Filippo Venturi Photography | Blog

Documentary Photographer

Foto e musica, diversamente abili

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Dennis Stock, Venice Beach Rock Festival, 1968

Dennis Stock, Venice Beach Rock Festival, 1968

Voglio riportare un articolo di Michele Smargiassi, “Foto e musica, diversamente abili“, che ho apprezzato:

La fotografia è muta, la musica è cieca: ma che spettacolo, che fuochi d’artificio quando queste due arti diversamente abili s’incontrano. Si sono cercate, si sono trovate, si sono amate, non si sono più lasciate. Si sono scambiate i loro anelli fatati di fidanzamento, e adesso la musica si vede, e le fotografie suonano, e tutto sembra così naturale che pare impossibile immaginare un’epoca, che pure ci fu, nella quale i volti dei musicisti fossero del tutto sconosciuti, tranne ai pochi che li ascoltavano eseguire dal vivo le loro composizioni.

Ma ecco, è proprio qui il segreto dell’incontro magico tra l’occhio e l’orecchio. Gino Castaldo, che ha rinchiuso centinaia di grandi fotografie di grande rock e pop in una scatola preziosa (Music Box, edito da Contrasto) ce lo spiega con grande intuito. Immagine e musica non s’incontrarono subito. La fotografia, protesi meccanica dell’occhio, era già adulta quando Edison inventò il fonografo, protesi meccanica dell’orecchio. E fu quello il vero incontro: fra due percezioni differite. Solo quando la musica si staccò, si emancipò dall’esecutore e cominciò a risuonare anche in sua assenza, congelata e poi scongelata da dischi di vinile, si sentì il bisogno di conservare allo stesso modo anche l’immagine del musicista, emerse il preponente bisogno di immaginare quel suonatore assente. Le copertine dei dischi, le riviste di spettacolo, i poster nelle camere degli adolescenti furono l’altare di quello splendido matrimonio misto.

Ma che ménage difficile. Come si fotografa la musica? Tu fai clic mentre sei immerso nel vapore sonoro che t’inebria come l’incenso, ma quel che viene fuori sono statue di santi con le mani su una chitarra, o con le guance paonazze attorno all’ancia di un clarinetto; la musica non c’è, il dio delle note è svanito, ci sono solo i suoi devoti, e i suoi accessori rituali. La musica in fotografia è una gigantesca metonimia, ovvero ti mostra una cosa per suggerirtene un’altra. Geniale allora fu Herman Leonard, scomparso un anno fa, forse il più grande fotografo di jazz assieme a William Claxton, che scoprì l’oggetto transazionale perfetto per la musica: il fumo, in controluce sullo sfondo nero dei localini dove negli after hours ce n’era sempre in abbondanza, e lo trasformò nell’apparizione sacra, l’ectoplasma della musica, e da allora quanti riccioli e volute di fumo nelle foto di musica di ogni genere.

La musica dunque si può vedere, si può incarnare. Difatti questo cofanetto di immagini fa la scelta, sofisticata, concettuale e divertente, di scompigliare la storia della musica fotografata, ignorando ere, generi, storie e geografie, e catalogandola invece per i suoi soggetti materiali ricorrenti e quasi ossessivi. La chitarra, ad esempio: quando Hendrix bruciò la sua, come la imbracciava il Boss, come non la imbracciava Patti Smith, gesti, eventi visuali che senza la fotografia non avrebbero avuto senso, né memoria. Oppure il palco: quello dei grandi raduni, Woodstock o Wight, altare, teatro, set tutto insieme. E poi gli occhi del musicista, che solo il fotografo raggiunge così da vicino. E via così.

E che ménage passionale, anche. Che abbraccio, che emulazione, che identificazione fra gli eroi del suono e quelli della luce. Quanti fotografi musicisti: Ansel Adams fino a vent’anni era una promessa del pianoforte classico, Weegee sbarcava il lunario accompagnando al violino i film del muto, Florence Henri studiò piano a Parigi addirittura con Ferruccio Busoni, e ancora Lisette Model, James Coburn, Eugene Smith, William Eggleston, “Chim” Seymour, tutti suonavano benino qualcosa. E il viceversa non è meno vero: Lou Reed, Bryan Adams, Michael Nyman, Graham Nash, Bill Wyman sono fotografi non disprezzabili, Madonna è collezionista e eccellente conoscitrice di foto. E ci sarà qualche ragione se Paul McCartney sposò la fotografa Linda, o Patti Smith fu la musa di Robert Mapplethorpe.

La fotografia ha senz’altro cambiato la musica: niente rock’n’roll senza la prepotenza del corpo esibito, niente pop senza il look delle star; da quando c’è un obiettivo sotto il palco, per farsi sentire bisogna prima farsi vedere. La fotografia ha convinto la musica a farsi performance. Più difficile è capire come la musica ha cambiato la fotografia, oggi che entrambe si trovano con grande sorpresa a convivere fianco a fianco, smaterializzate e numerizzate, nella stessa casa: i foto-audio-telefonini in tasca a milioni di adolescenti.

 

Written by filippo

29 ottobre 2011 at 6:48 am

Pubblicato su Fotografie

Insania

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Written by filippo

28 ottobre 2011 at 8:21 PM

Pubblicato su Fotografie, Videos

Per Tess

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Edward Hooper, A woman in the sun (1961)

Edward Hooper, A woman in the sun (1961)

Giù nello Stretto le onde schiumano
come dicono qui. Il mare è mosso e meno male
che non sono uscito. Sono contento d’aver pescato
tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti
e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente.
Neanche un morso. Ma mi sta bene così. È stato bello!
Avevo con me il temperino di tuo padre e sono stato seguito
per un po’ da una cagnetta che i padroni chiamavano Dixie.
A volte mi sentivo così felice che dovevo smettere
di pescare. A un certo punto mi sono sdraiato sulla sponda
e ho chiuso gli occhi per ascoltare il rumore che faceva l’acqua
e il vento che fischiava sulla cima degli alberi. Lo stesso vento
che soffia giù nello Stretto, eppure è diverso.
Per un po’ mi son lasciato immaginare che ero morto
e mi stava bene anche quello, almeno per un paio
di minuti, finché non me ne sono reso conto: Morto.
Mentre me ne stavo lì sdraiato a occhi chiusi,
dopo essermi immaginato come sarebbe stato
se non avessi davvero potuto più rialzarmi, ho pensato a te.
Ho aperto gli occhi e mi sono alzato subito
e son ritornato a essere contento.
È che te ne sono grato, capisci. E te lo volevo dire.
– Raymond Carver, Per Tess

Per Tess racconta una piccola storia e, allo stesso tempo, cattura un momento. Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto – qualsiasi opera letteraria che presuma di chiamarsi arte – è un atto di comunicazione fra lo scrittore e il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, più che limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare, giusto? C’è sempre l’esigenza di tradurre i propri pensieri e le proprie preoccupazioni più profonde in un linguaggio che li fonda in una forma – narrativa o poetica – nella speranza che il lettore li possa capire e possa provare quelle stesse sensazioni e interessi. Le sensazioni e le intuizioni del lettore accompagnano e integrano sempre un brano letterario. E’ una cosa inevitabile e anche auspicabile. Ma se il carico principale di quello che lo scrittore ha da dare rimane alla stazione di partenza, quel brano, a mio modo di vedere, è in gran parte fallito. Credo di essere nel giusto quando penso che quella di essere capito sia una premessa fondamentale da cui qualsiasi buon scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi.

___

Out on the Strait the water is whitecapping,
as they say here. It’s rough, and I’m glad
I’m not out. Glad I fished all day
on Morse Creek, casting a red Daredevil back
and forth. I didn’t catch anything. No bites
even, not one. But it was okay. It was fine!
I carried your dad’s pocketknife and was followed
for a while by a dog its owner called Dixie.
At times I felt so happy I had to quit
fishing. Once I lay on the bank with my eyes closed,
listening to the sound the water made,
and to the wind in the tops of the trees. The same wind
that blows out on the Strait, but a different wind, too.
For a while I even let myself imagine I had died –
and that was all right, at least for a couple
of minutes, until it really sank in: Dead.
As I was lying there with my eyes closed,
just after I’d imagined what it might be like
if in fact I never got up again, I thought of you.
I opened my eyes then and got right up
and went back to being happy again.
I’m grateful to you, you see. I wanted to tell you.
– Raymond Carver, For Tess

Written by filippo

25 ottobre 2011 at 9:31 PM

Pubblicato su Arte, Libri

Vivian Maier

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Vivian Maier, street photographer (photo 1)

Vivian Maier, street photographer (photo 1)

Vivian Maier, street photographer (photo 2)

Vivian Maier, street photographer (photo 2)

Vivian Maier, street photographer (photo 3)

Vivian Maier, street photographer (photo 3)

Vivian Maier, street photographer (photo 4)

Vivian Maier, street photographer (photo 4)

Vivian Maier, street photographer (photo 5)

Vivian Maier, street photographer (photo 5)

Vivian Maier, street photographer (photo 6)

Vivian Maier, street photographer (photo 6)

Vivian Maier, street photographer (photo 7)

Vivian Maier, street photographer (photo 7)

Vivian Maier, street photographer (photo 8)

Vivian Maier, street photographer (photo 8)

Vivian Maier, street photographer (photo 9)

Vivian Maier, street photographer (photo 9)

Vivian Maier, street photographer (photo 10)

Vivian Maier, street photographer (photo 10)

Vivian Maier, street photographer (photo 11)

Vivian Maier, street photographer (photo 11)

Vivian Maier, street photographer (photo 12)

Vivian Maier, street photographer (photo 12)

Vivian Maier, street photographer (photo 13)

Vivian Maier, street photographer (photo 13)

Vivian Maier, street photographer (photo 14)

Vivian Maier, street photographer (photo 14)

Vivian Maier, street photographer (photo 15)

Vivian Maier, street photographer (photo 15)

Vivian Maier, street photographer (photo 16)

Vivian Maier, street photographer (photo 16)

Vivian Maier, street photographer (photo 17)

Vivian Maier, street photographer (photo 17)

Vivian Maier, street photographer (photo 18)

Vivian Maier, street photographer (photo 18)

Vivian Maier, street photographer (photo 19)

Vivian Maier, street photographer (photo 19)

Vivian Maier, street photographer (photo 20)

Vivian Maier, street photographer (photo 20)

Vivian Maier è morta in disgrazia nel 2009.

Per tutta la vita aveva fotografato americani medi per le strade dello shopping con uno sguardo triste. Dopo la sua morte un collezionista ha comprato all’asta 40mila negativi, 15mila da sviluppare, e ha pubblicato il suo tesoro su un blog bellissimo (Vivian Maier – Her Discovered Work).

Ora il tutto diventa un libro e una mostra su di lei a Chicago. Venti anni di storia americana, fotografata per le strade di Chicago in bianco e nero con una macchina Rolleiflex medio formato, tornano alla luce, online, grazie a un collezionista fortunato. L’autrice di questi mirabili scatti, esempi preziosi di street photography, è la francese Vivian Maier: arrivata negli Stati Uniti negli anni ’30, impiegata prima come commessa e poi come bambinaia, morta in disgrazia nel 2009 e solo oggi celebrata come una fotografa di successo. Ha scattato ininterrottamente fino agli anni ’90 per poi conservare migliaia di negativi mai stampati tutti per sé, senza mostrarli mai a nessuno.

Ma nel 2007, a causa di alcuni pagamenti insoluti, parte della produzione di Vivian viene ceduta, insieme ad altri mobili d’epoca, chiusa in un armadietto di archiviazione. I mobili vengono messi all’asta e 40mila negativi, dei quali circa 15mila ancora all’interno di rullini non sviluppati, vengono acquistati per poche centinaia di dollari da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione, in cerca di materiale fotografico per la scrittura di un libro sui quartieri di Chicago. È lui a decidere di far conoscere al mondo l’opera di Vivian pubblicando parte delle immagini acquisite sul blog Vivian Maier – Her Discovered Work.

Sboccia così, a metà tra la leggenda e la virtualità, il mito di Vivian Maier, la fotografa del mistero della quale si conoscono rare notizie biografiche e il cui viso si intravede solo in alcuni autoscatti

Written by filippo

25 ottobre 2011 at 3:07 PM

Pubblicato su Fotografie

Chiarore residuo

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Raymond Carver

Raymond Carver

Scende il crepuscolo. Poco fa è caduta
un po’ di pioggia. Si apre un cassetto e dentro ci si trova
la foto di un uomo e ci si rende conto che ha solo altri due anni
di vita. Lui questo non lo sa, è chiaro,
è per questo che posa sorridente davanti all’obiettivo.
Come può sapere cosa gli sta mettendo radici nella testa
in quel momento? Se si guarda verso destra
tra i rami e i tronchi, si intravedono
macchie rossastre di chiarore residuo. Non ci sono ombre, né
chiaroscuri. L’aria è umida e calma…
Lui continua a posare sorridente. Rimetto la foto
a posto con le altre e concentro
invece l’attenzione sul chiarore residuo lungo i monti lontani,
che si posa dorato sulle rose del giardino.
Poi non posso fare a meno di lanciare un’altra occhiata
alla foto. Il suo ammiccare, il gran sorriso,
l’inclinazione spavalda della sigaretta.

– Raymond Carver, Chiarore residuo

Written by filippo

24 ottobre 2011 at 7:36 am

Pubblicato su Arte, Libri