.it

Orario di visita
da martedì a venerdì: 9.30-19.00; sabato, domenica, giorni festivi: 9.30-20.00; lunedì chiuso. 9 e 30 aprile apertura straordinaria. La biglietteria chiude un’ora prima.

Modalità di visita
La visita è regolamentata da un sistema di fasce orarie, con ingressi programmati. La prenotazione è obbligatoria per gruppi e scuole ed è consigliata per singoli. Il biglietto della mostra consente la visita alla Pinacoteca Civica.
Biglietti
INTERO € 10,00
RIDOTTO € 7,00
(per gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, titolari di apposite convenzioni, studenti universitari e residenti
nella provincia di Forlì-Cesena)
SPECIALE € 4,00
(per scolaresche – scuole primarie secondarie)
GRATUITO
(per bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, diversamente abili con accompagnatore, due accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino)

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Written by filippo

29 gennaio 2012 at 5:55 PM

Pubblicato su Arte, Mostre e musei

Viaggio in Italia

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VIAGGIO IN ITALIA
Elena Bordignon

DAGLI ANNI SETTANTA fino all’inizio degli anni Ottanta, la fotografia italiana vive un momento di impasse, tra vedute da cartolina di fotoamatori, sperimentatori alla ricerca di tecniche sensazionali e reporter d’assalto votati al culto dello scoop. Un tipo di fotografia slegata cioè dai luoghi “reali” e dalla consapevolezza linguistica del mezzo.

L’evento che contribuì più di altri a dare avvio a un radicale cambiamento fu il progetto “Viaggio in Italia” di Luigi Ghirri (Scandiano, Reggio Emilia, 1943 – Roncocesi, Reggio Emilia, 1992). Era il 1984. Il progetto, che si concretizzava in una mostra e in un libro, coinvolgeva una schiera eterogenea di giovani fotografi: Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Guido Guidi, Mario Cresci, Roberto Salbiati, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella e Giovanni Chiaromonte sono alcuni tra i venti autori invitati in un viaggio per immagini lungo l’Italia per recuperare il contatto diretto e “affettivo” con la realtà.

Luigi Ghirri, fotografo e promotore culturale d’eccellenza, prima di giungere a “Viaggio in Italia” aveva alle spalle una pluriennale analisi dell’immagine non “realistica” ma rappresentata. Pensiamo solo a uno dei suoi lavori più significativi, L’Atlante (1973), dove, senza mai venir meno al rispetto delle potenzialità dello sguardo infantile, guarda alle pagine dell’Atlante come a una straordinaria sintesi del mondo, dove tutti i segni della Terra, naturali e culturali, sono convenzionalmente rappresentati. Ghirri si interroga sul valore concettuale delle immagini, analizzando lo spazio, l’intervallo tra l’idea della fotografia e il suo realizzarsi. E sarà proprio questo il nodo problematico sul quale inizieranno a riflettere gli autori coinvolti in “Viaggio in Italia”: un ripensamento cioè dell’immagine ribaltando la retorica dell’impianto pittorico ottocentesco.

Ecco dunque che acquista senso la dimensione esperienziale del fare fotografico, soprattutto in relazione al paesaggio, quello marginale, escluso, ma anche all’ambiguità del finto e del doppio1. Le fotografie di Ghirri, sintesi di ironico lirismo e stupore per la grandiosità del mondo, quelle di Guido Guidi, indagine sulle architetture “minime” e marginali, così come la luminosa visione mediterranea di Mimmo Jodice, parlano della “memoria dei luoghi”, con un’attenzione particolare alla periferia, ai territori dimenticati, di frontiera, di passaggio tra l’urbano e il rurale, quegli spazi definiti da Celati “dove non c’è niente da vedere”.

Se dovessimo cercare l’origine di questo interesse rivolto al paesaggio, un’importanza notevole l’avrebbero le fotografie degli Alinari, le esperienze di Giuseppe Pagano e Paolo Monti, l’eredità lasciata dalla pittura metafisica di Giorgio De Chirico e le visioni cittadine di Mario Sironi. Ma anche l’opera dei grandi autori americani, Walker Evans, Lee Friedlander, Robert Frank, Stephen Shore, William Eggleston, Robert Adams e Lewis Balz, che hanno un’importanza rilevante anche per molti fotografi di oggi. Guardando all’Europa sono da citare Eugène Atget e Bernd e Hilla Becher con la loro catalogazione di elementi di architettura industriale. Basti pensare al lavoro di Gabriele Basilico (Milano, 1944) “Milano: Ritratti di fabbriche” (1978-1980), dove il linguaggio essenziale e frontale con cui i Becher descrivevano i manufatti industriali è molto evidente.

Da questo primo significativo risultato in Basilico prende avvio quella che Paolo Costantini definisce la “poetica del vuoto” e che si nasconde nelle periferie, nelle aree marginali, banali, anonime. È indicativo che proprio nello stesso anno di “Viaggio in Italia” Basilico, unico fotografo italiano, è invitato dal governo francese alla Mission Photographique de la DATAR, tappa storica nella fotografia pubblica di paesaggio e architettura della seconda metà del Novecento. Nella sua opera, definita monumentale e sistematica3, malinconica sia per i toni sia per la scelta dei soggetti, emerge il grande sforzo di riordinare il disordine delle città, dei sobborghi, delle periferie, per riprogettarlo attraverso una visione fotografica che ne riveli potenzialità e bellezza. Negli anni di intenso lavoro si sono susseguite commissioni pubbliche e ricerche sul territorio: “Bord de Mer”, “Porti di Mare”, “Paesaggi di Viaggi”, “Scambi” e “” (esperienza sconvolgente realizzata nella martoriata Beirut nel 1991), fino alle attuali ricerche esposte al San Francisco Museum of Modern Art: un progetto di viaggio di quasi 5.000 chilometri attraverso San Francisco e la Silicon Valley per raccontare in 600 scatti i cambiamenti e i contrasti di questo pezzo d’America.

Per individuare un ponte ideale tra le esperienze degli anni Ottanta e il decennio successivo, decisiva è la figura di Olivo Barbieri (Carpi, Modena, 1954). Dalle prime esperienze sul paesaggio, in cui l’uso di un colore saturo accentuava una visione nostalgica dei luoghi nostrani, Barbieri, forse il primo in Italia, approda negli anni Novanta a un tipo di fotografia che per forma e portata si estende al mondo globalizzato in continuo mutamento. Il fotografo viaggia in India, Tibet, Egitto, Cina, estendendo e ampliando il territorio dell’osservabile. Le sue immagini intendono raffigurare in chiave simbolica, quindi non realistica, luoghi e ambienti dove l’uomo, se appare, viene presentato come abitante di un grande plastico, di un luogo artificiale e “finto”. Ecco dunque che negli anni Novanta si assiste a un nuovo tipo di consapevolezza: la fotografia non è più utilizzata come strumento per raccontare i luoghi, descriverli o documentarli, ma come mezzo per misurare il proprio rapporto con il mondo esterno e di conseguenza se stessi e l’altro. Molto velocemente i fotografi eleggono la dimensione mondiale e globalizzata a spazio di ricerca, con la consapevolezza che ora l’immagine ha un ruolo sociale e culturale molto più evoluto e disincantato.

Viaggiare e cercare lontano nuove visioni sembra il frutto di un’esigenza impellente di staccarsi non solo dal proprio ruolo d’origine, ma per testare in presa diretta quei fenomeni i cui effetti collaterali ci ritroviamo a vivere quotidianamente nella nostra realtà4. Ne è un esempio significativo il progetto “4Flight” di Armin Linke (Milano, 1966) per la 7ma Mostra Internazionale di Architettura (2000), in cui le fotografie, stampate su un migliaio di cartoncini formato cartolina, erano raccolte in una grande vasca da dove il pubblico poteva prenderle e portarle via. Per questo lavoro il fotografo segue criteri estetici, antropologici e sociologici con l’obiettivo di dare una testimonianza articolata e complessa dell’attuale stato del pianeta. Accanto a opere ingegneristiche e architettoniche, a documentazioni di attività scientifiche e tecnologiche, appaiono distese naturali incontaminate, paesaggi deserti e minimali. Un altro fotografo che, alla fine degli anni Novanta, ha dato adito a questa “rottura della cornice”, nel quadro della fotografia italiana di paesaggio, è Francesco Jodice (Napoli, 1967).

In progetti, o archivi per accumulo tutt’ora aperti, quali “What We Want” (1995- in progress) — un atlante di comportamenti sociali e urbani attraverso 52 metropoli — “The Secret Trace” (1997-in progress) — pedinamenti fotografici di persone sconosciute in diverse città del mondo — o il più recente “Citytellers” — una serie di “docu-fiction” che toccherà, tra le molte città coinvolte, San Paolo, Stoccolma e Los Angeles — Jodice è interessato a mettere in evidenza, in modi alternativi, le modificazioni sociali. Il suo approccio interdisciplinare (per i suoi progetti Jodice coinvolge sociologi, architetti, urbanisti) ha come obiettivo, attraverso la fotografia e la produzione di film, quello di mettere a fuoco come la società sta cambiando. Differente come esiti, ma altrettanto significativo per individuare i progressivi mutamenti della fotografia di paesaggio, è il lavoro di Massimo Vitali (Como, 1944).

Per lui la fotografia di paesaggio è imprescindibile dall’indagine sui luoghi come centri di aggregazione sociale. In queste grandi visioni corali, riprese da un punto di vista rialzato che consente una visione panoramica a campo lungo, si consumano piaceri, paradossi, tristezze, e si evince come il paesaggio diventi schermo davanti al quale il fotografo narra i grandi riti collettivi. E se in Vitali l’uomo e il paesaggio sono uniti inscindibilmente, nel lavoro di Marina Ballo Charmet (Milano, 1952) dell’uomo restano solo tracce minime, segni sparsi e spesso invisibili a documentarne l’indeterminatezza e l’inconsistenza. Nella serie di lavori “Il limite” (1989), “Con la coda dell’occhio” (1993-1994) e “Rumore di fondo” (1997) ci viene restituito un paesaggio minimo fatto di dettagli: di un campo, di un marciapiede, persone e luoghi indeterminati, senza tempo e spazio definiti. Qui la fotografia registra una sorta di “distruzione” del soggetto, partendo a descriverlo dal fondo, dai particolari irrilevanti e senza un contesto riconoscibile.

Nell’ultimo decennio, fino alle attuali produzioni fotografiche, la visione del paesaggio è poliedrica e difficilmente definibile. Alcune ragioni per spiegare questo mutamento le dà Roberta Valtorta: assistiamo a un progressivo nomadismo, a una profonda perdita dell’identità dei luoghi, o più esattamente alla nascita di identità altre. Valtorta constata come in ambito fotografico un concetto unitario di paesaggio diventa impossibile o irrimediabilmente difficile da definire in maniera univoca5. I fotografi, consapevoli della quasi impossibile registrazione di un paesaggio instabile e indefinito, optano per lo studio di frammenti, scelgono pezzi di scena da sostituire ai grandi racconti, preferendo un tipo di analisi spesso episodica dove l’oggetto di riflessione muta continuamente.

Ne è un esempio il lavoro di Teodoro Lupo (Treviso, 1975): nel lavoro “Von hier an Blind” (“Da qui come cieco”, 2005-2006) o, più ancora, in “Schiarirsi le idee (indicazioni sbagliate per)” — progetto iniziato nel 2007 e tutt’ora in corso — il paesaggio diventa spazio di riflessione più che spazio fisico, dove constatare quanto le nostre conoscenze, pregiudizi, immagini interiori influenzino il “lavoro” dei nostri occhi. Se in questa serie è evidente l’allontanamento del giovane fotografo dalla grande tradizione della scuola di paesaggio, questa lontananza si riduce in altri progetti, quali “Due” (2005) e “Radici d’acqua” (2003), dove il paesaggio torna come protagonista di un’indagine analitica del territorio. Il suo modo di procedere, fatto di lunghe osservazioni mirate per cogliere pochi, essenziali frammenti, può essere accostato a quella “pazienza del vedere”6 che

Paolo Costantini attribuiva a Guido Guidi, non a caso uno dei fotografi a cui spesso molti suoi lavori sono stati accostati. Questo oscillare tra la storia della tradizione ed esperienze più libere e meno legate ai luoghi si ritrova anche in Marcello Mariana (Lecco, 1977). Anche lui come Lupo utilizza il mezzo fotografico in modo libero, aprendo a ventaglio i suoi codici e facendo del suo statuto di “arte della rappresentazione” un concetto elastico complesso da definire. Un lavoro che più di altri ci sembra significativo è la ricerca da lui attuata per il “Premio Fotografico Atlante Italiano 007 – Rischio Paesaggio”, “Alpine Wanderer”.

Il fotografo elegge l’arco alpino a soggetto delle sue riflessioni allo scopo di documentarne la sublime grandiosità e le violente contraddizioni: accanto alla vastità della visione naturale ecco comparire l’irruenza umana, sia essa rappresentata da eliche eoliche, grandi palazzoni, da una diga o da una strada. Le tematiche ambientali diventano sempre più spesso indissolubilmente legate alla fotografia di paesaggio, come testimonia il lavoro di Francesca Lazzarini (Lussemburgo, 1976) “Abusivismi”. Il suo lavoro è indirizzato a destabilizzare quel tipo di fotografia impiegata per alimentare una specifica e ingannevole idea di mondo. Da qui il suo disinteressarsi all’aspetto strettamente estetico delle immagini per concentrasi invece sulla loro matrice di critica sociale, con temi quali l’abusivismo, il caro affitti, il turismo di massa, il diritto all’abitare. Al marginale, all’escluso o semplicemente al “brutto” è anche rivolta la ricerca di Michele Cera (Bari, 1973), che in una serie di fotografie scattate nelle città albanesi di Kamza e Berat dal titolo “Paesaggio fragile”, suggerisce l’idea di un paesaggio urbano destrutturato, povero e precario.

In queste immagini è evidente un tema caro ai maestri della scuola di paesaggio: la restituzione “in stile documentario” delle trasformazioni sociali e urbanistiche di una città, senza mai cadere nella metafora e nel retorico7. In Cera, ma anche in molti altri fotografi, è da notare la presenza della figura umana, elemento quasi totalmente assente nella fotografia di paesaggio di quasi trent’anni prima. Come abbiamo visto in molti lavori degli anni Novanta, con Jodice, Linke, Vitali, ma potremmo notare altre esperienze, tra cui quelle di Tancredi Mangano, Paola Di Bello e Walter Niedermayer, solo per citarne alcune, ritorna il corpo in relazione al paesaggio, diventando un’interfaccia per comunicare con lo spazio, o consustanziale al paesaggio stesso.

Allora, anche se prive di presenze umane, le case, gli agglomerati urbani del nord e sud del mondo, con la loro sporcizia, i detriti, le zone degradate o i centri a disumana misura d’uomo, sono lo specchio di un tempo, di un vivere “desiderante”, metafora di uno stile di vita. Significativo in questo senso è l’approccio di Domingo Milella (Bari, 1981), che parte dalla sua città d’origine per interrogare il paesaggio come luogo in cui si solidificano, per cumulazione, le vite dei suoi abitanti. Milella cerca di immortalarne il magma di scelte che portano alla creazione di un costruito che si oppone al naturale, di territori dove passato e presente si scontrano in quelle che lui chiama “crudeli evidenze”. Ecco allora che acquista importanza in quest’ottica il senso di fare fotografia oggi, che, come trent’anni fa, cerca di comunicare con quello che resta il linguaggio più diretto ed efficace, le immagini. Magistrale è in quest’ottica il lavoro di Richard Sympson (Marco Trinca Colonel, Milano, 1980 e Cosimo Pichierri, Taranto, 1976). “Palmo a palmo #3” è un collage di una serie di scatti zenitali, in scala 1:1, per ottenere un’unica fotografia frutto di infiniti punti di vista.

Questo meccanismo, che nega il punto di vista unico e rifiuta la prospettiva come gabbia di percezione della realtà, ha come obiettivo il ribaltamento delle strutture linguistiche della fotografia in un’epoca di ipervisibilità. L’ansia documentaristica delle immagini risulta allora imprigionata in un iperdocumentarismo che finisce per non documentare altro che se stesso.

Elena Bordignon è critica d’arte e curatrice. Vive e lavora a Milano.

Note:
1. Arturo Carlo Quintavalle, Appunti (testo introduttivo), in Viaggio in Italia, cat., Il Quadrante, Alessandria, 1984, pagg. 11- 12.
2. Paolo Costantini, Spazi Aperti nella città diffusa, in Casabella, n. 597-98, Electa Periodici, Milano, 1993, pag. 73.
3. Roberta Valtorta, Poetica e poesia. Una lettura della fotografia italiana contemporanea, in Volti della fotografia, Skira, Milano, 2005, pag. 221.
4. Luca Molinari, Effetti collaterali, in Effetti collaterali, cat., Silvana, Milano, 2002, pag. 11.
5. Roberta Valtorta, Il corpo come interfaccia del paesaggio, in Volti della fotografia, Skira, Milano, 2005, pagg. 151-152.
6. Paolo Costantini, Percepire le differenze, in Fotologia 5, estate-autunno 1986, pag. 80.
7. Vittore Fossati, Vedi alla lettera “C”, in Ereditare il paesaggio, cat., Electa, Milano, 2008, pag. 156.

Fonte

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Written by filippo

28 gennaio 2012 at 8:42 PM

Pubblicato su Arte, Fotografie