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Pasolini, Pagine corsare

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Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pasolini, 38 anni fa, scriva questo:

Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.

Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certe in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Un giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre!

L’articolo era apparso sul “Corriere della Sera” il 9 dicembre 1973 con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione” – L’ultima parte dell’articolo, la “sfida”, appunto, non appare in Scritti corsari. Può essere reperita in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani (edizione diretta da Walter Siti, Mondadori 1999)

Fonte: pasolini.net

Written by filippo

13 ottobre 2011 at 12:39 PM

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Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

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Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore

C’è voluto tempo e ostinazione per capire Carver.
Inizialmente il vuoto, poi tutto.
Mi domando come sia possibile cambiare così radicalmente opinione.
Sulle cose, ma anche sulle persone.

___

Un tizio senza mani si è presentato alla porta per vendermi una foto della mia casa. Se non era per gli uncini cromati, sembrava un uomo sulla cinquantina come ce ne sono tanti.
“Come ha fatto a perdere le mani?”, gli ho chiesto dopo che mi aveva detto cosa voleva.
“Quella è un’altra storia”, ha detto lui. “La vuole questa foto o no?”
“Si accomodi”, ho detto io. “Ho appena fatto il caffè”.
Avevo appena preparato anche della gelatina di frutta. Ma quello non gliel’ho detto.
“Magari se posso usare il bagno”, ha detto il tizio senza mani. Volevo vedere come avrebbe fatto a reggere la tazzina. Avevo già capito come faceva a reggere la macchina fotografica.
Era una vecchia Polaroid, grossa e nera. L’aveva assicurata a cinghie di cuoio che gli giravano attorno alle spalle per incrociarsi sulla schiena e così gliela tenevano ferma sul petto. Si piazzava sul marciapiedi davanti alla casa, l’inquadrava nel mirino, premeva il pulsante con un uncino e la foto saltava fuori dalla macchina.
È che l’avevo osservato dalla finestra, capite?
“Dove ha detto che sta il bagno?”
“Laggiù, alla sua destra”.
Curvandosi e stringendo le spalle, si liberò delle cinghie. Appoggiò la macchina sul divano e si rassettò la giacca.
“Mentre sono di là, può dare un’occhiata a questa”.
Ho preso la foto che mi porgeva. C’era un rettangolino di prato, il vialetto, il garage, i gradini d’ingresso, la finestra panoramica e quella più piccola, della cucina, da dove lo stavo osservando. Che cosa ci dovevo fare con una foto della tragedia? L’ho esaminata un po’più da vicino e ho visto una testa, la mia testa, che s’intravedeva all’interno della finestra della cucina.
Mi ha fatto riflettere, vedermi lì così. Ve lo dico io, è una cosa che fa riflettere. Ho sentito l’acqua scrosciare. Lui è arrivato dal corridoio, rassettandosi con un sorriso, con un uncino si reggeva la cintola e con l’altro si sistemava la camicia.
“Be’, che ne pensa?”, ha detto. “Va bene? Personalmente credo sia venuta bene. So quel che faccio, no? Bisogna ammetterlo, ci vuole un professionista”.
Si è sistemato la patta dei pantaloni.
“Ecco il caffè”, gli ho detto.
E lui: “Lei è solo, vero?”
Si è guardato intorno nel soggiorno, poi ha scosso la testa.
“L’è dura, l’è dura”, ha detto.
Si è seduto accanto alla macchina fotografica, si è appoggiato allo schienale con un sospiro e mi ha sorriso come se sapesse qualcosa che non mi avrebbe rivelato.
“Prenda il caffè”, gli ho detto.
Stavo cercando di pensare a qualcosa da dire.
“Sono venuti tre ragazzini che volevano dipingere il mio indirizzo sul marciapiedi. Volevano un dollaro. Non è che ne sa qualcosa?”
L’avevo buttata là a casaccio. Ma l’ho osservato bene lo stesso.
Lui si è chinato in avanti serio, con la tazza in equilibrio tra gli uncini. L’ha posata sul tavolinetto.
“Io lavoro da solo”, ha detto. “L’ho sempre fatto, sempre lo farò. Che vorrebbe dire?”, ha chiesto.
“Cercavo solo di fare un collegamento”, ho risposto.
Avevo un gran mal di testa. Lo so che il caffè non aiuta, ma certe volte la gelatina funziona. Ho ripreso in mano la foto.
“Stavo in cucina”, ho detto. “Di solito sto sul retro”.
“Succede sempre così”, ha detto lui. “E così hanno preso e l’hanno piantata, vero? Per esempio, prenda me, lavoro da solo. Allora, che ha deciso? La vuole questa foto?”
“La compro”, ho detto.
Mi sono alzato e ho raccolto le tazzine.
“Certo che la compra”, ha detto. “Quanto a me, ho una stanza in città. Niente di speciale. Prendo l’autobus verso la periferia e dopo aver fatto il giro dei quartieri, vado in un’altra città. Capisce cosa voglio dire? Anch’io avevo dei figli una volta. Proprio come lei”, ha detto.
Sono rimasto lì con le tazze in mano a osservarlo mentre cercava di rialzarsi dal divano.
Ha detto: “Sono loro che mi hanno ridotto così”.
Ho guardato bene quegli uncini.
“Grazie per il caffè e per l’uso del bagno. La capisco, sa?”
Ha mosso gli uncini su e giù.
“Me lo dimostri”, ho detto. “Mi dimostri quanto. Faccia altre foto a me e alla casa”.
“Non funzionerà”, ha detto il tizio. “Non torneranno mica”.
Comunque l’ho aiutato a rimettersi le cinghie.
“Le posso fare un prezzo speciale”, ha detto lui. “Tre scatti per un dollaro”. Poi ha aggiunto: “Se le faccio di meno, ci rimetto”.
Siamo usciti. Lui ha regolato l’otturatore. Mi ha detto dove piazzarmi e ci siamo messi al lavoro. Abbiamo fatto il giro della casa. Sistematicamente. A volte guardavo da un’altra parte. Altre, fissavo l’obbiettivo,
“Bene”, diceva. “Così va bene”, diceva, finché non abbiamo fatto tutto il giro della casa e siamo tornati sul davanti. “Sono venti, adesso. Basta così”.
“No”, ho detto io. “Anche sul tetto”, ho aggiunto.
“Gesù!”, ha esclamato. Poi ha dato un’occhiata su e giù per la strada. “Come no?”, ha detto. “Adesso sì che fa sul serio”.
Gli ho detto: “Tutto quanto, baracca e burattini. Se la sono squagliata alla grande”.
“Guardi un po’ qui!”, ha detto il tizio e di nuovo mi ha mostrato gli uncini.
Sono rientrato a prendere una sedia. L’ho sistemata vicino al garage. Ma non era abbastanza alta. Allora ho preso una cassetta e ho messo la cassetta sulla sedia.
Si stava bene lì, sul tetto. Mi sono messo in piedi e mi sono dato un’occhiata intorno. L’ho salutato con una mano e il tizio senza mani mi ha risalutato con gli uncini. È stato allora che li ho visti, i sassi. C’era una specie di nido di sassi sulla grata che copre il buco del comignolo. Sapete come sono i ragazzini. Li tirano lassù, sperando di farne cadere qualcuno giù per il camino.
“Pronti?”, gli ho gridato, poi ho raccolto un sasso e ho aspettato che m’inquadrasse nel mirino.
“Va bene!”, ha risposto.
Ho tirato indietro il braccio e ho gridato: “Ora!” Ho tirato quel figlio di puttana il più lontano possibile.
“Non lo so mica”, l’ho sentito gridare. “Di solito non faccio foto d’azione”.
“Ancora!”, ho urlato, e ho raccolto un altro sasso.

– Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore

Written by filippo

29 settembre 2011 at 1:12 am

Pubblicato su Arte, Fotografie, Libri

Paolo Roversi

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Paolo Roversi, Natalia Vodianova

Paolo Roversi, Natalia Vodianova

www.paoloroversi.com

Written by filippo

26 settembre 2011 at 10:42 PM

Pubblicato su Arte, Fotografie

Robert Frank, The Americans

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Robert Frank, The Americans

Robert Frank, The Americans

Nel 1955 Robert Frank fu il primo fotografo europeo a ricevere la borsa di studio annuale promossa dalla Fondazione Guggenheim di New York. Con i soldi ricevuti viaggiò negli Stati Uniti dal 1955 al 1956, attraversando 48 stati americani e riprendendo oltre 24.000 fotografie.

Robert Frank, come Kerouac, percorse gli Stati Uniti su una vecchia automobile, compiendondo un viaggio On the road, nella solitudine del territorio americano e all’interno della stessa fotografia, poiché per lui la fotografia è un viaggio solitario.

Nel 1958 Robert Delpire pubblicò a Parigi Les Américains una selezione di 83 immagini tratte dal viaggio americano e l’anno dopo la Grove Press pubblicò il volume negli Stati Uniti col titolo The Americans (dove inizialmente non venne trovato un editore interessato all’opera, a causa dell’innovazione estetica proposta da quelle immagini, ma ancor di più per via del loro implicito messaggio ideologico, non conforme al clima politico dell’epoca).

Ad introdurre il lavoro di Frank vi sono testi di scrittori e pensatori quali Simone de Beauvoir, Erskine Caldwell, William Faulkner, Henry Miller, John Steinbeck e Jack Kerouac (per l’edizione americana).

L’uso massiccio della sfocatura, d’illuminazioni tenui e di sovraesposizioni visibilmente recuperate, i tagli compositivi estremi, l’apparente casualità delle scene riprese, l’ostentata indifferenza verso non solo verso temi tipici, ma anche verso la ricerca di momenti salienti da immortalare (veri e consolidati topoi ), fanno di quest’opera qualcosa di inatteso, addirittura “sovversivo” per l‘epoca.

Sono questi i mezzi espressivi adottati dall’artista per rendere manifesta la propria visione personale di quella grande Nazione; una visione sicuramente ambigua nei sentimenti, ma che allora venne probabilmente recepita senza mezzi termini come un attacco frontale da parte di questo europeo all’ottimismo dettato dall’Establishment.

Frank venne tacciato di antiamericanismo e di simpatie verso un’ideologia di sinistra (in un periodo in cui il ricordo del maccartismo era ancora vivo), quando non d’incompetenza: riviste come la diffusissima Popular Photography stroncarono le sue fotografie, stigmatizzando come imperdonabili carenze (“sfocatura senza senso, grana,esposizioni fangose, orizzonti ubriachi e sciatteria generale”) quelle che invece erano scelte linguistiche innovative alquanto coraggiose.

Come dirà Elliott Erwitt: “Le immagini di Robert Frank potrebbero colpire qualcuno come sciatte – l’estensione dei toni non è giusta e cose del genere – ma sono di gran lunga superiori alle immagini di Ansel Adams per quanto riguarda la qualità, perché la qualità di Ansel Adams, se posso dirlo, è essenzialmente la qualità di una cartolina. Ma la qualità di Robert Frank è una qualità che ha qualcosa a che fare con ciò che egli sta facendo, con quella che è la sua mente … E’ qualcosa che ha a che fare con l’intenzione“.

Robert Frank non ricerca il momento decisivo, lascia gli oggetti liberi di assumere qualsiasi significato non includendoli in alcuna gerarchia, ma tutti egualmente significanti rispetto al tessuto reale in cui sono immersi. In un mondo dove l’individuo è solo di fronte a una realtà discontinua e priva di senso, ricerca e ricrea nelle fotografie l’assenza di significato che preesiste al pensiero.

Con The Americans, veniva rovesciato il modo di intendere e costruire la fotografia, e in questo era molto vicino alle ricerche che allora stavano facendo Ginsberg, Borroughs e Kerouac nella letteratura.

Il racconto del territorio americano attraverso la fotografia di Frank è il racconto della propria coscienza e dei cambiamenti indotti dalla strada e dallo sguardo, ma non è il cambiamento dell’oggetto fotografato.

Fonti: wikipedia, 2photo, specchioincerto

Robert Frank, The Americans (photo 1)

Robert Frank, The Americans (photo 1)

Robert Frank, The Americans (photo 2)

Robert Frank, The Americans (photo 2)

The Americans: la forza di un classico, di Sandro Iovine (21 giugno 2011)
[Contributo che anticipava la lettura dell’omonima opera di Robert Frank, che Sandro Iovine ha tenuto il 22 giugno 2011, alle ore 17:30, presso l’Aula Meeting, Collegio S. Chiara. L’iniziativa era stata organizzata da Voci di Foto in collaborazione con il Lavoro Culturale]

Perché continuare a parlare di The Americans a oltre mezzo secolo dalla pubblicazione?

Rispondere non è difficile. Intanto sono costretto a difendere il senso degli ultimi dieci anni trascorsi a cercare di comprendere il significato e le strutture di questo libro, cercando di colmare il baratro culturale e generazionale legittimato dal diritto d’anagrafe che mi separa dall’autore e dall’argomento trattato. Ma evidentemente e al di là della battuta questo è un fatto personale. A livelli più oggettivi invece ha senso continuare a parlare di The Americans perché si tratta di un lavoro epocale grazie al quale è possibile individuare una tale frattura nella produzione fotogiornalistica da poter individuare in modo inequivocabile un prima e un dopo.

I temi di discussione che la lettura di The Americans può generare sono molteplici e insistono sull’evoluzione della fotografia contemporanea, con particolare riferimento all’area fotogiornalistica. Tra questi vorrei sottolineare quelli relativi allo sviluppo di una progettualità contemporaneamente puntuale ed estesa sul territorio, lo stravolgimento della modalità narrativa sia a livello di strutturazione della sequenza, sia di composizione dei singoli elementi che la compongono. Inoltre The Americans apre la strada a una percezione della fotografia che va oltre la mera documentazione per consolidarsi nell’interpretazione dell’universo diegetico con cui si confronta l’autore. Una posizione in cui la coerenza della chiave di lettura applicata alla società americana contemporanea a Frank può forse leggersi addirittura come antesignana delle più recenti evoluzioni del fotogiornalismo contemporaneo in cui i più limiti del giornalismo tendono ad essere sempre più difficilmente identificabili. Tanto da costringere a pensare che forse sarebbe opportuna una possibile ridefinizione dei termini che definiscono lo stesso giornalismo.

La progettualità di Frank si esprime nell’aver concepito fin dall’inizio, come certifica l’application form presentato alla Guggenheim Foundation [1], un lavoro che era destinato a svilupparsi negli Stati Uniti della metà degli anni Cinquanta, esplorando una nazione dalle dimensioni continentali. Che all’epoca fossero presenti nell’aria istanze di aggregazione sovranazionale è indubbio. Basti pensare al progetto The Family of Man di Edward Steichen che si proponeva di creare un evento che nelle intenzioni avrebbe dovuto esprimere una sorta di sintesi fotografica della natura umana. Ora a prescindere dalle finalità e dalle forme scelte per la narrazione, che appaiono come minimo in antitesi rispetto all’approccio di Frank, la grande differenza riscontrabile è che il progetto di Steichen prevede un grande demiurgo, che si è avvalso di una serie di segnalatori tra cui lo stesso Frank, a fronte di una polverizzazione autoriale totale. Al contrario The Americans è frutto di un unico autore ed ideatore che ha fatto dell’omogeneità e della coerenza estetica e narrativa uno dei punti di forza del suo lavoro. Il tutto senza contare le profonde differenze a livello ideologico che sottendono i due lavori, e il fatto che è interessante notare come nel momento in cui Steichen decide di selezionare un’immagine di Frank questa vada in direzione opposta a quelle di argomento paragonabile scelte dallo stesso Frank per The Americans [2].

La coerenza del lavoro non è certo frutto del caso, ma di una selezione intransigente, il cui rigore può essere compreso solo di fronte al dato numerico. Le riprese di The Americans durano un anno durante il quale Frank consuma 767 rulli di pellicola [3]: 27.612 scatti, ovvero una media superiore ai due rulli da 36 pose al giorno. Da questo corpus di immagini i due anni di selezione hanno distillato un libro composto da 85 fotografie [4], pari allo 0,3% (approssimando il calcolo ai centesimi) delle riprese effettuate. Un dato percentuale che indurrebbe al mancamento il più indefesso tra gli studenti di fotografia o il più stacanovista dei professionisti. Senza contare che a sottolineare l’imbarazzante chiarezza di intenti di Frank c’è il dato relativo all’aver effettuato in tutto solo due sessioni di sviluppo, una più o meno a metà anno e l’altra a riprese ultimate. Cosa che evidentemente mette in risalto la lucidità con cui il lavoro di ripresa è stato condotto.

Una coerenza nella progettualità che come già detto si evidenzia fin dal progetto per la borsa di studio alla Guggenheim Foundation, che per certi versi è una sorta di manifesto della cultura beat. Non si può quindi considerare che inevitabile il successivo incontrarsi e il riconoscersi di Frank e Kerouac, che non a caso scriverà un’intensa prefazione alla prima edizione americana di Groove Press nel 1959, che segue a distanza di circa un anno la prima edizione a cura di Robert Delpire in Francia. Nella domanda di partecipazione descrivendo l’America che vuole raccontare Frank scrive «Parlo di cose che sono… dovunque – facili da trovare, non facili da selezionare e interpretare… una cittadina di notte, un parcheggio, un supermarket, pubblicità sull’autostrada, luci al neon, le facce dei leaders e quelle dei seguaci, pompe di benzina, uffici postali e cortili.» [5]

E Kerouac gli farà eco qualche anno più tardi nella prefazione scrivendo «That crazy feeling in America when the sun is hot on the streets and the music comes out from a jukebox or from a nearby funeral, that’s what Robert Frank has captured in tremendous photographs taken as he traveled on the road around pratically forthy-eight states in an old used car (on Guggenheim Fellowship) and with the agility, mystery, genius, sadness and strange secrecy of a shadow photographed scenes that have never been seen before on film.» [6] Una lettura coerente con gli intenti dello stesso Frank che sempre presentando il suo progetto aveva scritto: «È facile immaginare che quando un osservatore americano viaggia all’estero i suoi occhi vedano in modo nuovo e fresco, e che possa essere vero il procedimento inverso quando cioè un occhio europeo veda gli Stati Uniti.» [7]

Nel corpus di immagini che costituiscono The Americans appare evidente anche il forte debito nei confronti di Walker Evans, il fotografo di cui era assistente e amico e che tanto lo aveva sponsorizzato anche nel conseguimento della borsa di studio. Da Evans riprende ed estremizza l’attenzione per i luoghi banali, per quei soggetti generalmente non considerati degni di attenzione, ma all’interno dei quali Frank ritrova e recupera la vera forza dell’immaginario americano. Non a caso i riferimenti a American Photographs [8] non sono relativi tanto al numero assai simile di immagini che compone i due volumi, ma emergono soprattutto nelle citazioni formali traslitterate all’interno delle specifiche di linguaggio imposte dai differenti strumenti di ripresa utilizzati e delle finalità narrative prefisse.

The Americans poi si può considerare ancora oggi uno dei massimi, se non proprio il massimo esempio di sviluppo narrativo della sequenza. Di fatto le poco più di ottanta immagini che compongono il volume costituiscono il primo, riuscito, tentativo di Frank di risolvere il personale cruccio relativo a quello che riteneva essere il limite ontologico opposto, sul piano narrativo, dalla fotografia singola. Si tratta del primo fertile seme di quella ricerca, probabilmente ancora non conclusa, che si evolverà nella produzione di immagini composte da più scatti assimilati in un nuovo unicum narrativo in cui il fattore tematico del processo finisce per assumere fondamentale pregnanza generativa.

Le singole immagini in The Americans, risultano spesso foriere di turbamenti compositivi, specchio fedele dell’inquieta visione di Robert Frank dell’America di metà Cinquanta. In una fotografia composta e classica come quella di Eugene W. Smith, John Florea o della consolidata estetica di “Life” o di Magnum, le immagini di Frank irrompono spregiudicate con il loro generoso impiego di inquadrature limite, o con le loro riletture dello spazio chiaramente ispirate a Walker Evans. Rispetto a quest’ultimo però l’estetica risulta bizzarramente sbilenca e dichiaratamente critica nei confronti di quanto rappresentato. Pur non eguagliando la devastante violenza visiva della contemporanea New York di Klein [9], la sottile, implacabile decisione con cui Frank guarda l’America e gli americani finisce per lasciare una ferita ben più profonda agli occhi di chi sapeva allora e sa oggi guardare.

L’attribuzione di senso avviene però su un doppio livello. Se il primo è quello appena accennato e si riferisce al controllo del prelievo effettuato dal reale per mezzo dell’inquadratura, il secondo attiene precipuamente ai meccanismi della sequenzializzazione. Il legame proposto-imposto da questi ultimi è indispensabile per la comprensione del testo visivo scritto da Frank, che usa con costanza ed efficacia la malta ritmica di trittici non dichiarati dalla esplicita messa in pagina, per offrirci alla comprensione i suoi percorsi logici e le chiavi di lettura dell’universo America della metà degli anni Cinquanta. È questa la dimensione in cui si concretizza il miracolo di Frank che riesce a generare catene di segni a volte impercettibili assemblando immagini che in prima istanza sembrerebbe impossibile accostare per forma e contenuto. La narrazione di Frank si concretizza e si dipana quindi attraverso ancoraggi visivi evidenti o minimi, a volte relegati al mero piano della forma altre a quello delle aree dimensionali, creando ritmi e significati all’interno della sequenza.

In questo non vi è la pretesa di obiettività, ma la volontà di raccontare il mondo americano per come viene percepito da Frank, uomo svizzero di Zurigo, europeo la cui visione coglie nell’aria le istanze culturali della Beat Generation, prima ancora di incontrarne fisicamente i protagonisti. Sono infatti considerevoli le similitudini tra le i leitmotiv proposti da questo movimento culturale e le immagini di Robert Frank. La deliberata e mirata scompostezza della sua visione tradotta in inquadrature formalmente eccepibili può infatti essere equiparata alla ricerca di un linguaggio meno accademico e più vicino a quello della quotidianità, mentre il lavoro sulla sequenzializzazione ricorda per la proposizione ritmica che comporta il lavoro sulla metrica della poesia e e sull’andamento della prosa beat che si ispira all’improvvisazione sulla base delle strutture armoniche e ai tempi veloci del Bebop di Charlie Parker.

A conclusione di questa breve e necessariamente parziale digressione introduttiva a The Americans vorrei tornare alla domanda iniziale: perché continuare a parlarne oggi?

Semplicemente perché si tratta di un classico e non solo della fotografia, ovvero, per dirla con Calvino, di «un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire» [10].

Note:

[1] Looking in: Robert Frank’s The Americans di Sarah Greenouch, National Gallery of Art, Washington-Steidl, 2009; pag. 151.
[2] Confronta The Family of Man, created by Edward Steichen, The Museum of Modern Art, New York, 2010; pag. 91 e The Americans, Robert Frank, Scalo Publishers, New York – Zurich – Berlin, 1995; pag. 143, 145, 147.
[3] Looking in: Robert Frank’s The Americans di Sarah Greenouch, National Gallery of Art, Washington-Steidl, 2009; pag. XIX.
[4] Con riferimento alla citata edizione Scalo Publishers, New York – Zurich – Berlin, 1995.
[5] The Americans: Politica e alienazione di Johnatan Green – America Photography, Abrams, New York, 1964 in Gli anni Cinquanta, l’America e gli americani a cura di Bruno Boveri, Agorà Editrice, Torino , 1997; pag. 57.
[6] The Americans, Robert Frank, Scalo Publishers, New York – Zurich – Berlin, 1995; pag. 5.
[7] The Americans: Politica e alienazione di Johnatan Green – America Photography, Abrams, New York, 1964 in Gli anni Cinquanta, l’America e gli americani a cura di Bruno Boveri, Agorà Editrice, Torino , 1997; pag. 57.
[8] American Photographs, Walker Evans, The Musem of Modern Art – Errata Editions, New York, 2008.
[9] New York, 1954-55 di William Klein, Peliti Editore, Roma, 1996.
[10] Italiani vi esorto ai classici, Italo Calvino in “L’Espresso” del 28 giugno 1981, pag.58-68.

Fonte: lavoroculturale

Robert Frank, The Americans (photo 3)

Robert Frank, The Americans (photo 3)

Robert Frank, The Americans (photo 4)

Robert Frank, The Americans (photo 4)

Written by filippo

26 settembre 2011 at 12:55 PM

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Da Hopper a Warhol, San Marino (2012)

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Da Hopper a Warhol, San Marino (2012)

Da Hopper a Warhol, San Marino (2012)

Da Hopper a Warhol
Palazzo Sums, Repubblica di San Marino
21 gennaio 2012 – 3 giugno 2012

Orario mostra
da lunedì a venerdì: ore 10 – 18
sabato e domenica: ore 10 – 19

Info e prenotazioni
Call center
Tel. +39 0422 429999
Fax +39 0422 308272
biglietto@lineadombra.it
http://www.lineadombra.it
dal lunedì al venerdì, 9.00-13.30 e 14.30-18.00
Chiuso il sabato, la domenica e i festivi.
chiuso 24 e 31 dicembre 2011

Vedi anche Da Vermeer a Kandinsky, Rimini (2012)

Da Hopper a Warhol, San Marino (2012) - Andrew Wyeth

Da Hopper a Warhol, San Marino (2012) - Andrew Wyeth

Non si è mai fatta in Italia una mostra sulla pittura americana del XX secolo, che la analizzi e la percorra completamente. Solo, di tanto in tanto, qualche esposizione monografica. La rassegna di San Marino non ha ovviamente l’ambizione di tracciare questo percorso nella sua interezza, perché il numero di opere, venticinque circa, non lo consente. Ma si presenta comunque come la prima circostanza in cui, attraverso nomi celebri, la vicenda pittorica statunitense del Novecento viene almeno raccontata lungo tutto lo scorrere del secolo.

Vengono presi in considerazione tutti i momenti fondamentali, a partire dal realismo di Edward Hopper da un lato e di Thomas Hart Benton dall’altro, fino all’esperienza così particolare di Giorgia O’Keeffe. Già da questi primi nomi si comprende come la partenza della rassegna sammarinese sia straordinaria, con il realismo adamantino e stordente di Hopper, la cosiddetta visione regionale di Benton e la secchezza in cui si mescolano descrizione e metafisica della O’Keeffe.

A questa prima fase succede quella, indimenticabile, della grande astrazione americana. Divisa in mostra tra una parte più gestuale e una in cui il colore pare distendersi libero e indicare anche il senso della costruzione e della forma. Tutti i nomi più celebri vi sono compresi, a cominciare ovviamente da quello di Jackson Pollock, presente con due grandi tele, la prima del 1949 e la seconda del 1952. Poi ancora Franz Kline e Willem de Kooning, sempre con grandi dipinti degli anni cinquanta, dunque il momento migliore del loro lavoro.

Su un registro intermedio si giocano i quadri inclusi in mostra di un autore straordinario che lavora sul segno declinato nella grande superficie spesso quasi monocroma. E’ dunque il caso di Arshile Gorky che più di altri ha saputo rendere il fascino di una scrittura che si mescola alla materia di un colore rappreso.

E tutta di colore è fatta l’esperienza, anch’essa compresa nella mostra sammarinese, di Mark Rothko, Sam Francis e Morris Louis. Dai diversi punti di vista, insistono sulla meraviglia di una tessitura che si fa incanto, prospettiva e molto spesso silenzio.

Ovviamente non può mancare una sosta attorno all’opera dei due più alti rappresentanti della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, a cominciare da una celebre versione, del primo tra i due, di Jacqueline Kennedy (Jakie, 1964), dunque nel pieno del clima storico della Pop. La mostra infine si chiude con l’omaggio, attraverso due quadri, al maggiore pittore americano che si riconnette straordinariamente al realismo di Hopper. Si tratta di Andrew Wyeth, le cui facciate di case di provincia bianchissime nella luce del sole, o i cui interni preda di un sospeso vento calmo sono la quintessenza della visione ancora eroica della pittura.
L’ultima immagine sarà un grande quadro di Keith Haring, uno dei più celebrati artisti americani degli ultimi decenni.

La mostra sammarinese si fa grazie al prezioso aiuto in termini di prestiti di poche, prestigiosissime realtà statunitensi: il Museum of Fine Arts di Boston, il Wadsworth Atheneum di Hartford, la Terra Foundation for American Art di Chicago, la Broad Art Foundation di Santa Monica e l’Adelson Gallery di New York.

Written by filippo

23 agosto 2011 at 8:17 am

Pubblicato su Arte, Mostre e musei