Archive for the ‘Attualità’ Category
È morta Fernanda Pivano
Ieri, mercoledì 19 agosto, è morta Fernanda Pivano.
Nel periodo in cui lessi tutto ciò che si trovava tradotto in italiano di Charles Bukowski (probabilmente il mio scrittore preferito) ad eccezione delle poesie, conobbi Fernanda Pivano.
La ritrovavo in diversi siti dove cercavo informazioni su Bukowski e in qualche introduzione dei suoi libri; in particolare la ricordo nel volume “Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle”, dove intervistava lo scrittore americano.
Ha avuto una vita lunga, ha avuto una vita intensa, dove ha potuto dedicarsi alla propria passione e conoscere alcuni degli scrittori più importanti del 1900.
La invidio.
Fernanda Pivano ha contribuito ininterrottamente alla diffusione e alla conoscenza critica degli scrittori contemporanei più significativi d’America in Italia: da quelli del dissenso “negro”, come Richard Wright, a quelli del dissenso non violento degli anni Sessanta (Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti), l’autore della dissacrazione del sogno americano Charles Bukowski, fino a giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer. (Fonte: it.wikipedia.org)

Fernanda Pivano e Charles Bukowski
L’ultimo testo scritto per il corriere nel giorno del suo 92esimo compleanno
La mia giovane vecchiaia e il dono di Gore Vidal
Questo è l’ultimo intervento di Fernanda Pivano scritto per il Corriere della Sera. E’ stato pubblicato il 18 luglio di quest’anno, giorno del suo 92esimo compleanno. E’ un testo dedicato agli interrogativi posti dalla vecchiaia, ai ricordi e alla nostalgia degli anni della gioventù, nei quali si innamorò della nuova letteratura americana, i cui autori proprio lei contribuì a far scoprire con le sue traduzioni.
Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti, alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po’ nella memoria.
Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant’anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell’ ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell’ aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per «vedere» dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.
Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell’ eternità quando al massimo avevano compiuto settant’ anni. Troppo presto.
Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n’ è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell’ età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.
Posso confidarvi che l’ ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: «Let’ s make a baby – facciamo un bambino». Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza «che giocò con la vita per tutti i novant’anni»
Fernanda Pivano
Fonte: corriere.it
La nota scrittrice aveva 92 anni
L’ambasciatrice della “beat generation” ci ha lasciato orfani in una calda notte di agosto. Fernanda Pivano è morta in una clinica di Milano, dove era ricoverata da tempo. Giornalista, scrittrice, traduttrice e critica musicale, nota per aver contribuito a diffondere in Italia gli autori della beat generation, aveva da poco compiuto 92 anni. I funerali si svolgeranno probabilmente venerdì prossimo, a Genova, dove era nata il 18 luglio 1917.La sua attività poliedrica l’ha portata ad essere testimone di avvenimenti e personaggi letterari profondamente radicati nella cultura del secolo passato. Fernanda Pivano è stata una figura di rilievo nella scena culturale italiana, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento, amica, ambasciatrice e complice di autori leggendari, da Hemingway a Kerouac, da Edgard Lee Masters a Scott Fitzgerald.
Da Genova si trasferì adolescente con la famiglia a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo D’Azeglio. Nel 1941 si laurea in lettere con una tesi in letteratura americana sul capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, che viene premiata dal Centro di Studi Americani di Roma.
Nel 1943 pubblica per Einaudi la sua prima traduzione, parziale, della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, lavoro che segna l’inizio della carriera letteraria sotto la guida di Cesare Pavese, già suo professore al liceo. Nello stesso anno si laurea in filosofia con Nicola Abbagnano, di cui sarà assistente per diversi anni.
Nel 1948, a Cortina, Fernanda Pivano incontra Ernest Hemingway con il quale instaura un intenso rapporto professionale e di amicizia. L’anno successivo la Mondadori pubblica la sua traduzione di “Addio alle armi”. Negli anni seguenti curerà la traduzione dell’intera opera di Hemingway, intensificando l’amicizia con lo scrittore americano, del quale sarà più volte ospite in Italia, a Cuba e negli Usa.
“Non ho fatto niente per arrivare a 91 anni, un giorno mi ha detto che li avevo”, ironizzava prima del suo novantaduesimo compleanno, festeggiato lo scorso 18 luglio. La pace e la libertà sono state sempre il suo faro, dagli anni del liceo d’Azeglio a Torino frequentato da Primo Levi e con Cesare Pavese come insegnante dove conobbe l’antifascismo e la resistenza, al suo arresto quando le SS tedesche in una retata da Einaudi trovarono il suo contratto per la traduzione di Addio alle armi, il libro di Hemingway proibito dal governo fascista; all’Antologia di Spoon River, tradotta di nascosto, agli anni delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam.
Il cordoglio di Napolitano
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha inviato alla famiglia Pivano un messaggio di cordoglio: “Apprendo con commozione la triste notizia della scomparsa di Fernanda Pivano, fine intellettuale, protagonista della cultura italiana”. “Fernanda Pivano ha dato un contributo straordinario alla capacità della cultura italiana di tessere e coltivare rapporti che hanno arricchito il nostro patrimonio”, ha scritto il capo dello Stato.
Fone: tgcom
Un giorno in Senato

Parlamentari italiani al lavoro
Breve riassunto per i wot-fobici: una classe va in visita al Senato ed assiste ad uno spettacolo vergognoso (nulla di nuovo, in realtà).
Pensa di scrivere al Presidente della Repubblica, confidando nel suo intervento.
A me fa tenerezza l’ingenua determinazione che ci hanno messo nello scrivere la lettera e nel raccontare i fatti visti in Senato.
Lettera di una classe a Napolitano dopo la visita-choc a Roma
Egregio signor Presidente della Repubblica, a scriverle sono venti ragazzi […].
Ci rivolgiamo a Lei per la prima volta, ma l’argomento di cui vorremmo renderla partecipe ci sembra alquanto importante. La questione riguarda una visita che la nostra classe, insieme a due insegnanti, ha effettuato il 2 dicembre al Senato della nostra amata Repubblica.
Nel primo pomeriggio siamo stati alla Libreria del Senato, dove una cortese signorina ci ha parlato di quest’importante organo di Stato […] Dopo aver chiarito alcune curiosità ci ha esposto che cosa avremmo sentito alla seduta pubblica. […] Visto il tema molto attuale, la signorina ci ha anche spiegato che eravamo fortunati, in quanto avremmo assistito ad un’importante, se non accesa, discussione parlamentare.
Un po’ intimoriti, ma molto emozionati, siamo entrati a Palazzo Madama e, scortati dai commessi, siamo finalmente entrati per assistere alla seduta.
Il presidente del Senato stava già introducendo la relazione del disegno di legge e si immagini il nostro stupore, mettendoci seduti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano pressoché deserte e che nessuno di quei pochi signori presenti stava ascoltando il Presidente.
Ci è venuto spontaneo chiedere spiegazioni ai commessi, i quali ci hanno cortesemente rassicurati, spiegandoci che ogni senatore conosceva già il disegno di legge e la lettura da parte del Presidente era pura formalità. La situazione e soprattutto il grado di attenzione sarebbero sicuramente cambiati da lì a poco.
Ma ancora più stupore lo abbiamo provato nel momento in cui ci siamo resi conto che la situazione, con il passare dei minuti, non solo non cambiava, ma degenerava: i senatori parlavano fra di loro ed al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio di sottofondo, per altro non captato dal Presidente, che neppure tentava di richiamare all’ordine tali senatori.
Ai più sfrontati con il cellulare alla mano si contrapponevano però i senatori più pacati: non conversavano, non interagivano, ma sfogliavano semplicemente le pagine dei quotidiani o dei giornali di gossip.
Non dimentichiamo poi coloro che usavano con naturalezza il computer, aperto in bella vista davanti ai loro scanni (Facebook va forte in Senato). Dalla nostra tribunetta, esterrefatti, scrutavamo tutto e tutti. La situazione stava per toccare il fondo: alcuni senatori cominciano a esporre i loro discorsi e le loro opinioni riguardo il decreto-legge, ma il brusio ovviamente non si placa neppure adesso.
Molti di loro, concluso il discorso, prendono la ventiquattr’ore e se vanno, senza nemmeno ascoltare la risposta degli altri parlamentari. Altri continuano insistentemente a conversare e come l’esponente del proprio schieramento conclude il discorso si girano e con estrema naturalezza applaudono, senza nemmeno aver ascoltato una virgola dell’arringa. Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono.
Ma lo stupore provato fino ad adesso in un soffio si trasforma in profonda delusione e vergogna. Ad alcuni di noi infatti capita per caso di ascoltare alcune frasi frammentarie, ma purtroppo del tutto intelligibili, di un senatore che, salito sulla tribunetta, stava rispondendo alle domande di altri signori scandalizzati quanto noi. «E’ normale, è anni che è così», ripeteva tale signore alle loro domande riguardo l’assenteismo. «L’Italia ormai è un Paese che non può più essere riformato», sosteneva. «I senatori si presentano solo per le votazioni più importanti; il titolo ormai è acquisito», rimarcava.
L’entusiasmo di venti giovani cittadini si è cancellato al sentire queste frasi. L’unica cosa che provavamo uscendo da Palazzo Madama quel martedì era delusione, amarezza, vergogna. Tutte quelle belle aspettative di cui eravamo pieni la mattina sono sfumate in quella mezz’ora.
Come si può governare bene un Paese se non si siede quasi mai in quelle tribune? Come si possono risolvere i problemi dello Stato senza dar loro attenzione? Come si possono trovare compromessi senza ascoltare le opinioni altrui? Come si può aiutare un Paese che sta soffrendo, che ha molte lacune da sanare, che ha gravi problemi da affrontare, se si hanno radicate nella mente le convinzioni di quel senatore?
[…]
L’articolo intero qui.
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Il caso Alitalia

Dopo 10 mesi, perdendoci oltre 4 miliardi di Euro, abbiamo dato Alitalia ad Airfrance, in realtà si tratta solo del 25%, ma quando fra pochi anni (se non mesi) Alitalia diventerà completamente francese a noi italiani non spetterà un soldo, finiranno tutti nelle tasche degli imprenditori truffaldini che avrebbero dovuto salvare l’italianità dell’azienda.
Posso udire il rumore liquido dello sfregamento della mano di Spinetta sul proprio prepuzio.
DIECI mesi dopo, con quasi lo 0,3 per cento di pil sottratto ai contribuenti e 7.000 posti di lavoro in meno, Alitalia torna a parlare francese.
In questi 300 giorni gli italiani hanno visto franare il prestito ponte di 300 milioni di euro concesso quasi all’unanimità dal Parlamento italiano. Oltre a perdere così un milione al giorno, i contribuenti si sono accollati i debiti contratti dalla bad company per quasi tre miliardi.
Il conto pagato dal contribuente è, dunque superiore ai 4 miliardi di euro, più o meno un terzo di punto di pil, quasi due volte il costo della social card e del bonus famiglia messi insieme.
Sarà Air France-KLM l’azionista di maggioranza, in grado di decidere vita, morte e miracoli della compagnia sorta dalle ceneri di Alitalia.
La composita cordata italiana ha dovuto subito rinunciare all’italianità della compagnia perché non era da sola in grado di far decollare neanche il primo aereo, previsto in volo sui nostri cieli il 13 gennaio prossimo venturo.
Conti fatti, è soprattutto Air France dunque ad aver fatto un affare. Rileva una compagnia più leggera di 7000 dipendenti rispetto a quella che avrebbe acquisito nel marzo scorso, che ha nel frattempo assunto una posizione di monopolio nella tratta più redditizia (Milano-Roma) versando molto meno di quel miliardo su cui si era impegnata solo 10 mesi fa.
[…]
L’articolo intero è qui.
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Ad imperitura memoria

Mi annoto un articolo interessante di Michele Smargiassi, ad imperitura memoria.
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Creatività e talento sempre più sacrificati: un libro scardina il mito del genio italico, processo di valorizzazione vicino al collasso: colpa di impresa, scuola e geografia
“Un lavoro si trova, ma dequalificato. Italia, il Paese dei cervelli sprecati” di MICHELE SMARGIASSI
Fantozzi si guarda allo specchio, si vede Leonardo, e si consola. La figura professionale più richiesta dal mercato del lavoro italiano è ancora il ragioniere, ma i discorsi dei politici e quelli del bar, unanimi, s’aggrappano ancora al mito del genio italico che ci salverà. Non siamo forse il paese degli artisti, degli stilisti che il mondo c’invidia? No. Non lo siamo. È ora di toglierci dalla testa mitologie non solo infondate, ma pericolose. Lo fa con chirurgica spietatezza Irene Tinagli, la ricercatrice italiana del team dell’americano Richard Florida, il padre della “teoria della classe creativa”. Il suo Talento da svendere, in uscita oggi da Einaudi, ha i numeri del saggio, il taglio di un pamphlet e l’obiettivo di smontare un po’ di luoghi comuni sul paracadute che garantirebbe all’Italia scalcinata e impoverita di sopravvivere agli scontri coi titani della globalizzazione: ovvero la sua riserva di creatività, garantita, eterna, quasi genetica.
Poveri ma geniali? Ma dove? A che serve il genio, quand’anche l’avessero nel Dna, ai 48 italiani su cento che non sanno usare Internet, alla spaventosa maggioranza che non sa neanche una lingua straniera, alla quasi totalità che non sa cosa succede nel mondo? Dove starebbe questo genio, poi, che nomi ha? Rubbia, Levi Montalcini, Dulbecco, i nostri premi Nobel, che poi hanno tutti studiato e lavorato all’estero? “Michelangelo diventò un grande artista perché aveva un muro da affrescare, e io in Italia non avevo un muro”, così, amaro, Riccardo Giacconi, premio Nobel 2002 per la Fisica, italiano all’anagrafe, americano per obbligo.
Marconi inventò la radio a Pontecchio, ma andò a fondare la sua impresa a Londra. Meucci inventò il telefono negli Usa. Armani, Versace? Guardiamo ai ruolini d’assunzione, piuttosto: l’anno scorso le imprese italiane hanno offerto solo il 9 per cento dei nuovi posti a figure professionali altamente qualificate.
Il mito del genio solitario ci sta facendo del male. Ci rende pigri, inattivi, in attesa che l’intelligentone ci piova addosso dal cielo. Ai paesi in ascesa impetuosa non importa nulla della “caccia al talento” individuale e straordinario, da pescare già fatto “come una perla nel guscio dell’ostrica”: producono invece ottimi, anonimi, compatti, efficienti staff. Negli Usa vanno forte ingegneri biomedici, elettronici e ambientali: da noi, en attendant un Galileo o un Brunelleschi, la categoria professionale in maggiore espansione è quella dei commessi e degli impiegati. E un milione di laureati s’accontenta di lavori che avrebbe potuto fare senza laurea.
Abbiamo gioito troppo presto per l’impennata di iscrizioni seguita alla riforma universitaria (più 6% dal 2001 al 2004); ma è già rientrata, scopre Tinagli: dal 2004 le iscrizioni sono in calo di circa 6-8 mila unità l’anno. Gli atenei italiani offrono l’inverosimile catalogo di 5434 corsi di laurea diversi, ma le matricole sono cresciute solo del 2 per cento e i laureati “brevi” trovano lavoro più tardi e peggio pagati dei diplomati.
Una domanda “scorretta” s’affaccia alla mente di ogni diciottenne: conviene proprio continuare a studiare? Le statistiche dicono che i laureati guadagnano in media 26.700 euro annui contro i 17.700 dei diplomati, ma è una media ingannevole: si arriva al top della retribuzione solo dopo molti anni, e il rischio di non iniziare nemmeno la gara è alto.
Il problema allora non è delle mamme. La dotazione d’intelligenza è equamente distribuita nel mondo. Potenzialmente non siamo svantaggiati: produciamo più ingegneri della Germania, e il 7,5% della produzione internazionale di pubblicazioni di fisica è firmata da autori italiani. Secondo i criteri di Florida, la classe creativa italiana (quella parte di forza chiamata a “elaborare continuamente operazioni complesse per risolvere problemi non standardizzati”) arriva a quattro milioni di persone, il 21 per cento degli occupati, ed è raddoppiata in un quindicennio.
Ma per farlo fruttare, il talento bisogna coltivarlo. È il “processo di valorizzazione” che in Italia è vicino al collasso. E qui le colpe sono di molti. Gli attori del sistema che non fanno la loro parte sono almeno tre: l’università, l’impresa, e la geografia. Della prima s’è detto: e non basta il rientro faticoso di qualche centinaio di “cervelli” per riequilibrare una “bilancia dei pagamenti” del talento drammaticamente deficitaria (importiamo il 3 per cento dei nostri “creativi” dal mondo, ma esportiamo il 5% dei nostri solo negli Usa). Quanto alle imprese, l’Isfol s’è preso la briga di contare gli annunci di offerta di lavoro: nel 2006 tre su quattro non chiedevano alcun titolo di studio, il 7% in più di tre anni prima. Avere studiato non paga. Sotto la soglia degli 800 euro mensili, calcola l’Ires, c’è il 14 per cento dei licenziati elementari, il 14,1 dei diplomati e il 28,2 per cento dei laureati. Retribuzioni decenti sono più un premio all’anzianità che al merito: nei paesi Ocse siamo quello che paga meno i laureati tra i 30 e i 40 anni. Negli anni Ottanta il divario retributivo tra laureati a inizio e fine carriera era del 20%, nel 2004 era del 35%.
E la geografia? Ha le sue colpe, ed è in questo capitolo che l’analisi di Tinagli risente di più dell’originale impostazione di Florida. L’Italia dei campanili, delle comunità piccole ospitali e coese… Scordatevela. È un paese di gabbie: soffocanti e bigotte. Tra tutti gli europei, secondo il World Value Survey, gli italiani sono quelli che gradiscono meno (29%) avere per vicino di casa un gay: più ancora che un tunisino. Cosa c’entra? C’entra, è il termometro dell’apertura mentale al nuovo, al diverso, senza il quale si implode nel conservatorismo e nel declino. Del resto si vede: solo il 21% dei nostri manager è donna, il 35 in Germania, il 31 in Spagna. Persino i “distretti industriali”, salvezza e patrimonio dell’Emilia rossa come del Nord-Est leghista, hanno fatto il loro tempo e oggi sono, dice Tinagli, circuiti troppo chiusi, insofferenti delle eccentricità che possono turbare una comunità ma anche portarle stimoli nuovi. Il genio italico soffre di costipazione. Ci restano sole e mare?
29 aprile 2008
V2-Day, Grillo, Travaglio & Co.

Ieri, 25 Aprile 2008, si è tenuto il secondo Vaffanculo Day in tutte le piazze d’Italia.
Questa volta Beppe Grillo era a Torino.
Nei giorni scorsi avevo cercato qualche informazione su questo V2-Day, ma erano ben poche le fonti di informazione: l’evento è stato snobbato completamente da tutti i media nazionali.
Del resto era prevedibile, viste le 3 proposte:
1) Abolizione dell’ordine dei giornalisti. L’ordine dei giornalisti di Mussolini ha creato una casta autoreferenziale. Informare è un diritto di tutti.
2) Abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Il finanziamento pubblico all’editoria costa 1 miliardo di euro all’anno. I politici pagano gli editori per poterli usare e controllare.
3) Abolizione della Legge Gasparri. In nessuna democrazia del mondo una legge vergognosa come la Gasparri consegna le televisioni ad un gruppo privato come Mediaset e ai partiti. L’informazione va restituita ai cittadini.
Come dice Grillo nel suo articolo post V2-Day, a Torino erano in 120.000, 2 milioni in tutte le piazze d’Italia, mentre si stimano circa 450.000 firme.
“C’erano tutte le televisioni più importanti del mondo, dalla BBC a Al Jazeera. Loro racconteranno al mondo cosa sta succedendo in Italia. Loro descriveranno il fascismo dell’informazione.”
[…]
“Il controllo dell’informazione è il nuovo fascismo. Questo è un Paese che non sa nulla di sé stesso. Nulla sulla morte di Borsellino, sull’Italicus, su Ustica, su Piazza Fontana, sulla stazione di Bologna, sulle bombe di Brescia, su Aldo Moro. Non sa nulla sulla sua vera realtà economica e su un debito pubblico di 1630 miliardi di euro che ci sta trascinando a fondo, all’Argentina. Un Paese cieco sulle cause delle stragi sul lavoro, sul precariato, sulla cementificazione, sugli inceneritori, sul Sud consegnato alle mafie.”
Comunque vi consiglio la lettura dell’intero articolo di Grillo.
Le firme necessarie per il referendum sono 500.000, ma ci sono 3 mesi di tempo per raccoglierle, quindi la meta non è lontana.
C’è però un problema di tipo legislativo, esposto chiaramente da un amico:
Le leggi sono soggette ad interpretazione.
La legge dice che le richieste per referendum si devono presentare 6 mesi dopo la data in cui sono state convocate le elezioni.
Essendo state convocate il 6 febbraio, i 6 mesi sono conclusi il 7 agosto.
Però i quesiti di norma si devono presentare al massimo 3 mesi dopo la data in cui si è iniziati a raccogliere le firme cioè il 25 luglio (quindi prima del 7 agosto) essendo la raccolta iniziata ieri che era il 25 aprile.
La legge prevede una deroga ai 3 mesi all’art. 28:
”art. 28. Salvo il disposto dell’articolo 31, il deposito presso la cancelleria della Corte di cassazione di tutti i fogli contenenti le firme e dei certificati elettorali dei sottoscrittori deve essere effettuato entro tre mesi dalla data del timbro apposto sui fogli medesimi”.
”art. 31. Non può essere depositata richiesta di referendum nell’anno anteriore alla scadenza di una delle due Camere e nei sei mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali per l’elezione di una delle Camere medesime”.
Cioè normalmente c’è il limite dei 3 mesi ma siccome adesso rientriamo nel caso ”Salvo il disposto dell’articolo 31” quel limite dei 3 mesi può essere superato quindi possono essere depositate successivamente ai 3 mesi per poterle così presentare dopo i 6 mesi dalla ultima convocazione delle elezioni.
Questa sarebbe l’interpretazione in senso positivo che dovrebbe rendere valida la raccolta.
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Segnalo, inoltre, l’interessante intervento di Marco Travaglio:
Prima parte
Seconda parte