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Un fotografia sbagliata per rappresentare l’atrocità

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The Man on the Operating Table, di Andrew Quilty

The Man on the Operating Table, di Andrew Quilty

Qualcuno di autorevole (non riporto il nome perchè lo scopo non è duellare, ma aggiungere elementi si cui riflettere) aveva criticato le mie osservazioni sull’estetica della fotografia The Man on the Operating Table, di Andrew Quilty:
«Com’è facile esprimere queste sottili letture estetiche a fronte di una tragedia! Che bella foto di morte! Benjamin scriveva che uno dei mali peggiori della fotografia è quello di trasformare la morte in spettacolo. Il guaio è che ancora oggi la fotografia di reportage vive spesso su questo equivoco.»

A cui avevo risposto:
«Credo sia inevitabile che chi ha a che fare con una disciplina, abbia una lettura come semplice spettatore, soggetto quindi al dramma a cui assiste e alla volontà di chi ha creato quella fotografia, ma anche una lettura tecnica ed estetica. Una fotografia efficace spinge l’osservatore a soffermarsi, a informarsi e a capire, e questa lo è per diversi motivi, io ne ho indicati alcuni».

A distanza di tempo ho letto alcune riflessioni interessanti del giornalista australiano Jeff Sparrow sul The Guardian, che si ricollegano all’argomento e di cui riporto un estratto:
“[…] In un dialogo fra gli scrittori Jim Lewis e Luc Sante, Lewis sosteneva che gli inviati di guerra dovevano praticare una sorta di antifotografia:
«Sinceramente non penso che l’immagine di una atrocità debba essere bella e ben composta… Dovrebbe essere composta in modo casuale, affrettato, solo stampata in modo professionale.»
Emotivamente capiamo quello che intende dire. Se è allucinante pensare a un fotografo che regola l’esposimetro tra i cadaveri e i moribondi, lo è ancora di più immaginare un esperto di fotografia che contempla accarezzandosi il mento una decapitazione perfettamente composta.
Ma a livello razionale questa obiezione non ha senso. Equivale a dire che i primi giornalisti che arrivarono ad Auschwitz avrebbero dovuto scrivere articoli sgrammaticati perchè una cattiva prosa avrebbe espresso meglio la tragica realtà.
Le pretesa di Lewis che le foto debbano essere brutte riflette una confusione piuttosto comune su quello che una macchina fotografica può o non può fare […]”

Ovviamente l’argomento non è concluso – non c’è una risposta esatta o definitiva -, e tornerà fuori ciclicamente, come è già accaduto.

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Written by filippo

8 July 2016 at 6:40 pm

The Man on the Operating Table, di Andrew Quilty

with one comment

The Man on the Operating Table, by Andrew Quilty

The Man on the Operating Table, by Andrew Quilty

Come sostiene già qualcuno, sono d’accordo che questa fotografia di Andrew Quilty meriterebbe di vincere il World Press Photo di quest’anno.

Oltre a testimoniare la tragica notizia del bombardamento americano “accidentale” dell’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz, in Afghanistan, ci sono alcuni elementi visivi che rendono la scena più intensa di quel che potrebbe essere (ad esempio senza tavolo operatorio, col cadavere ben visibile, ecc., sarebbe molto diversa).

L’inquadratura contestualizza l’ospedale bombardato, il corpo è su un tavolo operatorio e appartiene a qualcuno che sperava di guarire e invece ha trovato la morte (la storia della vittima in italiano è su Internazionale di questa settimana); il pannello del soffitto e la tenda che lo coprono conservano la dignità dell’uomo e questo facilita anche la comprensione della sua tragedia all’osservatore, eliminando dettagli superflui e ulteriormente macabri, che distrarrebbero; la posa del corpo richiama la croce (siamo inevitabilmente sensibili all’iconografia cristiana).

Non riesco ad immaginare una immagine più efficace, per esprimere quella tragedia e quel tipo di tragedia.

Ulteriori informazioni, in inglese, QUI.

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Written by filippo

18 January 2016 at 7:57 pm