Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

Chardin, il pittore del silenzio

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Jean Baptiste Simeon Chardin - Water Glass & Jug

Jean Baptiste Simeon Chardin - Water Glass & Jug

Chardin, il pittore del silenzio

Ferrara
Palazzo dei Diamanti
Corso Ercole I D’Este, 21
17 ottobre 2010 – 30 gennaio 2011

Madrid
Museo Nacional del Prado
Calle Ruiz de Alarcón, 23
28 febbraio – 29 maggio 2011

Orari di apertura
Aperto tutti i giorni, feriali e festivi, lunedì incluso:
9.00-19.00 orario continuato
Aperto anche: 1 novembre, 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio
(la biglietteria chiude 30 minuti prima)

Biglietto d’ingresso
Intero: euro 10,00
Ridotto: euro 8,00 (dai 6 ai 18 anni, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate, visitatori con biglietto del Museo Archeologico Nazionale, del Museo di Casa Romei, della Pinacoteca Nazionale di Ferrara e del Castello Estense, possessori del biglietto ferroviario per Ferrara)
Gruppi (almeno 15 persone): euro 8,00 (1 accompagnatore gratuito ogni 20 persone)
Gruppi scolastici: euro 4,00 (gratuito per 2 accompagnatori)
Gratuito: bambini sotto i 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino, militari in divisa
Cani non ammessi in mostra

Jean Baptiste Simeon Chardin - The Silver Tureen

Jean Baptiste Simeon Chardin - The Silver Tureen

Scrivendo al fratello Theo nel 1885, Vincent Van Gogh esprimeva la sua ammirazione per Jean Siméon Chardin (1699-1779), un artista che egli riteneva «grande come Rembrandt». Protagonista dell’arte francese del XVIII secolo, Chardin è stato uno dei più importanti pittori di tutti i tempi ed ha esercitato un’influenza profonda e duratura su alcuni dei principali maestri della modernità, da Cézanne a Matisse, da Braque a Morandi.
Palazzo dei Diamanti presenta la prima mostra italiana dedicata a questo eccelso poeta del quotidiano e cantore sensibile dei gesti delle persone comuni. La rassegna, curata da Pierre Rosenberg, massimo esperto dell’artista, è organizzata in collaborazione con il Museo del Prado che la ospiterà dopo il debutto ferrarese.

Figlio di un artigiano, Chardin si avvicina alla pittura seguendo solo in parte i percorsi tradizionali. Entrato presto come apprendista nello studio di un pittore di storia, al contrario dei suoi colleghi non farà mai il viaggio d’istruzione in Italia, preferendo l’osservazione diretta del vero allo studio dei grandi maestri del passato: «Bisogna che dimentichi tutto quello che ho visto, e persino la maniera con cui questi oggetti sono stati trattati da altri», affermava l’artista, cercando un modo nuovo di guardare la realtà e di dipingerla.

La scelta del genere della natura morta, all’epoca considerato minore, non ne vincola il successo e Chardin si impone presto sulla competitiva scena parigina. Nel 1728 viene infatti ammesso alla Accademia Reale di pittura e scultura a cui aveva sottoposto la propria candidatura presentando alcuni dipinti che, per i loro superbi colori e per la straordinaria resa della luce che crea degli effetti magici, parte della commissione scambia per dipinti fiamminghi del secolo precedente: ulteriore testimonianza di quanto la pittura di Chardin rappresentasse un caso nella Francia della prima metà del Settecento.

Gli anni successivi vedono Chardin impegnato nella realizzazione di nature morte con oggetti di uso domestico o legati ad attività dei ceti sociali più elevati, come la musica o la caccia. La resa del vero e gli effetti della luce divengono la preoccupazione principale dell’artista. Esemplari, in questo senso, sono opere realizzate intorno alla fine del secondo decennio del secolo, come il Cesto di prugne, bottiglia e bicchiere d’acqua mezzi pieni, e due cetrioli , in cui si può ammirare la trasparenza del bicchiere, o la Lepre morta con carniere e sacca per polvere da sparo, in cui il corpo esanime dell’animale si concede allo sguardo dello spettatore in tutta la sua commovente verità. Attorno al 1734 si colloca un altro capolavoro dell’artista: Mortaio con pestello, una ciotola, due cipolle, paiolo di rame e coltello, un’opera semplice e al tempo stesso monumentale, che testimonia della capacità del pittore di far scaturire una misteriosa bellezza anche dalle composizioni più essenziali.

A partire dal 1733, Chardin estende la propria ricerca alla figura umana. Nascono così raffinati capolavori che trasmettono la tenerezza e la delicatezza con cui l’artista ritrasse i propri soggetti. Chardin dipinge quadri di genere rifuggendo dal particolare pittoresco e componendo scene in cui i domestici e i rampolli della borghesia francese sono perlopiù raffigurati nello svolgimento di semplici attività quotidiane. Uno dei temi prediletti dall’artista è la rappresentazione delle occupazioni ludiche dei giovani, come in Bolle di sapone e in Bambina che gioca col volano. Il primo dipinto, di cui in mostra si potranno ammirare e confrontare le tre versioni realizzate dal pittore, raffigura uno dei soggetti più fortunati e popolari di Chardin, ed esemplifica perfettamente la sua straordinaria sensibilità nel rappresentare l’infanzia e l’adolescenza, con il bambino più piccolo che si alza sulla punta dei piedi per guardare incantato la bolla di sapone creata dal giovane in primo piano. Il secondo dipinto, datato 1737 ed esposto al Salon quello stesso anno, esprime invece il lirismo chardiniano attraverso un equilibro sapiente, che coniuga la semplicità della composizione e la delicatezza dei colori con la soave concentrazione della bambina. Dedicato a un tema analogo, Giovane disegnatore venne esposto al Salon del 1738. Qui Chardin dà vita a una dolce sinfonia di colori che vede il rosso delle guance del fanciullo richiamare quello del nastro della cartella da disegno, mentre l’azzurro del grembiule ricorda quello del foglio.

Il Garzone d’osteria e la Sguattera, soggetti più volte indagati dal pittore, appartengono invece alle rappresentazioni di personaggi dei ceti più umili. Nel Garzone (1735-36) Chardin recupera accorgimenti compositivi della tradizione seicentesca, con esiti assolutamente moderni. Concentrando la luce sul primo piano e lasciando lo sfondo indeterminato e in ombra, egli dà il massimo risalto alla figura del giovane e ai suoi utensili, cosicché la brocca, i catini e la bottiglia acquisiscono la stessa centralità e importanza che Caravaggio aveva dato agli attributi dei martiri e dei santi. La Sguattera, dipinta nel 1738, è invece una sorta di omaggio a Vermeer, pittore del quale Chardin era considerato l’erede. Questa volta, la protagonista non è colta nel vivo dell’azione, ma in un breve momento di pausa, in una sorta di “tempo morto”, durante il quale il suo sguardo si perde al di fuori del quadro, suggerendo un senso di attesa.
Di tutt’altra natura sono opere come la Scimmia pittore e la Scimmia antiquario, esposte al Salon nel 1740. In questi dipinti curiosi e irriverenti l’artista si misura con un genere allora assai in voga, quello delle “singeries” di matrice fiamminga, composizioni satiriche in cui sono raffigurate delle scimmie in atteggiamenti umani.

Alla fine degli anni Quaranta Chardin torna a dipingere esclusivamente nature morte. Questa nuova fase vede intensificarsi l’indagine sul rapporto tra tono e colore e sulla variazione degli effetti di luce sugli oggetti. Il tocco si fa ora ancor più minuzioso, le forme sono animate da pennellate vibranti che quasi scompongono la materia. Chardin aveva anticipato questo nuovo spirito in un capolavoro del 1737, Necessaire per fumatore, intensificando questa ricerca nel più tardo e straordinario Mazzo di fiori (c. 1755), tra gli esiti più alti della sua arte. L’eccezionale freschezza di esecuzione e la tavolozza dai colori audaci del Mazzo di fiori appaiono del tutto inedite rispetto alle opere dei suoi contemporanei, e costituiscono l’ulteriore riprova della invariata capacità di Chardin di indagare la realtà attraverso la pittura. Analogamente, le nature morte degli anni Sessanta (Il paniere di fragole di bosco del 1761 e Uva e melagrane del 1763), seppure con una più intensa drammatizzazione nei colori, appaiono all’occhio dello spettatore come dei piccoli universi da esplorare lasciandosi sedurre dai riflessi della frutta nel vetro e nell’acqua o dal freddo fulgore di un vaso di maiolica.

Il notevole successo della rivoluzionaria pittura di Chardin tra il 1730 ed il 1760 è registrato dalle reazioni del pubblico alle tele che l’artista espone al Salon a partire dal 1737 e, con grande regolarità, negli anni successivi. I pareri entusiasti di alcuni intellettuali, primo fra tutti Denis Diderot, e le incisioni che Cochin e Lépicié trassero dalle sue opere, creano nella Francia del tempo un vero e proprio “caso Chardin”, esaltato per il realismo della sua arte che sovverte la gerarchia dei generi pittorici allora in voga. Tra gli estimatori troviamo anche il re di Francia Luigi XV, al quale il pittore donerà capolavori di intensa e commovente intimità come la Madre laboriosa e il Benedicite, ricevendo in cambio la stima del sovrano e, nel 1757, il grande privilegio di dimorare e lavorare al Louvre.
Verso il 1770 i problemi di salute lo inducono a rallentare l’attività e ad abbandonare progressivamente la tecnica ad olio, ma la strada verso il grande naturalismo ottocentesco era ormai aperta. Si conclude così la lunga carriera di un artista che per tutta la vita aveva concepito la pittura come un mezzo di conoscenza della realtà, evitando con cura i contenuti aneddotici, e mirando a raggiungere un’arte senza tempo che riflettesse un’armoniosa perfezione tra forma ed emozione.

Jean Baptiste Simeon Chardin - The Soap Bubble

Jean Baptiste Simeon Chardin - The Soap Bubble

Fonte: palazzodiamanti.it

Written by filippo

13 October 2010 at 9:35 am

Posted in Arte, Mostre e musei

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