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John Fante, La confraternita dell’uva (4° parte)

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John Fante, La confraternita dell’uva

Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fëdor Michailovich Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza.
Dostoevskij mi cambiò. “L’idiota”, “I demoni”, “I fratelli Karamazov”, “Il giocatore”. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili. L’odio per mio padre si sciolse. Amavo mio padre, povero disgraziato sofferente e perseguitato. Amavo anche mia madre, e tutta la mia famiglia. Era tempo di diventare uomo, di lasciare San Elmo e andarmene nel mondo. Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere.

[…]

Domenica di Pasqua. Avevo dodici anni. Eravamo, tutta la famiglia, alla fattoria dei Santucci: orde di italiani venuti da tutta la contea, lunghe tavolate subissate di vino, pasta, insalata, capretto arrosto, e il mio vecchio con la testa d’un capretto nel proprio piatto, intento a mangiarsene il cervello e gli occhi, ridendosela di gusto mentre esibiva il trofeo al cospetto delle donne che strillavano per l’orrore. E dopo, una partita di softball. Qualcuno fece finire la palla oltre la siepe, in un campo più in là. Io, per inseguirla, feci un salto e atterrai su mio padre il quale, nascosto nell’erba alta, con quel suo culone bianco come una luna invernale, si stava pompando la signora Santucci, che poi sarebbe stata la migliore amica di mia madre. Sbalordito, me la diedi a gambe verso il frutteto, al di là del torrente, giù per il boschetto di peri. Mio padre mi venne dietro di corsa. Io ero veloce come un daino, e pensavo che non mi avrebbe mai preso, invece ci riuscì. Mi diede uno scossone. Dalla furia stava sputando: – Dì una sola parola a tua madre e perdio ti uccido!
Il resto di quel lungo pomeriggio lo trascorsi al fianco di mia madre impegnata a far pettegolezzi con le altre signore sul prato. Non volevo lasciarla. Stavo seduto sull’erba, stretto all’orlo della sua gonna, cosa che finì per infastidirla. – Và a giocare con gli altri ragazzini, – disse, – mi stai annoiando.

[…]

La portai sulla soletta. Lui con la cazzuola stese uno strato di malta e tolse la pietra dalla mia presa. Ecco il momento della verità. Paonazzo, con gli occhi che stavano per schizzargli fuori dalle orbite, lasciò andare la presa e cadde sulle ginocchia. Riprovò. Stavolta riuscì a sistemare la pietra sulla malta, ma stava già bestemmiando in italiano: imprecava contro la pietra, contro il mondo, contro se stesso. Lo guardai, cosa che non gli piacque, e imprecò anche contro di me.
Cercando di calmarlo, dissi: – Non ti preoccupare, sei un po’ fuori allenamento, quest’è tutto.
– Taci -. Indicò con la cazzuola. – Quella. Era un altro peso massimo. La presi su.
– Senti papà. Tu metti la malta e io metto le pietre.
– Taci.
Stese la malta e prese la pietra dalle mie braccia, lottando aspramente, sopraffatto da quel peso, e tuttavia riuscì a piazzarla nella giusta posizione.
Dopo due ore che trafficavamo con le pietre piccole, cercava di stare in posizione eretta ma aveva le reni a pezzi e non ce la faceva più. Piegato come uno scimmione, barcollò fino alla riva del torrente e tirò su il boccione. Si distese sulla pancia e si attaccò al vino freddo, la faccia penosamente afflosciata, gli occhi smarriti. La foresta lo guardava, comprendendo la sua crisi. Gli alberi sospirarono. Gli uccelli, allarmati, parlottavano. Il cielo lo teneva d’occhio, in un azzurro compassionevole. Mio padre, il mio povero vecchio! Era stato sconfitto, lo sapeva, ma non voleva ammetterlo.
Ne aveva costruite di cose con quella pietra, e chiese, e scuole, e almeno una biblioteca: ma adesso se la stava vedendo brutta assai per tirar su un affumicatoio di tre metri e mezzo, senza finestre e con una sola porta.
E sia: che la sconfitta trionfi, pensai, e che si renda conto che tutto ciò è al di là delle sue forze e dei suoi anni; che la butti, quella cazzuola, e mandi al diavolo questa montagna e se ne vada a casa. Dio benedica i cervi!
Lasciandomi cadere al suo fianco, presi il boccione. Quel vino! Mi rifece la bocca, la carne, la pelle, il cuore e l’anima, e ringraziai Dio per le colline di Angelo Musso. Sdraiati in silenzio, ascoltavamo gli uccelli e ci passavamo il boccione.
Gli domandai che cosa avesse in mente.
– Dobbiamo schiattare le pietre, così dalle più grandi ne otteniamo di più piccole.

[…]

Andavamo bene. Quand’era stanco, lui chiedeva vino. Non ce la faceva a raddrizzarsi e così, quando beveva, pareva una scimmia. Cominciò a sudare, e sulla schiena e sotto le ascelle gli comparvero delle chiazze di colore rosa. Che diavolo, pensai, è nutriente, è zucchero d’uva, è energia, e bevvi con lui tutte le volte. Stavamo andando bene, proprio bene.
Eravamo stanchi e inebetiti, e a un certo punto mi parve di vedere uno gnomo col cappello rosso nel bosco mentre il sole scivolava sopra gli alberi e i muri dell’affumicatoio germogliavano verso il cielo.
Finimmo di lavorare quando si fece buio. Avremmo potuto continuare al chiaro di luna, ma in quel caso avremmo raggiunto il limite estremo della pazzia. Poteva arrivare Sam Ramponi da Reno e farsi una solenne risata. Gli ospiti del motel si sarebbero chiesti che stava succedendo. Decidemmo che era finita la giornata. Avevamo bevuto due galloni. Ne avevamo pisciati tre o quattro. Ci girava la testa e facevamo paura. Il vecchio Nick se la rideva.

[…]

Ora andavamo veloci. Dovevamo filarcela. Io spaccavo le grosse pietre e il vecchio le incastrava nel muro. Eravamo in mare aperto, su una zattera, e ci davamo da fare quasi stessimo stabilendo un primato. Fatti una bevuta, figlio. Una corsa. Fatti una bevuta, papà. Non c’era né partenza né traguardo. Via, veloci. Lui buttò da una parte il filo a piombo.
Smise di usare la livella. Lavorava d’istinto. Talvolta abbassava il capo per controllare la linea del muro e sbirciava. Il piombo lo manteneva così. Il muro cresceva e il vino calava. Una volta guardai verso il cielo e domandai: – Che ora è? -. Rispose lui: – Non esistono, le ore, – e risi. Dio, se era profondo.
Quando finì il vino, Ramponi ne portò dell’altro da Reno. Giusto in tempo. Proprio nel momento dell’ultima goccia dell’ultimo boccione. Quello buono, di Angelo Musso.

[…]

Le luci erano spente e la casa di mia madre era al buio quando svoltai nel cortile, ma vidi che l’ingresso principale era aperto e sentii il cigolio di una sedia a dondolo sulla veranda, e poi la voce di mia madre.
– E’ morto?
Nella sua voce non c’era ansia, non emozione, soltanto una accettazione passiva di ciò che doveva essere.
– No, mamma. Vengo giusto dall’ospedale.
– Come sta?
– Bene, – dissi, scrutando l’oscurità in cerca di un poco del suo viso. – Il dottor Maselli sta con lui -. Mi sedetti
sull’ultimo gradino della veranda e mi appoggiai alla staccionata.
– Me la sentivo, – disse lei. – L’ho sempre saputo. E’ un fatto di cuore?
– Ha preso il diabete.
Si alzò e baciò un rosario bianco che aveva in mano.
– Suo padre morì di diabete.
– Quanti anni aveva?
– Era giovane. Ne aveva solo ottanta. Quand’è che possiamo andare a trovarlo?
– Forse domani.
– Hai fame? Ho fatto un pezzo di carne.
La seguii in casa. La carne era nel forno aperto. Non aveva un’aria appetitosa, era come se fosse stata preparata per mio padre: la sua cena, e io non potevo mangiarla. Mentre spalmavo burro di arachidi su una fetta di pane, mia madre si fece sulla porta. Aveva un vestito grigio e azzurro con uno scialle nero sul capo.
– Vado in chiesa.
– A quest’ora? Sarà chiusa.
– Non più. Padre Martin tiene le porte aperte tutta la notte.
– Vacci di mattina.
– Ci vado ora, voglio pregare.
– Ti chiamo un taxi.
– No, mi va di camminare.
Se ne andò, e io sentii il burro d’arachidi che mi s’attaccava al palato, poi pensai a lei che stava facendosi sette isolati di notte, attraversava la ferrovia, superava il deposito di legname e arrivava a Pacific Street, alla chiesa di legno del quartiere messicano. Andai con lei.
La raggiunsi, e lei non si accorse che ero là; continuava assorta in altri pensieri, con serena determinazione. Come mi pareva bella in quella notte tiepida, lungo quella strada di case cadenti appena illuminata; innamorata del suo marito tiranno che stava all’ospedale, con quel viso di colomba e i movimenti dolci che mi ricordavano una vecchia fotografia di lei a vent’anni, con un bel cappello ampio al Capitol Park di Sacramento, appoggiata a un albero, sorridente; preziosa

[…]

Mi inginocchiai anch’io al suo fianco, e ascoltai il vecchio edificio che cigolava e ansimava dopo tutto il calore della giornata. C’era un odore di strati e strati d’incenso e di fiori freschi, di matrimoni e di funerali insieme, e poi ombre che guizzavano sulle pareti dietro le ghirlande di luci della vigilia.
La pace ammorbidì il volto di mia madre. Non si era sposata in quella chiesa, ma era lì che i suoi figli erano stati battezzati, ed erano poi stati educati dalle suore di quella parrocchia. Ora era la fede che la nutriva, e dal modo in cui le sue labbra si muovevano si poteva capire che stava assorbendo tutta la magia del posto.

[…]

Mentre aspettavano malinconici coi loro vestiti della domenica, gli amici che s’erano incaricati di portare la bara si facevano ombra sotto un grosso olmo, in quel mesto, bollente pomeriggio. Erano Zarlingo, Cavallaro, Antrilli, Mascarini, Benedetti e Rocco Mangone. Erano belli come vecchie pietre sparpagliate su un terreno in pendio. Il dolore mi prese alla gola come una trota che saltava, e li guardai. Ora che non avevo più il mio, avrei preso uno qualunque di loro perché mi fosse padre. Davvero: qualunque uomo, o magari un cespuglio, un albero, un sasso, purché mi volesse come figlio. Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.

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1° parte, 2° parte, 3° parte, 4° parte

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Written by filippo

28 December 2013 at 9:31 am

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