Yannis Kolesidis

Yannis Kolesidis, Greece, Reuters
A man’s hand drips blood as he stands in front of riot police at a demonstration outside the Greek parliament in Athens, on December 9. Protests were triggered when a 15-year-old boy was killed by a police bullet in an incident in the city three days earlier. Demonstrations widened to include broader expressions of political grievance, in what became Greece’s worst rioting in decades.
Fonte: worldpressphoto.org
In Bruges – La coscienza dell’assassino

In Bruges
Ho visto il film “In Bruges“, di Martin McDonagh.
Davvero niente male.
Per una buona parte sembra quasi uno spot pubblicitario della cittadina belga e sentire Ken (Brendan Gleeson, il paparino di “28 giorni dopo”) leggere sulla guida turistica che è la cittadina medievale meglio conservata del Belgio e vedere lo stesso Ken, con Ray (Colin Farrell, “Tigerland”), bere birra belga in continuazione, mi ha convinto a visitarla.
Fra le qualità del film: la sceneggiatura precisa e priva di buchi, gli attori Brendan Glesson e Ralph Fiennes (anche Colin Farrell non mi dispiace, quando solitamente mi sta sulle palle, a pelle), l’ambientazione stupenda (e la fotografia che la valorizza ulteriormente), i personaggi secondari e la capacità del film di coinvolgerti nonostante una iniziale freddezza.
La trama senza spoiler (da it.wikipedia.org)
Il film racconta le vicende di due sicari, interpretati da Colin Farrell e Brendan Gleeson, che dopo un colpo andato male, vengono spediti dal loro capo (Ralph Fiennes) nella tranquilla città di Bruges. La pace del luogo è in contrasto con la “coscienza” dei tre uomini, che dovranno prendere decisioni importanti.
Un estratto della recensione (da filmtv.it)
Una sorpresa piacevole Martin McDonagh, 38enne premiato nel 2006 con l’Oscar per il suo corto Six Shooter. La sceneggiatura trasuda il rigore di una lunga frequentazione col teatro, ad alto tasso di ironia e con la musica sobria di Carter Burwell. La classica storia che all’inizio ti respinge, poi ti prende piano piano e ti aggancia senza appello. Si cita Orson Welles e Carlito’s Way, si respira aria di Scorsese discutendo di salvezza e legittimità del suicidio. Con la naturalezza e la meditata intelligenza di un’ottima opera prima.
Qualche appunto turistico sulla città (da cadillactrip.it)
Non solo Bruges è una delle città del Belgio più visitate ma è anche la città Medievale meglio conservata d’Europa. Bruges rappresenta una romantica finestra sul Mondo medievale e può essere visitata con un tour in battello o semplicemente a piedi. […] Tutta la città, con i suoi canali, il Beghinaggio e il lago d’amore “Minnewater” è un’oasi di pace e un dolce invito a una vacanza a due romantica e serena.
Qualche appunto turistico sulla città (da qviaggi.it)
Bruges è la città d’arte più famosa del Belgio. Tutta la città è un vero museo a cielo aperto dove i visitatori vengono avvolti da una atmosfera romantica e suggestiva. L’architettura è gotica rinascimentale e tutto l’insieme trasuda fascino. Da visitare il Palazzo sede del Municipio, il Museo Comunale, la Cattedrale in cui si trova un’opera giovanile di Michelangelo: la Madonna col bambino, definita una delle meraviglie del Belgio. Il centro storico di Bruges è patrimonio dell’umanità UNESCO.
Aggiornamento del 10/12/2009, sono stato a Bruges!
-> Viaggio in Belgio e Olanda

In Bruges, una scena del film
Il cellulare (e facebook?)
Quale fu la cosa che mi sorprese di più nei primi giorni dei miei giri per la città?
La cosa più ovvia: i cellulari…
Ovunque andassi, qualcuno mi veniva incontro parlando al telefono e qualcuno mi seguiva parlando al telefono.
Per uno che spesso passava molti giorni di seguito senza parlare con qualcuno, fui costretto a domandarmi cos’era crollato nella gente, di ciò che prima la teneva insieme, per rendere l’incessante chiacchiericcio telefonico preferibile a una passeggiata sotto la sorveglianza di nessuno, a un momento di solitudine che permetteva di assimilare le strade attraverso i propri sensi corporei e di pensare la miriade di pensieri che ispirano le attività di una città. Per me, faceva sembrare comiche le strade e ridicole le persone. Eppure sembrava anche un’autentica tragedia. Sradicare l’esperienza della separazione doveva avere inevitabilmente un effetto drammatico…
Tu sai che puoi raggiungere l’altra persona in ogni momento, e se non puoi diventi impaziente, impaziente e irritato come un piccolo, stupido dio.
Sapevo bene che il silenzio di fondo era stato abolito da un pezzo nei ristoranti, negli ascensori e nei campi da baseball, ma che l’immensa solitudine degli esseri umani dovesse produrre questo sconfinato desiderio di essere ascoltati, unito al disinteresse per chi ascolta le tue conversazioni… una sinistra collettività in cui tutti spiano tutti gli altri, tutti sono controllati dall’altra persona all’altro capo della linea, anche se, nel telefonarsi senza posa da ogni parte, all’aria aperta, chi telefona crede di godere della massima libertà.
(Philip Roth, “Il fantasma esce di scena”)
Confidenze mute, di J.K. Black (2)
quando apro gli occhi vedo sulla parete opposta una cornice con dentro tante piccole foto indefinite.
mi alzo dal letto e mi dirigo in bagno.
l’afa soffocante mi passa accanto con umidi sussurri.
sistemo le mutande, regalandomi anche una grattata sulla coscia.
passo davanti ad una stanza vuota e c’è una sedie scostata dal tavolo.
la sedia mi parla
– hai visto che ti hanno detto?
– no
– ahah stronzo, vedrai vedrai…
arrivo in bagno, chiudo a chiave la porta anche se la casa è vuota.
piscio, mi lavo, mi sciacquo gli occhi e la bocca e controllo che il viso sia sempre il solito.
sono le 8.
sulla scrivania ci sono tanti fogli, brochure, riviste e volantini.
tante promesse di viaggi, esperienze, conoscenze e curiosità.
il problema però è la cornice sulla parete.
sarebbe da togliere, ma è troppo in alto per arrivarci.
la routine ha inizio, ma puntualmente volgo lo sguardo in alto.
sarebbe da uscire, ma fuori non c’è nessuno.
Confidenze mute, di J.K. Black (1)
quando apro gli occhi lei è lì.
dorme morbida e silenziosa, un sonno sereno.
ancora prima di pensare che la sveglierò, mi scappa di bocca
– tu che ci fai qui?
spalanca gli occhi, il sonno era sereno ma anche leggero, e risponde
– come?
– che ci fai qui?
– …che dici?
non è importante.
la abbraccio come fosse un appiglio sul vuoto e rimango lì in silenzio.
sento una mano passarmi sulla testa, più volte.
avvolti muti, ascolto i nostri respiri.
batto le palpebre.
un rumore.
tendo le orecchie.
batto le palpebre.
questa volta il rumore è più netto.
scia rumorosa di una macchina.
batto le palpebre.
ora il suono è chiaro e riconoscibile.
dietro le palpebre non è più nero ma c’è una luce rossastra.
batto le palpebre.
lei non c’è più.
le macchine sotto casa si, passano numerose.
farò tardi al lavoro.