Sergio Vacchi

Sergio Vacchi - In Atlantide Praeco. Autoritratto con la maschera
Brenizer Method

Ryan Brenizer
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Ryan Brenizer
Behind the Scenes
Suicidio
Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.
(Cesare Pavese)
Pavese ha corteggiato l’idea del suicidio per tutta la vita, collegandola costantemente con il tema amoroso. Ne “Il mestiere di vivere” le motivazioni del suicidio sono affrontate da tutti i lati. Il 24 aprile 1936 Pavese contrappone al suicidio la “smania dell’autodistruzione”. Il suicidio sarebbe un gesto eroico, un’affermazione della “dignità dell’uomo davanti al destino”, ma Pavese, che in questo momento lo rifiuta, sente che sta per avviarsi sulla via dell’autodistruzione. Egli sostiene che l’autodistruttore è una persona innamorata della vita, che distrugge se stesso per “scoprire entro di sè ogni magagna, ogni viltà”; e per fare in modo che avvenga questa disposizione autodistruttiva, ricerca, s’inebria, gode di queste magagne e di queste viltà. L’autodistruttore, che “è soprattutto un commediante e un padrone di sè”, non trascura “nessuna opportunità di sentirsi e provarsi”. In un certo senso è un ottimista che “spera ogni cosa dalla vita”.
Al suicidio, con tale disposizione, si può arrivare soltanto per imprudenza oppure se si cede alla “smania di costruzione, di sistemazione”, ossia ad un imperativo morale. L’autodistruzione è identificabile con una vita che a Pavese sembra di poca importanza: è la vita appunto che sta conducendo, che nel contempo in parte condanna ed in parte accetta con soddisfazione. L’autodistruzione si configura quindi come una manifestazione di insofferenza nei confronti dell’esistenza umana, una manifestazione che in Pavese viene descritta in forma tragica, in quanto l’autodistruzione è un modo per avvicinarsi sempre di più al suicidio, che però non viene mai messo in pratica da un uomo non “cresciuto moralmente”, “vano” (10 aprile 1936), che pensa di liberarsi dalle sofferenze della vita attraverso il suicidio, ma senza commetterlo e afferma: “il mio principio è il suicidio, mai consumato, che non consumerò mai, ma che mi carezza la sensibilità”.
Pavese è consapevole che l’idea dominante del suicidio può trasformarsi in abitudine: “Il maggiore torto del suicida è non d’uccidersi, ma di pensarci e non farlo” (6 novembre 1937). La convinzione di non poter mai attuare il suicidio è anche espressa il 23 marzo 1938, quando Pavese dice: “non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi”. Da un altro lato emerge, in contrapposizione all’autodistruzione, l’idea di un suicidio inteso come atto dimostrativo: “perchè non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire?”; “E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di una vita” (30 novembre 1937). E ancora: “resta sempre che voler uccidersi è desiderare che la propria morte abbia un significato, sia suprema scelta, un atto inconfondibile” (8 gennaio 1938). Con queste parole l’autore sembra esortare l’uomo a non attendere la morte naturale e a non lasciarsi sfuggire l’opportunità di decidere da solo della sua esistenza. Attraverso il suicidio l’uomo vuole dimostrare qualcosa, esprimere la sua insoddisfazione nei confronti dell’esistere; questa scontentezza cade però nel momento in cui egli si avvicina alla morte e comprende la grande importanza della vita, il forte attaccamento ad essa.
Pavese parla anche del suicidio per disperazione, dovuto alla sua impotenza di avere un rapporto con le donne: “Ci voleva l’impotenza, la convinzione che nessuna donna si goda la chiavata con me, che non se la godrà mai ed ecco quest’angoscia. Questo è veramente il dolore che accoppa ogni energia: se non si è uomo, se non si possiede la potenza di quel membro, se si deve passare tra donne senza potere pretendere, come si può farsi forza e reggere? C’è un suicidio meglio giustificato?” (23 dicembre 1937); si tratta di un suicidio che dà una sorta di felicità: “Perchè quest’allegrezza sorda e profonda, fondamentale, che sorge nelle vene e nella gola di chi ha stabilito d’uccidersi? Davanti alla morte non dura più che la bruta coscienza che siamo ancora vivi” (5 febbraio 1938). Questo significa che per Pavese il suicidio appare come un gesto che l’uomo attua a causa della debolezza che egli sente e alla disperazione che egli prova di fronte all’impossibilità di realizzare la propria volontà.
Pavese analizza anche il suicidio inteso come forma di chiara decisione di porre fine alla disperazione divenuta ormai un’abitudine: Pavese definisce coraggiosi coloro che soffrono profondamente., perché in questa maniera fanno del loro dolore una ragione di vita, che si tramuta poi in una motivazione del loro agire, ossia del fatto che compiono il suicidio, quindi afferma: “Hanno coraggio quelli che per indole sanno soffrire in modo irruente e totalitario: così si disarma la sofferenza, la si fa nostra creazione, elezione, rassegnazione. Giustificazione del suicidio” (10 novembre 1938).
Nel 1946 Pavese inizia a concepire il suicidio come una soluzione utile a mettere in evidenza il vuoto ed il senso di smarrimento che si cela dietro alle soddisfazioni che derivano dal suo operato ed in seguito dal successo che sta ottenendo. Dopo aver espresso la sua contentezza per gli innumerevoli risultati raggiunti dal punto di vista letterario, Pavese afferma: “Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo”(I° gennaio 1946). Quest’ultimo asserimento appare piuttosto avvilente, in quanto egli si rende conto che, nonostante possieda innumerevoli capacità, vive in una condizione di completo estraniamento dalla realtà e di profonda solitudine. Poi continua dicendo: “Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno”, ripetendo quel concetto di disimpegno sociale che lo deprimeva (“Non ho mai combattuto, ricordalo”). E’ la prima volta, ne “Il mestiere di vivere”, che il suicidio sembra iniziare a concretizzarsi.
Man mano che si consolidano i raggiungimenti sia nella carriera di scrittore che in quella editoriale, in Pavese si accentua l’idea di materializzare il suicidio, in particolare a partire dal 1948. Lo scrittore comincia a percepire addirittura una forte mancanza di vitalità, anche dal punto di vista fisico: “sentito per la prima volta – oggettivamente – la decadenza fisica, l’incapacità di fare uno sforzo, un salto, un exploit” (I luglio 1949) e dell’esaurimento nervoso (28 novembre 1949); “sono molto deteriorato dal ’34 e dal ’38. Allora ero smaniosissimo ma non malato” (6 marzo 1950). Tra le spinte al suicidio è presente anche la responsabilità politica: “La beatitudine del ‘48-’49 è tutta scontata. Dietro quella soddisfazione olimpica c’era questo – l’impotenza e il rifiuto a impegnarmi. Adesso, a modo mio, sono entrato nel gorgo: contemplo la mia impotenza, me la sento nelle ossa, e mi sono impegnato nella responsabilità politica, che mi schiaccia. La risposta è una sola – suicidio (27 maggio 1950).
Pavese sembra quindi optare per il suicidio, in quanto si vede incapace di affrontare la vita sociale: il suo impegno politico coincide con un inutile gesto di ribellione, che finisce col confermare il suo senso di impotenza e di frustrazione di fronte all’esistenza. Nelle note dei giorni 9, 16, 20, 21 e 22 marzo 1950 vengono espressi profondi sentimenti per una donna da lui molto amata, Costance, per la quale prova una passione quasi adolescenziale, un desiderio di matrimonio, ma in seguito tutto si tramuta in un tentativo di rassegnazione ed in tragedia: l’amore risulta così inappagante ed impossibile, incapace di dare una risposta al senso di solitudine e di emarginazione. Il suicidio si presenta come manifestazione della volontà: “sempre gli è allacciata [all’amore] la volontà di morire, di sparirci: forse perché esso è tanto prepotentemente vita che, sparendo in lui, la vita sarebbe affermata anche di più?” (23 marzo 1950). Da questa riflessione emergono le possibili motivazioni che potrebbero spingerlo ad un suicidio che non è da attribuire alla donna, ma ad una condanna che sembra pesare su Pavese: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla” (25 marzo 1950); il gesto – il gesto non deve essere una vendetta. Dev’essere una calma e stanca rinuncia, una chiusa di conti, un fatto privato e ritmico. L’ultima battuta” (10 maggio 1950). Soltanto verso gli ultimi giorni della sua vita, il suicidio si configura come atto dimostrativo che lo scrittore indirizza alla donna ed afferma: “Il coraggio. Tutto starà nell’averlo al momento buono – quando non le nuocerò – ma che lo sappia, che lo sappia” (27 maggio 1950); o come una vendetta (“I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo”, 17 agosto 1950).
Il 17 agosto1950 Pavese scrive, come d’abitudine, il resoconto di quell’anno che, per lui, volgeva verso la fine: si tratta però anche del resoconto di un’intera vita, una spiegazione delle ragioni che lo portano a porre fine alla sua tormentata esistenza: “E’ la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No, non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’ “inquietudine angosciosa” [cioè di Constance Dowling, l’ultima amata], sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali – se non quelli, altri? Resta che ora so qual è il mio più alto trionfo – e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita. Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.
Il 18 agosto, mentre forse aveva già pronte le bustine di sonnifero che lo avrebbero liberato dall’angoscia, scrisse l’ultima pagina del suo diario: non più per sé, ma per la sua donna. E’ una pagina in cui egli esprime la sua incapacità di lottare tra l’istinto vitale e quello di morte, una pagina che si conclude con: “ Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. L’atto di scrivere, negato per l’avvenire, è esercitato per l’ultima volta. Pavese muore, ma da scrittore. Da scrittore che non scriverà più. E’ lo scrittore che ha voluto chiudere in modo degno il suo diario, vincendo una temuta impossibilità (“Non si può finire con stile”, 20 luglio 1950): lo scrittore come eroe della propria scrittura, e perciò anche come personaggio.
È morta Fernanda Pivano
Ieri, mercoledì 19 agosto, è morta Fernanda Pivano.
Nel periodo in cui lessi tutto ciò che si trovava tradotto in italiano di Charles Bukowski (probabilmente il mio scrittore preferito) ad eccezione delle poesie, conobbi Fernanda Pivano.
La ritrovavo in diversi siti dove cercavo informazioni su Bukowski e in qualche introduzione dei suoi libri; in particolare la ricordo nel volume “Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle”, dove intervistava lo scrittore americano.
Ha avuto una vita lunga, ha avuto una vita intensa, dove ha potuto dedicarsi alla propria passione e conoscere alcuni degli scrittori più importanti del 1900.
La invidio.
Fernanda Pivano ha contribuito ininterrottamente alla diffusione e alla conoscenza critica degli scrittori contemporanei più significativi d’America in Italia: da quelli del dissenso “negro”, come Richard Wright, a quelli del dissenso non violento degli anni Sessanta (Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti), l’autore della dissacrazione del sogno americano Charles Bukowski, fino a giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer. (Fonte: it.wikipedia.org)

Fernanda Pivano e Charles Bukowski
L’ultimo testo scritto per il corriere nel giorno del suo 92esimo compleanno
La mia giovane vecchiaia e il dono di Gore Vidal
Questo è l’ultimo intervento di Fernanda Pivano scritto per il Corriere della Sera. E’ stato pubblicato il 18 luglio di quest’anno, giorno del suo 92esimo compleanno. E’ un testo dedicato agli interrogativi posti dalla vecchiaia, ai ricordi e alla nostalgia degli anni della gioventù, nei quali si innamorò della nuova letteratura americana, i cui autori proprio lei contribuì a far scoprire con le sue traduzioni.
Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti, alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po’ nella memoria.
Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant’anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell’ ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell’ aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per «vedere» dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.
Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell’ eternità quando al massimo avevano compiuto settant’ anni. Troppo presto.
Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n’ è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell’ età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.
Posso confidarvi che l’ ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: «Let’ s make a baby – facciamo un bambino». Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza «che giocò con la vita per tutti i novant’anni»
Fernanda Pivano
Fonte: corriere.it
La nota scrittrice aveva 92 anni
L’ambasciatrice della “beat generation” ci ha lasciato orfani in una calda notte di agosto. Fernanda Pivano è morta in una clinica di Milano, dove era ricoverata da tempo. Giornalista, scrittrice, traduttrice e critica musicale, nota per aver contribuito a diffondere in Italia gli autori della beat generation, aveva da poco compiuto 92 anni. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.La sua attività poliedrica l’ha portata ad essere testimone di avvenimenti e personaggi letterari profondamente radicati nella cultura del secolo passato. Fernanda Pivano è stata una figura di rilievo nella scena culturale italiana, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento, amica, ambasciatrice e complice di autori leggendari, da Hemingway a Kerouac, da Edgard Lee Masters a Scott Fitzgerald.
Da Genova si trasferì adolescente con la famiglia a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo D’Azeglio. Nel 1941 si laurea in lettere con una tesi in letteratura americana sul capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, che viene premiata dal Centro di Studi Americani di Roma.
Nel 1943 pubblica per Einaudi la sua prima traduzione, parziale, della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, lavoro che segna l’inizio della carriera letteraria sotto la guida di Cesare Pavese, già suo professore al liceo. Nello stesso anno si laurea in filosofia con Nicola Abbagnano, di cui sarà assistente per diversi anni.
Nel 1948, a Cortina, Fernanda Pivano incontra Ernest Hemingway con il quale instaura un intenso rapporto professionale e di amicizia. L’anno successivo la Mondadori pubblica la sua traduzione di “Addio alle armi”. Negli anni seguenti curerà la traduzione dell’intera opera di Hemingway, intensificando l’amicizia con lo scrittore americano, del quale sarà più volte ospite in Italia, a Cuba e negli Usa.
“Non ho fatto niente per arrivare a 91 anni, un giorno mi ha detto che li avevo”, ironizzava prima del suo novantaduesimo compleanno, festeggiato lo scorso 18 luglio. La pace e la libertà sono state sempre il suo faro, dagli anni del liceo d’Azeglio a Torino frequentato da Primo Levi e con Cesare Pavese come insegnante dove conobbe l’antifascismo e la resistenza, al suo arresto quando le SS tedesche in una retata da Einaudi trovarono il suo contratto per la traduzione di Addio alle armi, il libro di Hemingway proibito dal governo fascista; all’Antologia di Spoon River, tradotta di nascosto, agli anni delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam.
Il cordoglio di Napolitano
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha inviato alla famiglia Pivano un messaggio di cordoglio: “Apprendo con commozione la triste notizia della scomparsa di Fernanda Pivano, fine intellettuale, protagonista della cultura italiana”. “Fernanda Pivano ha dato un contributo straordinario alla capacità della cultura italiana di tessere e coltivare rapporti che hanno arricchito il nostro patrimonio”, ha scritto il capo dello Stato.
Fone: tgcom
La mia vera faccia

Alexander Gardner - Ritratto di Lewis Payne
Con qualunque persona io parli, insomma, ho bisogno di farmi una faccia speciale adatta a una qualche particolare debolezza di detta persona, con evidente pregiudizio di quella che potrebbe essere la mia faccia vera. Sono così anche riuscito a non saper più quale sia questa mia faccia. Che magari non c’è neanche.
(Cesare Pavese)