Filippo Venturi Photography | Blog

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Archive for the ‘Mostre e musei’ Category

The Braves, mostra fotografica di Filippo Venturi

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Mostra fotografica di Filippo Venturi presso FTStudio

Mostra fotografica di Filippo Venturi presso FTStudio

THE BRAVES
Mostra fotografica di Filippo Venturi

Da lunedì 13 giugno 2011, presso
FTStudio di Emanuele Gollinucci e Valentina Facciani

« Ma non fia per questo
che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti
qualche bel fatto porterà il mio nome. »
(Ettore, prima dell’ultimo duello contro Achille; Iliade, XXII, 304-305)

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Ringrazio Emanuele per aver pensato a questa mostra :)

FTStudio Sport and Personal Training è uno studio di personal training e allenamento funzionale dove con l’aiuto di specialisti fitness e preparatori atletici qualificati potrai raggiungere i tuoi massimi risultati.

Palestra FT Studio
Via Quinto Bucci, 213 (c/0 Centro Coming) – 47521 Cesena (FC)
P.IVA e C.F.: 03882550407 – info@palestraftstudio.it
Emanuele +39 3472657161 – Valentina +39 3803416286
www.palestraftstudio.it

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Luigi Ghirri architetture e paesaggi, a Cesena

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Luigi Ghirri architetture e paesaggi, a Cesena

Luigi Ghirri architetture e paesaggi, a Cesena

“Luigi Ghirri architetture e paesaggi”
Inaugurazione martedì 10 maggio 2011, alle ore 17.30
Dal 10 maggio al 19 giugno 2011 (* prolungata fino al 10 luglio 2011)
Presso la Chiesa dello Spirito Santo, Via Milani – Cesena
Orari: lunedì – venerdì 16.30 – 19.30, sabato e domenica 10.00 – 13.00 e 16.30 – 19.30

Interverranno:
Gino Malacarne, Preside della Facoltà di Architettura “Aldo Rossi”
Giovanni Chiaramonte, Fotografo
Paola Borgonzoni Ghirri, Archivio Eredi di Luigi Ghirri
Giordano Gasparini, Direttore della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia

La “Facoltà di Architettura Aldo Rossi” presenta martedì 10 maggio 2011 la mostra di fotografia “Luigi Ghirri architetture e paesaggi”, presso la ex Chiesa dello Spirito Santo a Cesena.

Luigi Ghirri è tra gli autori più importanti e influenti nel panorama della fotografia contemporanea, di cui rappresenta e costituisce un importante punto di riferimento.
La sua produzione fotografica è ormai considerata di valore universale. Per il cambiamento che ha impresso al modo di rappresentare il paesaggio nel corso degli anni, si può infatti parlare, a proposito della sua opera, di un vero e proprio patrimonio culturale.
Di lui lo scrittore Gianni Celati ha scritto “Per lui la fotografia era un lavoro del pensiero, come la filosofia e la poesia. E rientrava in una attività che è sempre esistita, quella di formarci immagini del mondo, che siano una misura dell’esperienza”.

Attraverso ricerche che hanno visto Luigi Ghirri al centro di un animato dibattito culturale sul significato dei luoghi della vita dell’uomo e sul ruolo che la fotografia può svolgere per una loro più autentica conoscenza, il fotografo emiliano ha svolto una lunga e profonda riflessione sul tema del paesaggio, raggiungendo una essenzialità da intendersi come riflesso e misura dei caratteri del paesaggio italiano e dell’architettura dei suoi luoghi.
Inoltre le fotografie di Ghirri hanno cambiato il modo di intendere la fotografia di architettura, definendo un punto di vista particolare oltre lo specialismo.
Restituiscono, infatti, un’immagine dei luoghi, dove lo sguardo del fotografo registra il risultato inatteso dell’incontro tra l’artificio del progetto, la città storica e il dato naturale, costruendo di fatto paesaggi capaci di suscitare atmosfere impreviste ed emozionali.

La mostra si articola nell’esposizione di 67 fotografie sul tema dei luoghi dell’architettura e del paesaggio, e presenta una sezione dedicata alla rappresentazione dell’opera di Aldo Rossi.
La realizzazione della mostra e del catalogo è stata resa possibile grazie al prestito delle fotografie da parte dell’archivio Eredi di Luigi Ghirri e della Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, dove sono conservati i negativi e le diapositive originali. L’archivio Eredi di Luigi Ghirri ha gentilmente messo a disposizione anche alcune fotografie della collezione vintage.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo, a cura di Gino Malacarne, Ildebrando Clemente e Alessandra Moro, con la collaborazione scientifica di Paola Borgonzoni Ghirri, per la collana Architettura, della Facoltà di Architettura “Aldo Rossi” dell’Università di Bologna, edita da CLUEB. Nel catalogo sono riprodotte tutte le fotografie presenti in mostra, in quadricromia, e sono ripubblicati alcuni importanti testi di Luigi Ghirri e un testo che lo scrittore Gianni Celati ha dedicato al lavoro di Ghirri, oltre ad alcuni scritti dei curatori. Inoltre sono presenti un’intervista di Emanuela Teatini a Luigi Ghirri e una nota biografica.
Si ringrazia la Fondazione Aldo Rossi per la concessione della riproduzione delle immagini relative alle opere e allo studio di Aldo Rossi.

Qualche foto dall’archivio di Luigi Ghirri:

Luigi Ghirri, foto 2

Luigi Ghirri, foto 2

Luigi Ghirri, foto 3

Luigi Ghirri, foto 3

Luigi Ghirri, foto 4

Luigi Ghirri, foto 4

Luigi Ghirri, foto 5

Luigi Ghirri, foto 5

Luigi Ghirri, foto 6

Luigi Ghirri, foto 6

Luigi Ghirri, foto 7

Luigi Ghirri, foto 7

Luigi Ghirri, foto 8

Luigi Ghirri, foto 8

Luigi Ghirri, foto 9

Luigi Ghirri, foto 9

Luigi Ghirri, foto 10

Luigi Ghirri, foto 10

Luigi Ghirri, foto 11

Luigi Ghirri, foto 11

Luigi Ghirri, foto 12

Luigi Ghirri, foto 12

Luigi Ghirri, foto 13

Luigi Ghirri, foto 13

Luigi Ghirri, foto 14

Luigi Ghirri, foto 14

Luigi Ghirri, foto 15

Luigi Ghirri, foto 15

Luigi Ghirri, foto 16

Luigi Ghirri, foto 16

Luigi Ghirri inizia la sua personale attività agli inizi degli anni ’70, dopo aver maturato un particolare approccio al mondo della produzione delle immagini all’interno delle esperienze dell’arte concettuale. Negli stessi anni lavora anche come grafico e nel 1975 è indicato come “Discovery” del Photography Year da “Time-Life” su cui pubblica un portfolio di otto pagine; sempre nello stesso anno partecipa alla mostra Photography as Art di Kassel.
Nel 1982 è invitato alla Photokina di Colonia, dove partecipa alla mostra Photographie 1922-1982, e nella quale viene presentato come uno dei fotografi più significativi e importanti del XX secolo. Negli stessi anni all’attività espositiva, sempre più intensa, dà il via a ricerche che verranno pubblicate con i titoli Diaframma 11,1/125 Luce naturale e Italiailati. Del 1972-1974 è il lavoro Colazione sull’erba; nel 1973 realizza Atlante e tiene la prima mostra personale a Modena.
Nel 1977 fonda, insieme a Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte, la casa editrice Punto e Virgola, per i tipi della quale pubblica, in Italia e in Francia, Kodachrome (1978), frutto di una ricerca intrapresa all’inizio del decennio e organizza mostre quali Iconocittà (1980), Viaggio in Italia (1984), Esplorazioni sulla Via Emilia (1986). Esperienze che lo vedono all’inizio e al centro di un animato dibattito culturale sul significato dei luoghi della vita dell’uomo e sul ruolo che la fotografia può svolgere per una loro più autentica conoscenza.
Nel 1979 il CSAC dell’Università di Parma gli dedica una grande mostra monografica.
Sono anche gli anni di un ricco sodalizio intellettuale con lo scrittore Gianni Celati col quale “viaggia” per la penisola con l’intenzione di riscoprire e dare un volto ai suoi luoghi essenziali al di là di ogni spettacolarizzazione mediatica, documentaristica o di cronaca, e di qualsivoglia sensazionalismo e asservimento televisivo. La cosiddetta ‘stagione del paesaggio’ degli anni Ottanta, voluta e tenacemente sostenuta da Vittorio Savi, si estese con la collaborazione alla rivista di architettura “Lotus International”, per la quale, nel 1982, fotografa il cimitero di Modena di Aldo Rossi e inizia un intenso lavoro finalizzato all’analisi dell’architettura e del paesaggio italiano realizzando volumi su Capri (1983), con Mimmo Jodice, l’Emilia Romagna (1985-1986), Aldo Rossi (1987).
Questa lunga e profonda riflessione sul tema del paesaggio culmina con la realizzazione dei volumi Paesaggio italiano e Il Profilo delle nuvole, entrambi pubblicati nel 1989 in cui la ricerca di Ghirri approda ad una essenzialità da intendersi come riflesso e misura dei caratteri e della bellezza del paesaggio italiano e dell’architettura dei suoi luoghi.
Svolge anche un’importante opera di organizzazione di progetti espositivi, tra cui Iconicittà (1980) al Pac di Ferrara, Penisola (1983) al Forum Stadtpark di Graz, Viaggio in Italia (1984) mostra itinerante, e Descrittiva (1984) per il Comune di Rimini.
Nel 1985 pubblica un volume sulle opere di Paolo Portoghesi e porta a termine un lavoro sulla Città Universitaria di Piacentini, l’anno successivo intraprende il progetto di lettura del paesaggio padano e più in generale del paesaggio italiano.
Nel 1988 viene pubblicato il volume Il Palazzo dell’Arte di A.C.Quintavalle, corredato da una sua ricerca fotografica sui principali musei italiani e stranieri. Nel 1991 conclude un lavoro su Giorgio Morandi, che lo aveva impegnato per due anni.
Numerose sono le pubblicazioni dedicate alla sua opera. I suoi lavori sono conservati presso varie istituzioni museali nel mondo tra cui: Stedelijk Museum (Amsterdam), Musée-Chateau (Annecy), Musée de la Photographie Réattu (Arles), Polaroid Collection (Cambridge, Massachusetts), Musée Nicéphore Niépce (Chalon-sur- Saone), Museum of Fine Arts (Houston), Galleria Civica (Modena), Canadian Centre for Architecture – Centre Canadien d’Architecture (Montreal), Museum of Modern Art (New York), Cabinets des stampe – Bibliotèque Nationale (Paris), Fond National d’Art Contemporain (Paris), Collection Fnac (Paris), Centro Studi e Archivio della Comunicazione (Parma), Biblioteca Panizzi – Fototeca (Reggio Emilia), Palazzo Braschi – Archivio Fotografico Comunale (Roma), Fotomuseum – Winterthur (Svizzera), Nouveau Musée National de Monaco (Monaco).

Fonte

Written by filippo

29 aprile 2011 at 9:21 PM

Pubblicato su Fotografie, Mostre e musei

Tracce da un workshop 8

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Tracce da un workshop 8 - Locandina

Tracce da un workshop 8 - Locandina

Domenica 10 aprile 2011, ore 19.00
Inaugurazione di “Tracce da un workshop 8”
La mostra avrà luogo dal 10 al 17 aprile 2011, presso il Diagonal Loft Club in Via Salinatore, 101 – Forlì.
Mostra delle fotografie realizzate durante il corso di Fotografia Artistica condotto da Silvia Camporesi presso Cultura Progetto. Ingresso gratuito.

Nella mostra sarà possibile vedere la mia serie Elpis.
La bellissima fotografia in locandina è della mia cara amica Francesca Sara.
Fra le altre, ci saranno le fotografie di Elisa Cimatti, Monia Samorani e Maria Paterno!

Written by filippo

2 aprile 2011 at 9:31 am

Giorgio De Chirico, Un maestoso silenzio

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Giorgio De Chirico - Dipinti 1910-1970 - Un maestoso silenzio

Giorgio De Chirico - Dipinti 1910-1970 - Un maestoso silenzio

GIORGIO DE CHIRICO. Dipinti 1910-1970. Un maestoso silenzio
Reggio Emilia, Palazzo Magnani (5 marzo – 1 maggio 2011)

60 dipinti e 20 tra disegni, acquerelli e inchiostri ripercorrono la vicenda artistica di uno dei maestri assoluti dell’arte del Novecento.

Dal 5 marzo al 1 maggio 2011, Palazzo Magnani di Reggio Emilia ospita, dopo la tappa di Trieste, la mostra Un maestoso silenzio che racconta il percorso creativo di Giorgio de Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978). L’iniziativa organizzata dalla Fondazione Palazzo Magnani in collaborazione con Tadino Arte Contemporanea, con il patrocinio della Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna, grazie al contributo della Fondazione Pietro Manodori di Reggio Emilia, Coopservice, Landi Renzo e CCPL , curata da Roberto Alberton e Silvia Pegoraro, presenta 80 opere – circa sessanta dipinti, e una ventina tra disegni, acquerelli e inchiostri – realizzate nella prima metà del Novecento da uno dei maestri assoluti dell’arte contemporanea.

Il percorso espositivo prende avvio dagli anni Dieci del XX secolo, con capolavori quali La grande Tour del 1915, Enigma della partenza del 1914, Tempio di Apollo a Delfi del 1909-1910. Proprio quello della piazza rappresenta uno dei temi cardine della Metafisica. De Chirico libera questo spazio, tradizionalmente luogo d’incontro, e lo rende vuoto, quasi irriconoscibile, dove il passato e il presente s’intrecciano dando vita a un tempo sospeso, fino a diventare un palcoscenico popolato da Muse, Manichini, Statue, Oracoli, Arianne.

In quegli anni, l’artista inseguiva un nuovo linguaggio che si differenziasse dagli stilemi impressionisti o dalle nuove ricerche cubiste e futuriste, e che lo portasse a una originale rappresentazione e a sintetizzare le suggestioni provenienti dalla cultura classica della natia Grecia, e dalla scoperta del pensiero di Nietzsche e Schopenhauer.

Nei suoi intenti, che anticiparono con rigore quegli elementi che sono alla base dell’espressività contemporanea, c’è il rifiuto dell’antropomorfismo, che consisteva come affermava lo stesso de Chirico, “nel sopprimere completamente l’uomo come punto di riferimento, come mezzo per esprimere un simbolo, una sensazione o un pensiero”, che ha guidato l’arte fino agli inizi del XX secolo. Infatti, de Chirico pone l’uomo, non come forma, al centro dei propri lavori. Se gli Impressionisti “fotografano” il mondo esterno come loro appare, se Picasso delinea un nuovo spazio non più prospettico e i Futuristi il moto universale, a lui preme rappresentare quelle sensazioni interiori che sono la linfa vitale dell’animo umano.

Dal palcoscenico delle sue piazze de Chirico prende oggetti reali, togliendo loro ogni funzione reale; struttura così un nuovo linguaggio, ovvero la Metafisica, che ha sì dato avvio al Surrealismo e ai suoi sviluppi, ma che si pone anche alla base di molte ricerche contemporanee.

De Chirico ha ampliato la propria indagine metafisica negli anni Venti e Trenta, mutando totalmente l’iconografia classica delle piazze, per giungere a felici invenzioni quali gli Archeologi, i Gladiatori, i Mobili nella valle o i Bagni misteriosi. Il percorso espositivo darà conto di questa evoluzione attraverso un nucleo di opere di questo periodo, come una Figura femminile del 1922, Ricordo metafisico delle rocce di Orvieto sempre del 1922, Interno metafisico del 1925, Mobili nella valle del 1927, oltre a Cavalli sulla Spiaggia del 1928, Gladiatori (La Lutte), Bagnante e Nudo seduto del 1929, Cavalli in riva al mare e Vita silente del 1930, L’enigma del ritorno del 1938 e si chiuderà con alcune opere particolarmente significative degli anni ’40 e ’50.

Catalogo Silvana Editoriale.

GIORGIO DE CHIRICO. Dipinti 1910-1970. Un maestoso silenzio
Reggio Emilia, Palazzo Magnani (5 marzo – 1 maggio 2011)
Orari: 10.00 / 13.00 – 15.30 / 19.00. Chiuso lunedì, aperto il 25 aprile
Biglietti: Intero 9,00 €; Ridotto 7,00 €; Studenti 4,00 €
Catalogo Silvana Editoriale (www.silvanaeditoriale.it); prezzo in mostra 25,00 €

Informazioni:
FONDAZIONE PALAZZO MAGNANI
Corso Garibaldi, 31 – 42121 Reggio Emilia – Italia
Tel. + 39 0522 444 408 – 454437 – Fax + 39 0522 444 436
Email: info@palazzomagnani.it – Web: http://www.palazzomagnani. It

Written by filippo

20 marzo 2011 at 11:44 PM

Pubblicato su Arte, Mostre e musei

Paolo Pellegrin – Dies Irae

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Paolo Pellegrin - Dies Irae

Paolo Pellegrin - Dies Irae

Giovedì 17 febbraio 2011 alle ore 18.30 ha inaugurato, presso la Fondazione Forma per la Fotografia, la mostra Dies Irae, fotografie di Paolo Pellegrin.

La carriera di Paolo Pellegrin è costellata da innumerevoli premi e riconoscimenti internazionali, segno di quanto la forza e l’intelligenza dei suoi lavori si impongano, nel corso del tempo, come parti di un’opera universale e coerente. Pellegrin incarna una nuova generazione di fotogiornalisti: cosciente dei nuovi mezzi di produzione e di diffusione delle immagini di attualità, impegnato a rinnovare la visione degli avvenimenti che documenta, attento sempre a mantenere un atteggiamento etico, nella forma e nei modi del proprio lavoro.

Paolo Pellegrin usa spesso una metafora: la fotografia per lui è come una lingua da imparare. Una lingua lontana, magari di un ceppo sconosciuto, a cui ci si avvicina, affascinati dal suo mistero. Poco a poco, il mistero svela i contorni e si lascia cogliere e permette a chi l’adopera, al fotografo, di usarla per raccontare storie.

E di storie Paolo Pellegrin ne ha narrate parecchie.

Di quelle a volte dure, tragiche perfino, come la guerra, la prigionia, il dolore, i disastri ambientali. Ogni volta, per ogni storia, Pellegrin ha cercato di comprendere, di non giudicare ma di seguire con lo sguardo quel che accadeva e di interpretarlo con tutta la sua esperienza di giornalista e la sua sensibilità di essere umano.

Questa mostra, la prima grande retrospettiva dedicata al suo lavoro, raccoglie in oltre 200 immagini molte di queste storie e di questi reportage realizzati seguendo la strada quella del fotogiornalismo puro, che non ha paura di guardare negli occhi il mondo e, soprattutto, di raccontarlo.

Il mio ruolo – la mia responsabilità – è di creare un archivio della nostra memoria collettiva”, dichiara Pellegrin.

Nessuno come lui ha saputo rinnovare gli insegnamenti e i principi della tradizione del fotogiornalismo in una nuova chiave, con un linguaggio nuovo; quello del ventunesimo secolo.

Paolo Pellegrin nasce a Roma nel 1964. Comincia a fotografare negli anni ‘80. Nel 1999 entra a Magnum Photos (membro nel 2005). Segue l’attualità internazionale e pubblica sulle principali testate del mondo. Nel 1995 il suo reportage sull’AIDS in Uganda vince il primo premio al World Press Photo (categoria “Daily Life”): primo di una serie di riconoscimenti fra cui Kodak Young Photographer Award, Visa D’Or di Perpignan, il WPP 2000, categoria “People in the News” per il lavoro sul Kosovo e il prestigioso Hasselblad Grant. Nel 2002 ottiene l’Hansel-Meith Award e il primo premio al WPP, categoria “People in the News”. Nel 2005 vince il primo premio del WPP, categoria “Ritratti-Stories”. Recentemente ha realizzato il libro As I was dying e ha partecipato alla collettiva di Magnum Ricominciare a vivere. Ha pubblicato: Cambogia con MSF e Kosovo: The Flight of Reason.

Fonte: formafoto.it

Paolo Pellegrin - Dies Irae

Paolo Pellegrin - Dies Irae

Lo scorso anno Paolo Pellegrin aveva realizzato il Fashion Magazine di Magnum, dove la moda parla di ecologia e del futuro del pianeta; dove il corpo è la trasposizione del paesaggio terrestre e proprio come questo si trasforma. Ora è protagonista di Dies irae, una grande retrospettiva che a Milano, Fondazione Forma, fino al 15 maggio raccoglie più di 200 immagini organizzate a nuclei, secondo le storie che raccontano: Cambogia, Iran, Haiti, Libano…

È appena tornato dal Cairo, dove è stato testimone dei movimenti tellurici che hanno portato il paese a un nuovo assetto politico, ma alla domanda sei un reporter d’assalto replica:

Sono tutto fuorché questo. Io sono un fotografo dei tempi lunghi, mi interessa la dimensione umanistica di quello che faccio, il racconto dell’uomo, e questo richiede un rapporto, anche dilatato, con i soggetti, i luoghi… Ovviamente la componente “avvenimenti”, la Storia che si muove, è un nodo importantissimo e inevitabile, ma è uno spunto iniziale, io seguo una chiave umanistica, antropologica.

Come nasce Paolo Pellegrin?

Studiavo a Roma, architettura alla Sapienza, ero al terzo anno, ma non ero convinto, così ho deciso di cercare la mia strada altrove. E la fotografia mi interessava, da sempre. In realtà avrei voluto studiare antropologia, ma dopo architettura non mi andava di iscrivermi a un’altra facoltà. Mi sembrava che la fotografia potesse essere un modo per investigare sul mondo, sull’uomo, insomma, su me stesso. Questi ultimi 15, 20 anni, sono anni di grande complessità, estrema accelerazione, il mondo si è trasformato e si trasforma a una velocità impressionante. E noi abbiamo la fortuna di vivere una storia accelerata. Chiaramente anche con tutta una serie di grossi, enormi problemi. L’11 settembre è stato uno spartiacque.

Ma l’occhio di un fotografo nota dei cambiamenti nelle sue immagini? Si adatta a questa accelerazione?

Nel mio caso, il processo, casomai, è l’opposto… La fotografia è interessante perché è la traduzione immediata, istantanea, di chi è il fotografo in quel momento…  L’atto del fotografare, che è una cosa così semplice, in realtà racchiude una cosa complessa: ogni volta che scattiamo, diamo voce a un pensiero, a un’opinione e trasmettiamo chi siamo in quel momento. E io ora so che la mia voce, la mia fotografia, sta diventando più asciutta, si sfronda.

Perché la tua mostra si chiama Dies irae?

Il titolo non l’ho scelto io, ma l’ho abbracciato perché penso che in questi anni, nel post 11 settembre, in questo mondo cambiato, e cambiato da noi, ci poteva stare un’idea di furia, o di ira.

Fellini, quando gli chiesero quale fosse tra i suoi il film quello che gli era piaciuto di più rispose che era come chiedere a un padre di scegliere il preferito tra i suoi figli.

Credo che la paternità dell’autore sia solo iniziale. Io come fotografo mi ritengo la scintilla, l’incrocio di cose che hanno creato delle immagini che poi hanno vita propria e quasi non mi appartengono più. Comunque, non ragiono in termini di singole immagini, ciò che mi interessa è un corpus di lavoro, come per esempio quello sulla Palestina: lì c’è la guerra in Libano nel 2006, ci sono le varie incursioni israeliane in Cisgiordania o a Gaza… La mia idea, insomma, è di una fotografia che si compone di singoli momenti che formano un insieme, un organismo che racconta la Storia. Noi abbiamo il grande privilegio e la responsabilità di essere dei testimoni.

Hai mai paura? Cioè pensi mai: mi sto esponendo ma questa foto la faccio lo stesso?

Beh, certo, i reporter si mettono sicuramente in gioco,  pesantemente. Ma se decidi di assumerti il ruolo di testimone, esporsi è una condizione sine qua non, fa parte dell’equazione, complessa per altro, dello stare in certi posti. E starci vuol dire anche muoversi e riuscire a navigare e sopravvivere, ed è quindi un’enorme parte di quello che  facciamo noi fotografi.

Intervieni mai su una foto?

Le immagini, per quel che mi riguarda, non sono mai create. Credo di essere un testimone e in quanto tale non mi permetto mai di intervenire sulla realtà, il mio unico intervento è quello della mia presenza, è quello di esserci. Se ti metti, invece, a manipolare le situazioni, o a costruirle, viene meno la credibilità che il fotogiornalismo deve avere, secondo me. E poi, ho sempre trovato che la realtà fosse talmente complessa e ricca che non c’è bisogno di stare lì a rifarne un’altra.

Fonte: vogue.it

Paolo Pellegrin - Dies Irae

Paolo Pellegrin - Dies Irae

Written by filippo

26 febbraio 2011 at 6:08 am

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