Archive for the ‘Mostre e musei’ Category
Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità
Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità
Firenze – Palazzo Strozzi, 12 marzo – 17 luglio 2011
Curatori: Eugenio Carmona, Christoph Vitali
Dedicata alla produzione giovanile di maestri che hanno avuto un ruolo decisivo per gli esordi dell’arte moderna, la mostra prende in esame il periodo pre-cubista di Picasso con suoi lavori anteriori al 1907, mentre le opere di Miró realizzate fra il 1915 e il 1920 sono presentate in relazione con quelle di Dalí del quinquennio 1920-1925 per porre in evidenza le differenze e relazioni stilistiche che caratterizzano il periodo precedente all’adesione dei due artisti alla poetica del Surrealismo.
La mostra Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità presenta più di sessanta opere della produzione giovanile di Picasso, Miró e Dalí e oltre cento schizzi picassiani, provenienti dai più importanti musei spagnoli, dal Metropolitan Museum of Art e da collezioni private.
Cresciuti in Catalogna, i tre artisti raggiunsero la fama in Francia, dove i primi due scelsero di vivere e costruire la propria carriera, mentre Dalí decise di rimanere in Spagna. L’esposizione è strutturata come un film composto da flashback che rinviano a una serie di incontri che viaggiano a ritroso per riannodare le fila di un racconto: comincia con la visita di Dalí a Picasso (1926), traccia poi la nascita della modernità attraverso le risposte di Dalí a Miró, evidenzia l’incrocio fra Miró e Picasso (1917) e termina ancor prima dell’arrivo del giovanissimo Picasso a Parigi nel 1900, all’inizio del nuovo secolo.
Esposto in questa mostra per la prima volta fuori dalla Spagna il quaderno di Picasso Cahier 7 del 1907, che raccoglie i primissimi schizzi per il suo rivoluzionario capolavoro Les Demoiselles d’Avignon, che hanno rappresentato sollecitazioni fortissime per Dalí e Miró e in generale punto di partenza per la nascita del linguaggio dell’arte moderna.
Informazioni in mostra: tel. +39 055 2645155
Orari di apertura: tutti i giorni 9.00-20.00, giovedì 9.00-23.00
Non vi aspettate di trovare i lavori più famosi di tre dei più grandi protagonisti del novecento, alla mostra Picasso, Miró, Dalí. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità. Al contrario, potrete scoprire aspetti poco noti e marginali della loro produzione, l’eclettismo ed il coraggio dei ragazzi, la tenacia con cui hanno saputo costruire il loro linguaggio pittorico.
La mostra, una delle più interessanti della primavera italiana 2011, aprirà i battenti il 12 marzo a Palazzo Strozzi di Firenze. Un allestimento originale ed innovativo, nato dalla mente di Christoph Vitali, con la collaborazione alla curatela di Eugenio Carmona. Ci saranno quadri del periodo precubista di Picasso (1900-1905) ed un centinaio di suoi schizzi giovanili. L’approdo a Parigi ad inizio secolo, la nascita della rivista Arte Joven a Madrid, un periodo ricco di suggestioni rivoluzionarie e battaglie politiche, ben documentato anche nella sua produzione artistica.
Le opere di Joan Miró in mostra appartengono invece al periodo 1915-20. Il giovane catalano intraprende il suo viaggio nel mondo dell’arte a partire da un radicale rifiuto per la pittura figurativa e il suo rapporto con le classi dominati. Il pennello di Mirò si scaglia anche contro il cubismo, che in quegli anni è diventato quasi pittura “di maniera”.
Per Salvador Dalí la giovinezza coincide invece col quinquennio 1920-25, che precede l’espulsione dall’Accademia del 1926. Poco prima di laurearsi, Dalì si scaglia contro i professori dichiarando che “nessuno nella facoltà era sufficientemente competente per esaminarlo”. Fra gli altri suoi lavori in mostra a Firenze fino al 17 luglio, Muchacha en la ventana (Ragazza alla finestra).
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Fonte: palazzostrozzi.org
Fonte: artsblog.it
Mediterraneo, da Courbet a Monet a Matisse – Genova
Mediterraneo, da Courbet a Monet a Matisse
Genova, Palazzo Ducale – Salone del Maggior Consiglio
27 novembre 2010 – 1 maggio 2011
Dopo il grande successo della prima giornata di apertura al pubblico della mostra di Castel Sismondo a Rimini, Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon, con presentazioni, spettacoli e concerti che hanno richiamato quasi tremila persone da tutta Italia, Linea d’ombra è lieta di offrire a tutti i suoi affezionati visitatori altri grandi eventi in occasione della prima giornata di apertura al pubblico, il prossimo 27 novembre, della mostra Mediterraneo da Courbet a Monet a Matisse, presso Palazzo Ducale a Genova. Si tratta dell’attesissima esposizione dedicata a due secoli di pittura francese, dalla metà del Settecento alla metà del Novecento, condotta sulle rive di quel mare e nel suo immediato entroterra provenzale. Una straordinaria mostra sul colore, dal Settecento di Vernet e Robert, all’Ottocento di Courbet, Monet, Van Gogh, Renoir, Cézanne e Munch fino al Novecento di Braque e Matisse.
Il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Genova sarà teatro, sabato 27 novembre, dalle 18 alle 23, di alcuni importanti appuntamenti, riservati a coloro che saranno in possesso del biglietto d’ingresso alla mostra, che eccezionalmente per quella giornata chiuderà all’una della notte. Dalle ore 17 fino alla chiusura di sabato 27 novembre, il biglietto d’ingresso sarà tra l’altro ridotto per tutti.
Dalle ore 17 biglietto ridotto per tutti i visitatori, mostra aperta fino all’una di notte.
Il biglietto della mostra darà diritto ad assistere agli spettacoli nel Salone del Maggior Consiglio.
- Ore 18.00 – Gianni Mura dialoga con Marco Goldin sul tema: “I paesaggi mediterranei di Van Gogh, Monet, Cézanne al tempo del Tour de France”
- Ore 19.00 – Quartetto Desueto in concerto: “Mari lontani”
- Ore 20.00 – Marco Goldin racconta la mostra “Mediterraneo”, letture di Gilberto Colla dalle lettere di Van Gogh, Monet, Cézanne. Accompagnamento musicale di Renzo Ruggieri alla fisarmonica e Piero Salvatori al violoncello.
- Ore 21.30 – Antonella Ruggiero con la PFM ANTEPRIMA ASSOLUTA nell’eccezionale concerto “Omaggio a De Andrè”
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La mostra
Dipingere il mare, la sua vastità, l’idea che dell’infinito e tuttavia anche della prossimità vi s’inscrive, è cosa che nel XIX secolo assume una rilevanza difficilmente dimenticabile.
Se a nord sono le visioni fortemente spirituali di Friedrich o le tempeste baluginanti e magmatiche di Turner, a sud la costa del Mediterraneo, e naturalmente il suo immediato entroterra provenzale, sono il punto d’incontro di più generazioni di pittori francesi, sicuramente cinque, che dall’ambito del classicismo prima e del realismo poi, si tendono fino alla dissoluzione del colore nella materia mirabile di Bonnard quasi al confine con la metà del XX secolo.
La mostra di Palazzo Ducale vuole studiare, facendo ricorso a circa 80 dipinti provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo, questo itinerario magico dentro il colore, che a Van Gogh fece così scrivere: «Colore cangiante, non sai mai se sia verde o viola, non sai mai se sia azzurro, perché il secondo dopo il riflesso cangiante ha assunto una tinta rosa o grigia.»
Eppure la costa del Mediterraneo francese si impose con notevole ritardo nella percezione che i pittori avevano del paesaggio in quell’inizio di XIX secolo, proprio nel momento in cui Pierre-Henri de Valenciennes pubblicava il suo celebre trattato sulla rappresentazione della natura. Perdurava l’idea che la nozione del Mediterraneo fosse stretta al senso dell’antichità e in primo luogo alla romanità. Per cui il riferimento alla coste italiane, quali luoghi deputati di questo riandare all’antico, dominava la pittura. Un contributo fondamentale a un primo cambiamento, dopo i quadri settecenteschi di Vernet e Robert da cui la mostra prende le mosse, venne da Camille Corot, che dopo un breve transito in Provenza nel 1834, ritornò due anni più tardi assieme all’amico pittore Prosper Marilhat, così da dipingere alcune vedute della zona di Avignone assai significative. A questo tempo del realismo si possono certamente ascrivere anche le opere di Félix Ziem e di Émile Loubon, con i loro quadri realizzati attorno a Marsiglia, Antibes e Nizza.
Così come quelli di Paul Guigou e Adolphe Monticelli, ovviamente assieme a quelli meravigliosi di Gustave Courbet specialmente dipinti dal piccolo villaggio di pescatori di Palavas, nella zona di Montpellier. A questo primo tempo della mostra ne succede un secondo, quello in cui alcuni grandi dell’impressionismo danno conto, in molti quadri sublimi, delle loro visite, o lunghi soggiorni, in Provenza e lungo la costa del Mediterraneo. Da Cézanne a Monet, da Renoir a Boudin a Van Gogh. Cézanne che dagli anni settanta coltiva quello spazio, sia esso il mare o il bosco, come la nascita di una continua, sempre nuova bellezza. Renoir che proprio vicino a Cézanne dipinge, tra 1882 e 1883, scorci bellissimi di natura. E ancora i due soggiorni di Monet net (presente in mostra con una decina di opere) nel 1884 a Bordighera e nel 1888 tra Antibes e Menton, quando il mare è come un tappeto di pietre preziose.
E poi i due anni provenzali di Van Gogh. Anni cui seguono immediatamente quelli del post impressionismo, che hanno soprattutto in Signac tra Saint-Tropez e Antibes la loro punta di diamante. Ma anche Van Rijsselberghe, Cross, Valtat, Guillaumin, Manguin, Camoin solo per dire di alcuni. E dentro una luce precipuamente francese stanno quei quadri che Edvard Munch dipinse a Nizza, nel corso di un periodo di convalescenza, tra 1891 e 1892, quadri quasi tutti in mano privata. La sezione dedicata alla pittura dei Fauves è certamente significativa, con quadri di autori quali Matisse, Derain, Marquet, Braque, Friesz, Dufy, in quel loro indicare come il Mediterraneo, soltanto pochi decenni dopo, sia cosa quasi completamente diversa rispetto alle visioni di Courbet. Già pienamente dentro la modernità di un secolo che si veniva appena aprendo. E che nella regione provenzale, e sulle rive del Mediterraneo, proseguirà con gli esempi in mostra di Felix Vallotton, Chaïme Soutine e Pierre Bonnard, il pittore che più di ogni altro ha saputo consegnare la strabiliante lezione di Monet al secolo nuovo.
ORARIO
Da lunedì a venerdì: ore 9 – 19
Sabato e domenica: ore 9 – 20
Chiuso 24, 25, 31 dicembre 2010
1 gennaio 2011: ore 10 – 20
BIGLIETTI
Intero € 10,00
Ridotto € 8,00: studenti universitari con attestato di iscrizione, oltre i 65 anni, gruppi solo se prenotati (minimo 15, massimo 25 con capogruppo gratuito), iscritti TCI muniti di tesserino.
Ridotto € 6,00: minorenni e scolaresche solo se prenotate (con due accompagnatori a titolo gratuito).
Ingresso gratuito per i bambini fino a cinque anni, giornalisti con tesserino, accompagnatore di portatore di handicap.
Quaderno della Mostra Mediterraneo, da Courbet a Monet a Matisse
Marco Goldin presenta a Forlì la mostra “Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon”

Marco Goldin presenta a Forlì la mostra “Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon”
Giovedì 14 ottobre 2010, ore 21.00
Auditorium Cariromagna – Via Flavio Biondo 16, Forlì
Serata di presentazione in anteprima della mostra:
“Parigi. Gli anni meravigliosi. Impressionismo contro Salon“.
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Gentili amici,
dopo la felicissima esperienza dello scorso anno, quando l’Auditorium Cariromagna di Forlì era gremito in ogni ordine di posti per la presentazione della prima grande mostra in Castel Sismondo a Rimini, anche in questo 2010 ho ricevuto il cortese e gradito invito da parte del Club Unesco di Forlì, e del suo presidente Gianquitto, a illustrare la nuova mostra sempre in Castel Sismondo a Rimini.
Per cui invito tutti coloro che siano interessati giovedì 14 ottobre 2010 alle ore 21 (apertura Auditorium ore 20.30), presso l’Auditorium Cariromagna di Forlì (via Flavio Biondo, 16), alla presentazione della mostra “PARIGI. GLI ANNI MERAVIGLIOSI. IMPRESSIONISMO CONTRO SALON”.
Sarà come sempre un racconto per nulla cattedratico e istituzionale sulla pittura, anche con il ricorso che farò a un’ampia selezione di immagini tra le cento opere che compongono la mostra, tra dipinti, sculture, incisioni e rarissime fotografie originali del XIX secolo. A dire la miracolosa situazione della Parigi del secondo Ottocento, tra la pittura accademica del Salon e l’impressionismo come avanguardia del suo tempo. Con opere che a Rimini si vedranno di Manet e Monet, di Gauguin e Van Gogh, di Sisley e Pissarro, di Caillebotte e Cézanne, di Renoir e Guillaumin. Assieme agli straordinari pittori di Barbizon da Corot a Courbet, da Rousseau e Millet, assieme alle sculture di Rodin e ai fascinosi pittori del Salon da Ingres a Bouguereau.
Vi aspetto dunque a Forlì per la presentazione e poi a Rimini in mostra.
Sempre grato per come ci seguite, vi invio il mio saluto più cordiale.
Marco Goldin
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Avevo già seguito gli eventi organizzati da Marco Goldin nei seguenti post:
Chardin, il pittore del silenzio
Chardin, il pittore del silenzio
Ferrara
Palazzo dei Diamanti
Corso Ercole I D’Este, 21
17 ottobre 2010 – 30 gennaio 2011
Madrid
Museo Nacional del Prado
Calle Ruiz de Alarcón, 23
28 febbraio – 29 maggio 2011
Orari di apertura
Aperto tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì incluso:
9.00-19.00 orario continuato
Aperto anche: 1 novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio
(la biglietteria chiude 30 minuti prima)
Biglietto d’ingresso
Intero: euro 10,00
Ridotto: euro 8,00 (dai 6 ai 18 anni, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate, visitatori con biglietto del Museo Archeologico Nazionale, del Museo di Casa Romei, della Pinacoteca Nazionale di Ferrara e del Castello Estense, possessori del biglietto ferroviario per Ferrara)
Gruppi (almeno 15 persone): euro 8,00 (1 accompagnatore gratuito ogni 20 persone)
Gruppi scolastici: euro 4,00 (gratuito per 2 accompagnatori)
Gratuito: bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino, militari in divisa
Cani non ammessi in mostra
Scrivendo al fratello Theo nel 1885, Vincent Van Gogh esprimeva la sua ammirazione per Jean Siméon Chardin (1699-1779), un artista che egli riteneva «grande come Rembrandt». Protagonista dell’arte francese del XVIII secolo, Chardin è stato uno dei più importanti pittori di tutti i tempi ed ha esercitato un’influenza profonda e duratura su alcuni dei principali maestri della modernità, da Cézanne a Matisse, da Braque a Morandi.
Palazzo dei Diamanti presenta la prima mostra italiana dedicata a questo eccelso poeta del quotidiano e cantore sensibile dei gesti delle persone comuni. La rassegna, curata da Pierre Rosenberg, massimo esperto dell’artista, è organizzata in collaborazione con il Museo del Prado che la ospiterà dopo il debutto ferrarese.
Figlio di un artigiano, Chardin si avvicina alla pittura seguendo solo in parte i percorsi tradizionali. Entrato presto come apprendista nello studio di un pittore di storia, al contrario dei suoi colleghi non farà mai il viaggio d’istruzione in Italia, preferendo l’osservazione diretta del vero allo studio dei grandi maestri del passato: «Bisogna che dimentichi tutto quello che ho visto, e persino la maniera con cui questi oggetti sono stati trattati da altri», affermava l’artista, cercando un modo nuovo di guardare la realtà e di dipingerla.
La scelta del genere della natura morta, all’epoca considerato minore, non ne vincola il successo e Chardin si impone presto sulla competitiva scena parigina. Nel 1728 viene infatti ammesso alla Accademia Reale di pittura e scultura a cui aveva sottoposto la propria candidatura presentando alcuni dipinti che, per i loro superbi colori e per la straordinaria resa della luce che crea degli effetti magici, parte della commissione scambia per dipinti fiamminghi del secolo precedente: ulteriore testimonianza di quanto la pittura di Chardin rappresentasse un caso nella Francia della prima metà del Settecento.
Gli anni successivi vedono Chardin impegnato nella realizzazione di nature morte con oggetti di uso domestico o legati ad attività dei ceti sociali più elevati, come la musica o la caccia. La resa del vero e gli effetti della luce divengono la preoccupazione principale dell’artista. Esemplari, in questo senso, sono opere realizzate intorno alla fine del secondo decennio del secolo, come il Cesto di prugne, bottiglia e bicchiere d’acqua mezzi pieni, e due cetrioli , in cui si può ammirare la trasparenza del bicchiere, o la Lepre morta con carniere e sacca per polvere da sparo, in cui il corpo esanime dell’animale si concede allo sguardo dello spettatore in tutta la sua commovente verità. Attorno al 1734 si colloca un altro capolavoro dell’artista: Mortaio con pestello, una ciotola, due cipolle, paiolo di rame e coltello, un’opera semplice e al tempo stesso monumentale, che testimonia della capacità del pittore di far scaturire una misteriosa bellezza anche dalle composizioni più essenziali.
A partire dal 1733, Chardin estende la propria ricerca alla figura umana. Nascono così raffinati capolavori che trasmettono la tenerezza e la delicatezza con cui l’artista ritrasse i propri soggetti. Chardin dipinge quadri di genere rifuggendo dal particolare pittoresco e componendo scene in cui i domestici e i rampolli della borghesia francese sono perlopiù raffigurati nello svolgimento di semplici attività quotidiane. Uno dei temi prediletti dall’artista è la rappresentazione delle occupazioni ludiche dei giovani, come in Bolle di sapone e in Bambina che gioca col volano. Il primo dipinto, di cui in mostra si potranno ammirare e confrontare le tre versioni realizzate dal pittore, raffigura uno dei soggetti più fortunati e popolari di Chardin, ed esemplifica perfettamente la sua straordinaria sensibilità nel rappresentare l’infanzia e l’adolescenza, con il bambino più piccolo che si alza sulla punta dei piedi per guardare incantato la bolla di sapone creata dal giovane in primo piano. Il secondo dipinto, datato 1737 ed esposto al Salon quello stesso anno, esprime invece il lirismo chardiniano attraverso un equilibro sapiente, che coniuga la semplicità della composizione e la delicatezza dei colori con la soave concentrazione della bambina. Dedicato a un tema analogo, Giovane disegnatore venne esposto al Salon del 1738. Qui Chardin dà vita a una dolce sinfonia di colori che vede il rosso delle guance del fanciullo richiamare quello del nastro della cartella da disegno, mentre l’azzurro del grembiule ricorda quello del foglio.
Il Garzone d’osteria e la Sguattera, soggetti più volte indagati dal pittore, appartengono invece alle rappresentazioni di personaggi dei ceti più umili. Nel Garzone (1735-36) Chardin recupera accorgimenti compositivi della tradizione seicentesca, con esiti assolutamente moderni. Concentrando la luce sul primo piano e lasciando lo sfondo indeterminato e in ombra, egli dà il massimo risalto alla figura del giovane e ai suoi utensili, cosicché la brocca, i catini e la bottiglia acquisiscono la stessa centralità e importanza che Caravaggio aveva dato agli attributi dei martiri e dei santi. La Sguattera, dipinta nel 1738, è invece una sorta di omaggio a Vermeer, pittore del quale Chardin era considerato l’erede. Questa volta, la protagonista non è colta nel vivo dell’azione, ma in un breve momento di pausa, in una sorta di “tempo morto”, durante il quale il suo sguardo si perde al di fuori del quadro, suggerendo un senso di attesa.
Di tutt’altra natura sono opere come la Scimmia pittore e la Scimmia antiquario, esposte al Salon nel 1740. In questi dipinti curiosi e irriverenti l’artista si misura con un genere allora assai in voga, quello delle “singeries” di matrice fiamminga, composizioni satiriche in cui sono raffigurate delle scimmie in atteggiamenti umani.
Alla fine degli anni Quaranta Chardin torna a dipingere esclusivamente nature morte. Questa nuova fase vede intensificarsi l’indagine sul rapporto tra tono e colore e sulla variazione degli effetti di luce sugli oggetti. Il tocco si fa ora ancor più minuzioso, le forme sono animate da pennellate vibranti che quasi scompongono la materia. Chardin aveva anticipato questo nuovo spirito in un capolavoro del 1737, Necessaire per fumatore, intensificando questa ricerca nel più tardo e straordinario Mazzo di fiori (c. 1755), tra gli esiti più alti della sua arte. L’eccezionale freschezza di esecuzione e la tavolozza dai colori audaci del Mazzo di fiori appaiono del tutto inedite rispetto alle opere dei suoi contemporanei, e costituiscono l’ulteriore riprova della invariata capacità di Chardin di indagare la realtà attraverso la pittura. Analogamente, le nature morte degli anni Sessanta (Il paniere di fragole di bosco del 1761 e Uva e melagrane del 1763), seppure con una più intensa drammatizzazione nei colori, appaiono all’occhio dello spettatore come dei piccoli universi da esplorare lasciandosi sedurre dai riflessi della frutta nel vetro e nell’acqua o dal freddo fulgore di un vaso di maiolica.
Il notevole successo della rivoluzionaria pittura di Chardin tra il 1730 ed il 1760 è registrato dalle reazioni del pubblico alle tele che l’artista espone al Salon a partire dal 1737 e, con grande regolarità, negli anni successivi. I pareri entusiasti di alcuni intellettuali, primo fra tutti Denis Diderot, e le incisioni che Cochin e Lépicié trassero dalle sue opere, creano nella Francia del tempo un vero e proprio “caso Chardin”, esaltato per il realismo della sua arte che sovverte la gerarchia dei generi pittorici allora in voga. Tra gli estimatori troviamo anche il re di Francia Luigi XV, al quale il pittore donerà capolavori di intensa e commovente intimità come la Madre laboriosa e il Benedicite, ricevendo in cambio la stima del sovrano e, nel 1757, il grande privilegio di dimorare e lavorare al Louvre.
Verso il 1770 i problemi di salute lo inducono a rallentare l’attività e ad abbandonare progressivamente la tecnica ad olio, ma la strada verso il grande naturalismo ottocentesco era ormai aperta. Si conclude così la lunga carriera di un artista che per tutta la vita aveva concepito la pittura come un mezzo di conoscenza della realtà, evitando con cura i contenuti aneddotici, e mirando a raggiungere un’arte senza tempo che riflettesse un’armoniosa perfezione tra forma ed emozione.
Fonte: palazzodiamanti.it
Claude Monet 1840-1926 al Grand Palais di Parigi
Claude Monet 1840-1926
al Grand Palais di Parigi
dal 22-09-2010 al 24-01-2011
Era dal 1980 che a Parigi non si vedeva una retrospettiva così ampia e completa dedicata a Claude Monet. Dal 22 settembre, in mostra al Grand Palais, ci sono 170 dipinti tra i più significativi dei 60 anni di carriera del pittore impressionista, provenienti per quasi un terzo dal Museo d’Orsay e il resto da prestiti di musei e collezioni private internazionali: si inizia con i paesaggi delle costiere della Normandia, passando per gli scorci di Parigi, come la gare Saint Lazare o il quai du Louvre, e la campagna alle porte della capitale, da Argenteuil a Vetheuil. E ancora il sole e la luce delle riviere del Mediterraneo, la serie delle cattedrali (Rouen), i palazzi di Venezia, fino ai ritratti e alla serie delle ‘Ninfee’. Per gli organizzatori sarà “l’evento culturale” dell’autunno nella capitale francese.
Sono attesi almeno 700.000 visitatori ma l’obiettivo é certo battere i 783.000 della precedente mostra su Picasso. “C’era soprattutto una volontà politica di fare una grande esposizione su Monet – ha spiegato Guy Cogeval, direttore del Museo d’Orsay e uno dei cinque curatori della mostra assieme a Sylvie Patin, Sylvie Patry, Anne Roquebert e Richard Thomson – Monet è considerato ovunque un dio vivente, in America come in Giappone, ed ero piuttosto stupito, arrivando alla testa del museo d’Orsay nel 2008, di constatare che in Francia c’era una certa disaffezione per questo pittore”. Per Cogeval la retrospettiva del Grand Palais, aperta fino al prossimo 24 gennaio, è un’occasione imperdibile per apprezzare appieno l’opera di Monet: “i dipinti provengono dal mondo intero.
In particolare c’é un ritratto di grandi dimensioni di Camille, la sua prima moglie, in abito verde, alcuni frammenti dell’enorme dipinto in più tele di ‘Colazione sull’erbà che Monet voleva presentare al Salone del 1866 e che invece non terminerà mai, oltre a un magnifico schizzo dello stesso celebre quadro che il Museo Pouchkine di Mosca ha infine accettato di prestare”. Non ci sarà invece ‘Impression du soleil levant’, atto fondatore della corrente impressionista, a cui si deve, tra l’altro, il nome, che il vicino Museo Marmottan, nonostante un’accesa polemica, non ha comunque voluto cedere per l’occasione. Per Thomson, Monet “ha trasformato la pratica e la comprensione della pittura del paesaggio. Inoltre, nei suoi dipinti di Venezia, emerge anche la sua emotività. Monet diventa così anche pittore dei sentimenti”.
Negli ultimi anni della sua vita, l’artista si dedica invece in modo quasi ossessivo a rappresentare il suo giardino di Giverny, alle porte di Parigi, in particolare il bacino delle ninfee. “L’esposizione – ha continuato Thomson – dimostra come Monet fosse un artista esigente, in continua ricerca”.
(di Aurora Bergamini)
Fonte: ansa.it
Fonte: monet2010.com










