Night train
I miei compagni di viaggio, al ritorno da Reggio Emilia.
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Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.
– Don DeLillo, Body Art
Philip-Lorca diCorcia
Philip-Lorca diCorcia (born 1951) is an American photographer.
DiCorcia alternates between informal snapshots and iconic quality staged compositions that often have a baroque theatricality.
Using a carefully planned staging, he takes everyday occurrences beyond the realm of banality, trying to inspire in his picture’s spectators an awareness of the psychology and emotion contained in real-life situations. His work could be described as documentary photography mixed with the fictional world of cinema and advertising, which creates a powerful link between reality, fantasy and desire.
During the late 1970s, during diCorcia’s early career, he used to situate his friends and family within fictional interior tableaus, that would make the viewer think that the pictures were spontaneous shots of someone’s everyday life, when they were in fact carefully staged and planned in beforehand. He would later start photographing random people in urban spaces all around the world. When in Berlin, Calcutta, Hollywood, New York, Rome and Tokyo, he would often hide lights in the pavement, which would illuminate a random subject in a special way, often isolating them from the other people in the street.
His photographs would then give a sense of heightened drama to the passers-by accidental poses, unintended movements and insignificant facial expressions.Even if sometimes the subject appears to be completely detached to the world around him, diCorcia has often used the city of the subject’s name as the title of the photo, placing the passers-by back into the city’s anonymity. Each of his series, Hustlers, Streetwork, Heads, A Storybook Life, and Lucky Thirteen, can be considered progressive explorations of diCorcia’s formal and conceptual fields of interest. Besides his family, associates and random people he has also photographed personas already theatrically enlarged by their life choices, such as the pole dancers in his latest series.
His pictures have black humor within them, and have been described as “Rorschach-like”, since they can have a different interpretation depending on the viewer. As they are planned beforehand, diCorcia often plants in his concepts issues like the marketing of reality, the commodification of identity, art, and morality.
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Conversations a Milano
Conversations. Fotografie della Bank of America Merrill Lynch Collection
29 settembre 2011 – 15 gennaio 2012, Spazio Mostre
edizione italiana a cura di Silvia Paoli
Il Museo del Novecento prosegue la sua attività espositiva presso lo Spazio Mostre al piano terra con una mostra dedicata alla fotografia dal titolo Conversations. Come racconta Marina Pugliese, direttore del Museo del Novecento “la mostra, pensata per Milano in virtù della collaborazione tra Bank of America Merrill Lynch e il Museo, porta in città una straordinaria collezione di fotografia che annovera le opere di grandi autori integrando idealmente e a livello internazionale il percorso espositivo del museo”.
Per la prima volta saranno a Milano 80 fotografie provenienti da una delle più prestigiose collezioni bancarie al mondo, la Bank of America Merryll Lynch Collection, nell’ambito del programma Art in our Communities®, un progetto di mostre itineranti lanciato nel 2009 attraverso cui le opere d’arte della collezione sono state prestate ai musei di tutto il mondo ed esposte in oltre 50 esposizioni internazionali.
Conversations, che è stata inaugurata al pubblico per la prima volta al Museum of Fine Arts di Boston e sarà all’Irish Museum of Modern Art di Dublino a febbraio 2012, viene presentata al Museo del Novecento nell’edizione italiana a cura di Silvia Paoli, conservatore del Civico Archivio Fotografico ai Musei del Castello Sforzesco di Milano.
Il percorso espositivo, a partire dalle linee indicate nella edizione americana, valorizza alcuni dei capolavori della collezione ponendoli in “conversazione” tra loro, attraverso accostamenti tematici (nelle sezioni: Ritratto, Paesaggio, Uno sguardo sull’arte, Astrazione/Sperimentazione, Viaggi/Monumenti, Società/Testimonianze, Astrazione/Paesaggio industriale, Surrealismo, Astrazione/Natura morta), ma anche storici e formali, ripercorrendo in modo diacronico la storia del medium fotografico. Nello stesso spazio espositivo, immagini del XIX secolo dialogano con scatti del XX secolo, primi piani con foto panoramiche, ritratti con foto documentarie, still life con opere astratte, in un gioco dialettico che coinvolge lo spettatore.
Le immagini urbane ad esempio (di Robert Frank, Harry Callahan, Helen Levitt o William Klein) che costituiscono un cospicuo nucleo della collezione, sono specchio della formazione della complessa società americana. Un tema che, in mostra, viene amplificato e ulteriormente articolato proprio nelle ricercate giustapposizioni delle fotografie, realizzate spesso con soluzioni formali molto diverse o in momenti storici distanti. Similmente il ritratto (Edward Weston, Man Ray, Jeanne Dunning) e la natura morta (Irving Penn, William Eggleston, Lee Friedlander) che con la sperimentazione del mezzo si caricano di connotazioni psicologiche e di valori simbolici – fino alle provocazioni ironiche di Cindy Sherman – vengono presentati in mostra in eloquenti contrappunti visivi: a volte affiancati a scatti di paesaggio, in un dialogo di intensità emotiva, a volte tra di loro in un confronto metalinguistico (uso della prospettiva, dei colori, astrazione…) che ne enfatizza il messaggio.
Tra i molti artisti rappresentati compaiono i nomi di alcuni dei maestri indiscussi della fotografia internazionale: Gustave Le Gray, Julia Margaret Cameron, Eugène Atget, Alfred Stieglitz, Paul Strand, László Moholy-Nagy, Man Ray, Walker Evans, Robert Frank, Lee Friedlander, Cindy Sherman, Bernd e Hilla Becher, Thomas Struth, solo per citarne alcuni. Commentando la nuova mostra, Rena De Sisto, Global Arts and Culture Executive di Bank of America Merrill Lynch, ha affermato: “Siamo orgogliosi di sponsorizzare il Museo del Novecento. Questo museo rappresenta una destinazione d’elezione per gli amanti dell’arte italiani e stranieri. Nata per celebrare l’arte contemporanea, questa istituzione è il luogo ideale per ospitare delle fotografie, quintessenza dell’arte del XX secolo. Operiamo a Milano da oltre 50 anni e siamo consapevoli che, nel clima economico attuale, il nostro ruolo di sostenitori all’industria dell’arte è più importante che mai. Siamo onorati di aver potuto dimostrare, attraverso questa mostra molto speciale, il nostro impegno e la nostra vicinanza all’Italia.”
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La Bank of America Merrill Lynch Photography Collection.
All’origine della Collezione di fotografie di Bank of America Merrill Lynch sta l’operato di Beaumont Newhall, all’epoca tra i più affermati studiosi di fotografia, e di sua moglie Nancy che, incaricati nel 1967, crearono in tre anni il primo fondamentale nucleo della collezione con circa 350 esemplari. Newhall fu fondatore e direttore del Dipartimento di fotografia del MOMA a New York. Qui, nel 1937, con la mostra Photography 1839 – 1937, Newhall costituì la collezione che fu poi il nucleo centrale alla base del Dipartimento del MOMA. Il catalogo dell’esposizione scritto da Newhall, inoltre, fu la base del più importante testo storico sulla fotografia, dal dopoguerra fino ai giorni nostri, stampato in numerose edizioni e traduzioni.
Fonte: museodelnovecento.org
Pasolini, Pagine corsare
Pasolini, 38 anni fa, scriva questo:
Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.
Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.
Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.
L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).
Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.
Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.
Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre!
L’articolo era apparso sul “Corriere della Sera” il 9 dicembre 1973 con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione” – L’ultima parte dell’articolo, la “sfida”, appunto, non appare in Scritti corsari. Può essere reperita in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani (edizione diretta da Walter Siti, Mondadori 1999)
Fonte: pasolini.net



































































